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34° Giornata nazionale per la Vita
Cattedrale di S. Pietro, 4 febbraio 2012


1. Cari fratelli e sorelle, la parola di Dio – quella dettaci nella prima lettura e quella evangelica – oggi presenta la vita umana nella sua fragilità, nella sua condizione di malattia, e di oscurità in cui l’uomo versa circa il suo destino finale. Come avete sentito, la prima lettura è una vera elegia sulla miseria umana.

In essa l’uomo, la condizione di ogni uomo, è paragonata alle tre condizioni sociali peggiori presso Israele: il servizio militare [il "duro lavoro"]; il lavoro a cottimo ["il mercenario"], che era il livello estremo del proletariato; lo schiavo, possesso di un padrone che lo usa a piacimento.

Ma soprattutto, la situazione dell’uomo è esposta alla peggiore insidia: essere privata della speranza, vero balsamo per ogni nostra tribolazione: "i miei giorni … sono finiti senza speranza".

La pagina evangelica conferma questa visione desolata: "dopo il tramonto del sole, gli portarono tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta".

Non possiamo non porci una domanda a questo punto: perché la Chiesa ci fa ascoltare questa Parola nella giornata della vita? Una Parola che sembrerebbe distoglierci dal servizio per la vita, dalla stima di essa. La vita non è un gioco; la vita è dura. E chi la ama, non lo fa perché è un superficiale.

Da dove dunque viene ultimamente la stima per la vita dell’uomo? Che cosa è che rende ogni uomo un essere dotato di un valore incomparabile dal suo concepimento fino alla morte naturale? La Parola che oggi ci viene detta non si limita ad essere un’elegia sconsolata della miseria della vita. Anzi, essa diventa un canto alla vita. Riascoltiamo nel cuore la pagina evangelica.

2. Essa ci mostra Gesù che guarisce la suocera di Pietro, e "molti malati che soffrivano d’ogni specie di malattia".

"Le guarigioni mettono in evidenza la grandezza del soccorso prestato, ma il loro senso più profondo risiede in una volontà di bandire ogni sorta di dolore dalla terra. Le guarigioni devono essere un segno della misericordia di Dio" [R. Schnackenburg, Vangelo secondo Marco, Città Nuova, Roma 2002, 47].

Non a caso, come avete sentito, l’evangelista accosta la predicazione di Gesù e la sua opera di guarigione. Attraverso la predicazione, Egli manifesta chiaramente qual è la sua missione: rivelare che in Lui Dio si fa vicino all’uomo. Le guarigioni confermano la predicazione, perché costituiscono il segno della salvezza accordata da Dio agli uomini.

In che modo Dio in Gesù guarisce l’uomo e gli dona la salvezza? La guarigione della suocera di Pietro è narrata con maggiore dovizia di particolari.

"Egli (Gesù), accostatosi, la sollevò prendendola per mano". Ogni parola va accuratamente meditata.

Gesù salva "accostandosi". Dio non ci guarisce rimanendo nella sua distanza. In Gesù si fa vicino ad ogni uomo, perché assume la nostra natura e la nostra condizione umana.

Gesù salva "sollevandoci". La parola greca usata è la stessa che la Scrittura usa per narrare la risurrezione di Gesù. Dio in Gesù ci salva, facendoci "risorgere". Cioè: non permettendo che sia la morte a dire l’ultima parola sulla nostra vita. Non permettendo che i nostri giorni "finiscano senza speranza".

Gesù salva "prendendoci per mano". È il gesto di chi ci unisce a sé con una forza ed un potere che nessuno e niente potrà mai spezzare: neppure la morte. Veramente, le parole del Salmo acquistano alla luce di questa pagina evangelica una forza straordinaria: "Signore Dio mio, a te ho gridato e mi hai guarito. Signore, mi hai fatto risalire dagli inferi, mi hai dato vita perché non scendessi nella tomba" [Sal 30 (29), 3-4].

Cari amici, ecco la ragione più profonda del valore della vita: Dio stesso se ne prende cura. Quale preziosità possiede, se Dio stesso ne ha una tale stima! La misura della dignità è determinata dalla misura della cura che Dio se ne prende: infinita.

3. Allora, cari amici, potete capire la sapienza della Chiesa quando ci mostra proprio oggi il grande dittico della vita. La vita può essere considerata ben poca cosa se priva di una speranza vera. Può essere perfino disprezzata e maledetta, se non si sente afferrata – come la suocera di Pietro – dall’Amore che non tradisce.

È per questo che la Chiesa all’inizio di questa celebrazione ha messo sulle nostre labbra la seguente preghiera: "poiché unico fondamento della nostra speranza è la grazia che viene da te, aiutaci sempre con la tua protezione".

Sì, Signore Gesù: siamo a letto come la suocera di Pietro perché abbiamo la febbre della ricchezza, la febbre del disordine sessuale, la febbre della propria autorealizzazione. Accostati; sollevaci prendendoci per mano. E la febbre ci lascerà e noi ci metteremo a servire Te e i nostri fratelli. Amen.