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Festa dei Ss. Vitale ed Agricola
Lorenzatico, 4 novembre 2010


1. Cari fratelli e sorelle, l’Eucaristia che stiamo celebrando ci dona la comunione reale, non solo nel ricordo, con i santi martiri Vitale ed Agricola. Essi stanno all’origine della nostra Chiesa e l’hanno fecondata col loro sangue.

"Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto", ci ha detto poc’anzi il Signore.

Queste parole parlano di Lui. Egli è il "chicco di grano caduto in terra". Verbo eterno del Padre, è il pane che nutre gli angeli: panis angelicus, il pane degli angeli. "E’ caduto in terra", perché "non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso assumendo la condizione di servo" [Fil 2,6-7].

Caduto in terra, ha offerto se stesso. Dal "grano caduto in terra" che muore, dal sacrificio di Cristo sulla Croce, è germogliata la spiga, la Santa Chiesa, che siamo noi. Non è rimasto solo: l’Unigenito è diventato il Primogenito di molti fratelli; l’Unico è diventato i molti che in Lui formano un solo Corpo.

Cari fratelli e sorelle, noi stiamo celebrando – come accade ogni volta che celebriamo l’Eucaristia – la gloria del Cristo crocifisso: il moltiplicarsi del grano caduto in terra che muore e "produce molto frutto". In questo modo noi manifestiamo anche la nostra intima certezza che "il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori. Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall’impazienza degli uomini" [Benedetto XVI, Insegnamenti I, 2005; LEV, 24].

2. "Carissimi, se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomentate per paura di chi vi perseguita, né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori".

Cari fratelli e sorelle, la sorte di Cristo è partecipata ed imitata dal martire. Proprio a causa di ciò, il martire è il perfetto discepolo del Signore. Come Lui, i martiri hanno affidato la loro vita al Padre, a Colui che poteva liberarli dalla morte [Cf. Eb 5,7].

Quale è la forza intima del martire? "Non vi sgomentate per paura di chi vi perseguita … ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori". E’ l’adorazione, il riconoscimento cioè che nulla e nessuno è uguale al Signore nostro Dio, che rende il martire più forte di ogni potere di questo mondo. E’ l’adorazione la difesa più forte della vera libertà dell’uomo. Così liberi, che ogni martire è stato "pronto a rispondere a chiunque" gli chiedesse "ragione della speranza" che era in lui. Quando nella vita del singolo e nella società scompare lo spazio dell’adorazione, il potere non trova più alcun limite consistente.

In sostanza, infatti, che cosa testimonia il martire? Il primato dell’amore e della gloria di Dio, che implica l’obbedienza alla sua santa Legge fino alla morte se necessario.

Il grano caduto in terra se muore, produce molto frutto; "il sangue dei martiri è seme di cristiani" [Tertulliano]. Noi stessi oggi siamo la dimostrazione che veramente così stanno le cose: la Chiesa di Dio in Bologna è anche il frutto del sangue versato da Vitale ed Agricola. Veramente, come abbiamo detto nel salmo responsoriale: "preziosa agli occhi del Signore è la morte dei suoi fedeli": noi siamo la prova vivente di questa preziosità.

3. Ma questa solenne celebrazione dei nostri santi protomartiri ha una ragione più particolare. Sono infatti venuto a celebrare l’Eucaristia fra voi per fare particolare memoria di Giuseppe Fanin.

Nel Salmo responsoriale abbiamo detto: "che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato? Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore".

S. Agostino commentando questo testo scrive: "quando siedi a tavola per mangiare con un potente, considera bene che cosa hai davanti; e mentre stendi la mano pensa che anche tu dovrai preparare qualcosa di simile [Pr 23,1-2 Volg.]. Quale è la mensa del potente, se non quella in cui si riceve il corpo e il sangue di Colui che ha dato la sua vita per noi … E stendere la mano pensando che anche tu dovrai preparare qualcosa di simile, che vuol dire se non [che] come Cristo diede la sua vita per noi, dobbiamo essere pronti a dare la nostra vita per i fratelli?" [Trattati su Giovanni 84,1].

Qui troviamo il segreto di Giuseppe Fanin. Egli trovò nell’Eucaristia, nell’adorazione di Cristo, la forza di donare la sua vita. Un dono fatto "con dolcezza e rispetto": non volle mai avere in tasca strumenti di morte neppure per legittima difesa. "E’ meglio infatti, se così vuole Dio, soffrire operando il bene piuttosto che facendo il male".

Cari amici, "se … muore, produce molto frutto". Il sangue di Giuseppe Fanin che questa sera poniamo sull’altare del Sacrificio di Cristo, in questa chiesa dove egli "adorò Cristo nel proprio cuore", produca molto frutto.

Molto frutto nella nostra Chiesa, perché in essa risplenda sempre più la santità, la fedeltà al Vangelo di Cristo. Nella nostra società, sempre più in preda alla più pericolosa malattia che possa colpire l’uomo: la confusione del bene e del male, che rende impossibile costruire una società a misura della dignità dell’uomo.