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Omelia di San Petronio
4 ottobre 2004


1. "Anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri".

La celebrazione del santo Patrono è il momento più espressivo di una appartenenza: l’appartenenza a questa città di Bologna, al suo popolo ed alla sua cultura, alla sua storia e alla sua identità.

La parola di Dio dettaci dall’apostolo Paolo nella seconda lettura definisce questa appartenenza nel modo più forte possibile: "ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri".

Se ci chiediamo come Petronio generò un popolo, pose in essere un’identità culturale specifica, il popolo petroniano appunto e l’identità petroniana, troviamo la risposta nella pagina evangelica.

Nel sacro testo pur così breve ricorre varie volte l’espressione: uno solo. Dice "uno solo è il vostro maestro"; ed ancora: "uno solo è il Padre vostro, quello del cielo". Il santo Vescovo visse integralmente questa pagina, perché fu consapevole che nessun uomo può essere al centro unificante di tutto un popolo; che nessuna proposta puramente umana – nessun maestro umano – può divenire tessuto fortemente connettivo di una comunità umana, Egli generò questo popolo perché lo guidò vero l’unico centro unificante: Cristo Gesù. È in Cristo – ci ammonisce l’Apostolo – che "siamo un corpo solo". Petronio generò questo popolo perché testimoniò la presenza di una Paternità unica nella quale solamente ciascun uomo si sente fratello di ogni uomo: "non chiamate nessuno "Padre" sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo".

La conseguenza che svela l’intima verità del rapporto fra gli uomini è immediata: nessun uomo può "innalzarsi", sovra-porsi, dominare su nessun uomo, poiché anche "il più grande fra voi sia vostro servo". È così che Petronio si pone in mezzo al suo popolo. Si pose come colui che si sentiva mandato "a portare il lieto annuncio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri".

2. La celebrazione del nostro santo Patrono, celebrazione che custodisce viva la memoria della nascita spirituale di questa città, diventa luce e guida per la situazione attuale; per trovare risposte vere alle domande che anche oggi sorgono in ciascuno di noi.

Sembra incapace l’uomo occidentale di coordinare la cura della libertà individuale e la cura della relazione sociale: il bene della libertà col bene dell’umanità condivisa. Non c’è dubbio che in numerosi ambiti della vita, la difesa del primo valore è fatto a prescindere dal valore della relazione interpersonale, anzi – non raramente – a spese della medesima. Stiamo così costruendo una società umana che ignora l’ispirazione dell’odierna parola di Dio: "ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri". Una società, nel migliore dei casi, di egoismi coesistenti.

Il malessere spirituale di cui soffriamo è dovuto non ultimamente al fatto che da una parte non ci rassegniamo a che i nostri legami siano riducibili al consumo e allo scambio di beni, e dall’altra, sperimentiamo che una libertà che ci estranea gli uni agli altri è distruttiva della nostra beatitudine.

Il nostro Patrono ha fondato una "città spirituale", ha definito la nostra identità alla luce della parola di Dio appena ascoltata: siamo chiamati ad essere un popolo che afferma i valori della persona nella solidarietà sociale, e che genera solidarietà perché è consapevole della dignità di ogni persona. L’essere membra gli uni degli altri non ci conduce alla perdita di se stessi ma al contrario ci solidifica nella nostra identità.

Da ciò deriva una conseguenza di enorme importanza per la costruzione della nostra vita associata, ed è il rispetto del principio di sussidiarietà, esplicitazione necessaria della solidarietà. Sarà sufficiente in questo contesto ricordare che il principio di sussidiarietà implica che ogni persona e società da essa fondata hanno autonomia e diritti propri che ogni soggetto pubblico deve riconoscere, tutelare, promuovere. Implica che il soggetto pubblico non deve prevaricare sulle società minori, ma rispettarne la natura e i compiti. Implica che lo Stato in tutte le sue espressioni non deve sostituirsi alle società minori, ma aiutarle e promuoverle entro la necessaria cooperazione al bene comune di cui è responsabile l’autorità pubblica, evitando cooptazioni subordinate e meramente esecutive.

Saremo capaci di costruire una città sempre fedele alla sua identità più profonda? Penso che ne abbiamo la capacità. È la sfida che vogliamo raccogliere ancora una volta dalla celebrazione del nostro santo Patrono. Alla sua intercessione ci affidiamo.