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Solennità di San Petronio
San Petronio, 4 ottobre 2011


La Solennità del Santo Patrono della nostra città ci riunisce ogni anno nella sua basilica, vanto ed onore di ogni bolognese e delizia dei nostri occhi. Momento grave e solenne questo che stiamo vivendo, poiché offre a noi tutti l’occasione di riflettere sullo "stato di salute" della nostra città.

Essa è uscita da poco da una condizione istituzionale straordinaria, e desidero rivolgere il mio augurio più sincero a Lei, Signor Sindaco, alla Giunta municipale, e ai Signori Consiglieri. L’augurio è accompagnato dalla quotidiana preghiera perché il Signore voglia donarvi la sapienza necessaria, memore del precetto dell’Apostolo di elevare preghiere per chi ha pubbliche responsabilità. [cfr. 1 Tim 2, 2]

Dicevo poc’anzi che questa è occasione propizia per riflettere sullo "stato di salute" della nostra città.

Ciascuno lo può fare, secondo la sua responsabilità e competenza istituzionale e non. Alla luce della Parola di Dio appena proclamata, anch’io desidero offrire a voi tutti qualche spunto di riflessione.

1. "Come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo".

La forza originaria che costituisce la città è la coscienza di essere "ciascuno per la sua parte… membra gli uni degli altri". È la coscienza di una reciproca appartenenza, la quale genera quella profonda amicizia civile che è il legame più forte di ogni città, come già la sapienza pagana aveva affermato [cfr. Aristotele, La politica 1262 b, 9-14; cfr. anche il commento di S. Tommaso: "tutti comunemente pensiamo che l’amicizia civile è il più grande bene della città"].

Esiste ancora nel cuore di ogni bolognese quell’amore per la sua città che non consente che sia sfregiata e deturpata nella sua bellezza? Se così fosse, non vedremmo la nostra città ridotta ad un degrado tale, quale forse non ha mai conosciuto nella sua storia recente. Sporcizia e conseguente degrado sono il segno di un disinteresse per la propria città; più profondamente, di estraneità al bene comune. Ma non posso non compiacermi e non lodare quanti nei mesi scorsi si sono impegnati perché potessimo vivere in una città semplicemente più pulita.

La comunità cittadina è costituita, come dicevo, dall’amicizia civile, poiché essa [l’amicizia civile] è condivisione dei beni umani fondamentali e precede ogni legittima cura degli interessi particolari ed individuali, impedendo al necessario confronto democratico di degenerare in una lotta tra avversari. Ma in che cosa consiste l’amicizia civile intesa come forza di intima coesione sociale?

Essa è in primo luogo la consapevolezza che ciascuno di noi è originariamente relazionato agli altri. La relazione fra le persone non è semplicemente il risultato di una contrattazione fra individui naturalmente separati, ma è una dimensione costitutiva della nostra persona: "ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri", ci ha detto poc’anzi l’Apostolo.

Vari secoli di visione individualista della persona umana hanno progressivamente oscurato la coscienza che l’uomo ha di se stesso, del suo essere-in-relazione. Hanno inaridito, di conseguenza, il terreno di cultura della vera amicizia civile.

Essa tuttavia non è solamente consapevolezza di una verità circa l’uomo. È anche e soprattutto una modalità di esercitare la propria libertà.

Cari fratelli e sorelle: forse questo è il cuore del dramma che anche la nostra città sta attraversando.

Tre sono state le grandi esperienze storiche che hanno generato il nostro modo occidentale di pensare e di esercitare la libertà: la liberazione del popolo ebreo dalla schiavitù egiziana; l’esperienza della polis greca; la costruzione giuridica edificata da Roma. Tutte e tre sono state fatte proprie dalla fede cristiana, poiché in ciascuna di esse la fede cristiana ha intravisto la stessa logica, una sorta di grammatica elementare della libertà. E cioè: la libertà è un bene condiviso; non si è liberi da soli, a prescindere dagli altri. Portando a perfezione l’intuizione comune a quei tre grandi eventi fondatori della nostra libertà, la fede cristiana le ha dato il nome di capacità di donarsi.

La corruzione che ha subito l’idea e l’esperienza di libertà è stato ed è il principale fattore di mortificazione dell’amicizia civile, anche nella nostra città.

Certamente la municipalità – così come le altre istituzioni pubbliche – non è in grado di far rifiorire l’amicizia civile. In ragione della sua competenza specifica non è in possesso di mezzi adeguati a tale scopo. Ma essa deve riconoscere e promuovere quelle comunità nelle quali il carattere amicale dell’esistenza è favorito. In primo luogo la famiglia. Essa infatti non è solo un luogo di consumo. È sorgente di quei beni umani immateriali senza dei quali è impossibile l’amicizia civile.

