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Santa Messa di apertura del CONGRESSO EUCARISTICO DIOCESANO 2007
4 ottobre 2006, festa di san Petronio


1. "Pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri". Miei cari fedeli, la Chiesa di Dio in Bologna inizia oggi, solennità di S. Petronio suo patrono, l’Anno del Congresso Eucaristico Diocesano. E provvidenzialmente essa è istruita dall’Apostolo sulla sua intima natura: "siamo un solo corpo in Cristo". Il desiderio di ogni uomo di vivere con l’altro in una vera comunione di vita, trova il suo compimento mediante Cristo. "Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia" [Ef 2,14], così che "tutti noi siamo uno in Cristo Gesù" [cfr. Gal 3,28].

La ragione che ha spinto la Chiesa di Bologna, nella fedeltà ad una preziosa tradizione, a celebrare il Congresso Eucaristico, è stato il suo desiderio di radicarsi più profondamente in Cristo e di fondarsi più stabilmente in Lui – di essere in Lui –, per divenire sempre più "segno e strumento dell’intima unione degli uomini che in questa città vivono, con Dio e fra di loro" [cfr. Cost. dogm. Lumen gentium 1,1; EV 1/284].

L’unità infatti di cui ci ha parlato l’Apostolo nella seconda lettura è generata dall’Eucarestia. Noi diventiamo un solo corpo in Cristo perché mangiamo lo stesso pane eucaristico e beviamo allo stesso calice di salvezza; cessa l’estraneità dell’uomo dall’uomo quando la nostra umanità è rigenerata in Cristo mediante la partecipazione all’Eucarestia.

2. Pur essendo un avvenimento attinente all’ordine soprannaturale della fede, l’unità di cui parla l’Apostolo non può non produrre i suoi benefici effetti anche nella convivenza civile della nostra città. Il popolo di Bologna ha raffigurato Petronio vestito con abiti pontificali che tiene nelle sue mani la città. Icona piena di significato! Apostolo di Cristo è diventato costruttore di Bologna; non riconoscendo altro maestro che il Cristo egli ha definito l’identità di questo popolo.

Quando i nostri padri hanno voluto cingere Bologna di mura aprendo però in esse dodici porte, hanno fissato una volta per sempre e come scolpito nella pietra l’anima ed il destino di questa città: essere comunità unita in sé ed aperta ad ogni diversità. I nostri padri hanno voluto dirci in questo modo la più profonda definizione della nostra città: essere come un abbozzo ed una prefigurazione della città di Dio.

Possiamo noi perdere la memoria di questa fondazione e smarrire il senso di questa definizione? Abbiamo noi il diritto di mettere in pericolo questa eredità, vero patrimonio nel quale si concentrano valori essenziali della storia passata e per il nostro futuro? Patrimonio che si trova suggestivamente trascritto in questa Basilica, nel Palazzo municipale che le sta accanto, nella nostra Università, nelle nostre piazze e nei nostri portici, nel tempio di Maria, nostro presidio e nostra gloria.

I fatti delittuosi di cui siamo stati testimoni nelle scorse settimane che hanno deturpato soprattutto la dignità della donna, hanno indotto molti bolognesi pensosi del destino della loro città a porsi preoccupate domande: ma che cosa sta realmente accadendo in questa città? Perché sta accadendo?

Ma del diritto all’esistenza della nostra città in ciò che essa ha di più grande, sono titolari in un certo senso più le generazioni future che la nostra. Anche per questo non possiamo trascorrere il tempo in sterili ricordi nostalgici. Abbiamo il dovere di chiederci: ma di che cosa oggi Bologna soprattutto ha bisogno? Non compete al Vescovo proporre programmi politici e/o sociali di cui pure ogni città necessita. Ed inoltre la netta distinzione fra la fede e la sfera pubblica è un guadagno definitivamente acquisito e da difendere contro ogni forma di laicismo e di fondamentalismo.

La pagine dell’Apostolo e la meditazione sulla figura del nostro patrono ci aiutano a trovare la risposta a quella domanda di fondo. Ciò di cui ha bisogno oggi chi vive in questa città è di ricostruire una coesione intima con l’altro, uscendo da quel processo di desocializzazione che ci rende indifferenti quando non ostili gli uni agli altri. Stiamo diventando sempre più estranei gli uni agli altri: l’uno straniero dell’altro.

Ma vivere in questo modo non è forse negare tutta la storia di Bologna in ciò che essa ha di più grande? Non è forse mutare la sua identità?

Tutto questo ci porta ad una conclusione. Siamo arrivati ad un tornante decisivo della vicenda storica della nostra città: ad un momento di crisi nel senso più alto del termine.

Ebbene: questa crisi non potrà essere risolta che mediante un radicamento nuovo, più profondo, più organico della nostra comunità in quella tradizione di umanesimo cristiano che ha fatto di Bologna maestra di vera civiltà.

Solo l’umanesimo cristiano infatti garantisce una vera comunità civile e la costruzione di una vera civitas, poiché la sua categoria fondamentale, la carità, esclude che l’uomo possa raggiungere il suo bene proprio a spese del bene dell’altro. Se non è fondata in una reale comunione di vita e condivisione di destini, la legalità, assolutamente necessaria, viene inesorabilmente e quotidianamente sconfitta. Nel migliore dei casi assicura la pacifica coesistenza di egoismi opposti e serve solo a che ciascuno custodisca il suo "particulare".

La celebrazione del Congresso Eucaristico diocesano pur essendo in primo luogo un evento proprio dei credenti, vuole anche proporsi come occasione propizia di riflettere su alcuni nodi problematici della nostra convivenza. In questo senso ho scritto nei giorni scorsi a tutti i Sindaci e a chi ha responsabilità nella società civile.

La nostra città, ogni città degna di questo nome, è sempre stata ed è quotidianamente generata da due eventi spirituali: la coscienza che l’uomo ha di se stesso; il legame fra una generazione e l’altra istituito dall’atto educativo. Sono queste le due sorgenti della convivenza civile.

Dobbiamo avere in primo luogo il coraggio intellettuale di mettere in discussione quelle false concezioni dell’uomo che ne degradano lo splendore riducendolo ad un casuale incidente del processo evolutivo; ritenendolo originariamente destinato alla solitudine e non alla comunione reciproca.

Né possiamo più lasciare inevasa la domanda di verità e di senso che le giovani generazioni rivolgono a noi adulti, come facciamo quando proponiamo loro un progetto di libertà che è insignificante vagabondaggio senza meta ultima.

La nostra città non è, non può essere destinata alla morte spirituale: una morte che – ne sono certo – renderebbe più povera l’intera umanità.