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Solennità di Santa Barbara
Comando del 121° Reggimento Artiglieria Contraerei, 3 dicembre 2010


1. La celebrazione patronale di santa Barbara ci invita a meditare, alla luce della parola appena ascoltata, sul senso del martirio. Barbara infatti appartiene alla gloriosa schiera dei martiri cristiani dei primi secoli.

Cari amici, il punto di partenza per comprendere il martirio è la parola dettaci da san Paolo: "tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù, saranno perseguitati".

La fede cristiana ha anche un contenuto morale: esige di divenire vita, vita quotidiana, vita coerente. E’ questo che l’Apostolo intende quando parla di "vivere pienamente in Cristo".

Se alla fede segue una condotta coerente, la fede medesima acquista visibilità non solo davanti a Dio, ma anche davanti al mondo. Diventa testimonianza. A questo pensava Gesù quando disse ai suoi discepoli: "voi siete la luce del mondo" [Mt 5,14].

Ma fino a che punto deve spingersi questa testimonianza? La domanda non si pone quando siamo approvati in ciò che facciamo di bene. Ma può accadere che di fronte ad un comportamento che riteniamo essere esigito dalla nostra fede o comunque dal dettato della nostra coscienza morale, l’approvazione degli altri venga meno. Anzi: subentra perfino la persecuzione sotto le più svariate forme. E’ ciò che ci dice san Paolo: "tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo, saranno perseguitati".

E’ ciò che accadde a Barbara. La scelta di Cristo per lei significò la scelta della verginità consacrata, in opposizione ai disegni di suo padre.

Fino a che punto si deve resistere? Fino a subire la morte o fisica o "civile"? I martiri, Santa Barbara oggi, ci danno la risposta. Esistono esigenze della dignità di ogni persona umana, difese da quelle norme morali che non ammettono eccezioni, dalle quali non si può mai recedere: costi quel che costi. La Chiesa proponendo l’esempio di numerosi martiri, oggi di santa Barbara, ed elevandoli agli onori degli altari, ha dichiarato solennemente che così pensando e così agendo non hanno sbagliato.

Ma nel momento in cui il martire afferma l’inviolabilità dell’ordine morale, afferma anche l’intangibile dignità della persona umana, che non è mai lecito svilire o deturpare. Lo abbiamo appena sentito dire da Gesù: "che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde o rovina se stesso". La dignità della persona non ha prezzo, fosse anche quello della vita. Come ci ha ora detto Gesù: "chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita, la salverà". Il martirio sconfessa come illusoria qualsiasi giustificazione, addotta in base a supposta "eccezionalità del caso", di azioni ingiuste.

In un certo senso già la sapienza pagana aveva percepito questa verità, come dimostra il detto del poeta: "considera il più grande dei crimini preferire la sopravvivenza all’onore e, per amore della vita fisica, perdere le ragioni del vivere" [Giovenale, Satirae VIII, 83-84].

2. Cari amici, la scelta di vita che avete fatto vi domanda di coltivare in voi in primo luogo la virtù della fortezza.

Lungi da voi il pensare che essa sia una disposizione del carattere. E’ un’attitudine permanente del vostro spirito in forza della quale la vostra libertà non si esime dal fare ciò che è giusto a causa dei pericoli e delle difficoltà.

La vera fortezza perciò è sempre accompagnata dalla perseveranza anche nella difficoltà, dalla capacità di sopportare contrarietà e dolori, dalla magnanimità propria di chi non fugge dalle imprese grandi a causa dei pericoli.

I martiri, santa Barbara la vostra patrona, ci hanno dato un esempio eminente di questa virtù.

Cari amici, mi piace terminare con una pagina di san Cipriano: "Gli uomini si esercitano e si preparano alla gara in questo mondo e considerano una grande gloria per la loro onorabilità se a loro tocca di essere incoronati mentre il popolo assiste e l'imperatore è presente. Ecco la gara sublime, grande e gloriosa per il premio della corona celeste: che Dio ci osservi mentre lottiamo e tenendo aperti gli occhi su di noi che egli ha avuto la bontà di rendere suoi figli, goda lo spettacolo del nostro combattimento" [Lettera 58, 8,1].