L’apostolo Paolo, sempre nella seconda lettura, non si limita a dire che "siamo un solo corpo", ma fa un’aggiunta decisiva: "in Cristo". Agostino aveva ragione quando scrisse: "il genere umano è […] il più incline alla discordia per passione e il più socievole per natura" [De civitate Dei 12, 27, 1].

In questo contesto si comprende quale sia il primo servizio che la comunità cristiana può offrire alla città. Esso non consiste principalmente nell’offrire una dottrina morale; nell’essere portatrice di un’etica civile. Il primo servizio è introdurre nella nostra città la realtà di una vera comunione fra le persone; far accadere dentro alla nostra vita cittadina l’evento di una vera fraternità. "Voi non chiamate nessuno "Rabbì", poiché uno solo è il vostro maestro, e voi siete tutti fratelli" [Si può vedere la mia Omelia della Solennità di Pentecoste, dove ho sviluppato più a lungo questo tema].

Il primo e fondamentale servizio della comunità cristiana è pertanto la celebrazione dell’Eucaristia, sacramento della passione del Signore. "Colui che fu steso sulla croce" infatti "nel momento della morte è colui che unisce a sé ed armonizza ogni cosa, conducendo le diverse nature degli esseri ad un’unica cospirazione ed armonia" [S. Gregorio di Nissa, Oratio catechetica 32,61; GNO III/4,80].

2. L’amicizia civile non basta. Non basta infatti evitare che il bene comune sia avvertito come meno "interessante" del proprio individuale profitto. L’amicizia civile deve generare il coinvolgimento operativo di tutti per il bene comune della nostra città, senza restringerlo dentro gli schemi utilitaristici, della legalità per la legalità, di ideologie astratte e false.

Cari fratelli e sorelle, ciò che in questo momento tanto difficile anche per la nostra città è richiesto, è un vero e profondo cambiamento culturale, una vera e profonda trasformazione di mentalità. È a questo che ci invita la Parola di Dio: "Abbiamo… doni diversi secondo la grazia data a ciascuno".

La conversione culturale, la trasformazione di mentalità ha un nome: si chiama sussidiarietà.

Cari fratelli e sorelle, se questa conversione accade, è l’architettura stessa della nostra cittadinanza, della nostra civile convivenza, che cambia profondamente. Non abbiamo forse il diritto di sperare che Bologna possa diventare un vero laboratorio sociale della sussidiarietà? Altre volte essa si è mostrata capace di essere un vero laboratorio sociale. Non è certamente questo il luogo ed il contesto per sviluppare come meriterebbe questo tema. Mi limito ad un paio di riflessioni.

La prima. Sussidiarietà significa che "tutte le società di ordine superiore devono porsi in atteggiamento di aiuto […], quindi di sostegno, promozione e sviluppo rispetto alle minori" [Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, 186]. Sussidiarietà significa corrispondentemente che il bene comune della nostra città è raggiunto solo mettendo assieme sui contenuti essenziali del medesimo bene municipalità, imprese, e la società civile organizzata nel cosiddetto terzo settore.

Questa architettura sociale favorisce la responsabilità delle singole persone e dei gruppi sociali; impone ai tre soggetti suddetti di cooperare secondo la propria natura e la finalità propria. Né la municipalità, né l’impresa, né la società civile nel senso suddetto da sole, ossia considerate separatamente, possono rispondere in modo soddisfacente alle necessità della nostra città. Come dicevo, è una vera conversione culturale che solamente può rigenerarla.

Non sarebbe forse utile che si istituisse un "Consiglio permanente per la sussidiarietà" che aiuti a progettare questa nuova architettura sociale di cui la nostra città ha così urgente bisogno?

La seconda. Perché la nostra vita cittadina possa edificarsi secondo questo modello di sussidiarietà, dobbiamo abbandonare definitivamente due pregiudizi.

Il primo è costituito dalla contrapposizione tra pubblico e privato. È un vecchio pregiudizio ideologico, falso sul piano di dottrina della società, devastante sul piano pratico, e che la storia stessa si è già incaricata di condannare. Va pienamente riconosciuta la funzione sociale del privato: si pensi alla famiglia.

Trattasi di un riconoscimento che non va pensato in termini di una conciliazione fra due ambiti della vita tendenzialmente confliggenti. Ma va pensato in termini di una armonia che vede pubblico e privato nella loro diversità, reciprocità e complementarietà.

Il secondo è una concezione ancillare del rapporto della società civile colle istituzioni pubbliche. È una sorta di sussidiarietà rovesciata: imprese, società civile diventano semplicemente funzionali all’amministrazione, alla sua programmazione ed organizzazione.

Cari amici, la nostra città non può rassegnarsi a gestire l’eredità passata. Essa sarà capace di costruire il nuovo, solo se vorrà veramente ripensare e riprogettare l’architettura spirituale della sua convivenza. È questo anche un grave dovere verso le nuove generazioni, che non possono essere private del loro diritto di sperare.

Non lasciarci, Signore; non abbandonarci: illumina su questa città il tuo volto, e saremo salvi. Amen.