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XXVIII Giornata per la Vita
Sabato 4 febbraio, Basilica di S. Luca


1. "I miei giorni sono stati più veloci d’una spola … Ricordati che un soffio è la mia vita". È singolare il fatto che la Chiesa nel giorno in cui celebriamo il valore della vita, ci faccia ascoltare la parola di Giobbe sulla sua fragilità ["un soffio è la mia vita"] e la sua pesantezza ["non ha forse un duro lavoro l’uomo sulla terra?"].

Questa coincidenza ci dona molta materia di riflessione poiché ci costringe subito a porci le domande che accompagnano questa giornata: veramente la vita di ogni persona umana è un valore, un bene tanto grande? Quale è la vera ragione di questo valore e su che cosa si fonda?

Ritorniamo alla pagina evangelica e lasciamo per il momento inevase quelle domande. Dice il testo santo: "Venuta la sera, dopo il tramonto del sole gli portarono tutti i malati e gli indemoniati … Guarì molti che erano afflitti da varie malattie". Dunque, Gesù si prede cura dell’uomo; Dio non è indifferente alla fragilità e alla miseria dell’uomo; non può sopportare che sia sfigurata la sua creatura. Anzi, nel racconto evangelico della guarigione della suocera di Pietro sono annotati due particolari di straordinaria potenza evocativa: "Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano".

Viene indicato il metodo divino, il modo con cui il Signore si prende cura della fragilità umana. Egli lo fa "accostandosi" all’uomo. Non rimanendo nell’infinita distanza della sua divina inaccessibilità, ma facendosi "prossimo" dell’uomo, di ogni uomo. È una "prossimità" che comporta l’assumere da parte di Dio la nostra stessa natura e condizione umana. L’accostarsi di Dio all’uomo fragile ed infermo comporta la ricerca dell’uomo da parte di Dio. Quando Gesù paragona se stesso al pastore che va alla ricerca della pecorella smarrita, alla donna che cerca la moneta perduta, vuole rivelarci precisamente quel volgersi di Dio, quell’accostarsi di Dio all’uomo; poiché l’uomo si era allontanato da Dio, Dio si fa "prossimo" dell’uomo.

Ma come "sollevare l’uomo"? "prendendola per mano". Questa esperienza ci commuove profondamente. È ben nota l’icona in cui i nostri fratelli dell’Oriente rappresentano il mistero pasquale della nostra redenzione mostrando il Signore risorto che "prende per mano" Adamo e lo porta fuori dal regno della morte. Il Signore ci prende per mano per sollevarci.

Ecco, carissimi fedeli, questi è il nostro Dio: un Dio che si accosta all’uomo, lo solleva dalla sua miseria prendendolo per mano.

Nella luce di questa rivelazione possiamo ora ritornare alle grandi domande che ci siamo fatte all’inizio. Se, infatti, la pagina evangelica ci svela in primo luogo il volto di Dio, essa di conseguenza ci svela anche il vero volto dell’uomo; la novità evangelica consiste e nell’immagine di Dio che ci trasmette e nell’immagine dell’uomo.

Il santo Padre Giovanni Paolo II di v.m. ha scritto: "Quale valore deve avere l’uomo davanti agli occhi del creatore, se "ha mandato il suo Figlio", affinché, egli, l’uomo "non muoia, ma abbia la vita eterna". In realtà, quel profondo stupore riguardo al valore e alla dignità dell’uomo si chiama cristianesimo" [Lett. Enc. Redemptor hominis 10,2; EE 8/29]. L’uomo certamente riconosce la verità intera delle parole di Giobbe e dice: "i miei giorni sono stati più veloci d’una spola… un soffio è la mia vita"; ma nello stesso tempo esclama col salmista: "che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato" [Sal 8,5-6].

Veramente la vita di ogni persona umana è preziosa agli occhi del Signore; la sua preziosità è di misura infinita poiché di ogni uomo si prende cura Dio stesso.

2. Carissimi fedeli, il riconoscimento della preziosità di ogni vita umana è oggi insidiato da una sorta di auto-degradazione dell’uomo nei confronti di se stesso. L’auto-degradazione consiste nell’incapacità di percepire la singolarità della persona umana nell’universo, la sua irriducibilità alla natura che la circonda e con cui ha sicuramente tante cose in comune. Se pensiamo che tutta la verità circa l’uomo sia quella che ci viene trasmessa dalla ricerca scientifica, ci precludiamo la comprensione di ciò che costituisce la vera grandezza dell’uomo.

Carissimi fedeli, il vero riconoscimento della persona umana è come una navigazione difficile che deve evitare due scogli: lo scoglio della disperazione di chi non sa andare oltre alle amare constatazioni di Giobbe, e lo scoglio della presunzione di chi si attribuisce una sovranità che è solo divina. Sia una cultura, una civiltà generata dalla disperazione sia una cultura, una civiltà generata dalla presunzione ha come capolinea la pura e semplice distruzione dell’uomo.

Chi ci guida in questa difficile navigazione? La luce della nostra ragione e della nostra fede. La prima ha in sé l’evidenza originaria che essere "qualcuno" non è essere "qualcosa", e la seconda mostra l’origine ultima di questa differenza, il fatto che ogni persona umana è amata da Dio.

"Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure … di gloria e di onore lo hai coronato". Non strappiamo mai dal capo dell’uomo, di nessun uomo, questa corona.