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Domenica Quinta di Pasqua (B)
Valdocco (Torino), 3 maggio 2015


Carissimi giovani, una parola ritorna con frequenza nella pagina evangelica appena proclamata: il verbo RIMANERE. In poche righe ritorna sette volte.

Questa ripetizione la si trova poi nel contesto di una grande metafora, che Gesù enuncia nel modo seguente: «io sono la vite, voi i tralci». La parola «rimanere» diventa significativa dentro questo rapporto fra Gesù ed i suoi discepoli, rappresentata nella figura della vite e dei tralci. Partiamo dunque da questa.

1. È un’immagine che già troviamo nel Vecchio Testamento. Con essa il Signore vuole dire la cura che si prende di Israele suo popolo, e l’aspettativa che Egli ha nei suoi confronti di poter raccogliere uva buona per un vino buono.

Se poi pensiamo che il vino è non raramente nella Scrittura il simbolo dell’amore coniugale, i due simboli si saldano: Dio ama il suo popolo ed aspetta di essere riamato.

Ma la delusione è stata cocente. Invece di uva preziosa, vengono prodotti solo piccoli grani immangiabili. La risposta al grande amore non giunge; non nasce tra Dio e l’uomo quella profonda, intima unità che Dio desiderava e l’uomo rifiuta. Questi non vuole donarsi, ma vuole vivere in e per se stesso. Così si isterilisce; diventa un deserto.

Ma come ogni vero amante, Dio non si arrende. Egli trova una via per assicurarsi la corrispondenza dell’uomo: una via impensabile per l’uomo. Dio si fa uomo e così Egli stesso diventa radice e ceppo della vite, e pone così ogni persona umana nella possibilità di innestarsi in questa vite; di vivere della sua stessa vita. S. Paolo è rimasto realmente rapito da questa situazione che ha coniato una formula che ricorre centinaia di volte nelle sue lettere: in Cristo Gesù.

Possiamo, in un certo senso dobbiamo, a questo punto pensare a come avviene questo innesto in Gesù. È mediante l’Eucarestia che diventiamo con-sanguinei di Gesù e con-corporei. Così – come amavano dire i Padri della Chiesa – siamo imparentati con Dio nel Figlio fattosi uomo e mediante l’Eucarestia la metafora della vite diventa realtà: noi siamo uniti al Figlio, e quindi uniti al Padre in un amore eterno.

E siamo così arrivati alla parola RIMANERE: rimanere dove? In questo grande mistero, in questo grande amore di Gesù che dona se stesso e ci innesta in sé. È la dimora della nostra felicità vera. Vi rimando alla meditazione che vi ho proposto martedì 21 u.s. in Seminario, dove vi ho detto di “radicare” la vostra persona nell’amore che Dio ci ha donato in Cristo Gesù.

2. Un’ultima riflessione. Gesù, come avete sentito, lega al nostro rimanere in Lui il fatto di “portare molto frutto”. È l’aspettativa di Dio nei nostri confronti. I frutti di cui parla Gesù non sono più solamente le opere compiute secondo giustizia, pure necessarie. Sono i frutti dell’amore, dal momento che siamo innestati nell’amore di Gesù. Non ci accontentiamo più di dire: “che cosa devo/non devo fare”, ma viviamo in Cristo mossi dalla creatività dell’amore. Chi si limita nell’amore vero, decide di porre limiti alla sua felicità.

Cari giovani, in questi giorni abbiamo incontrato Gesù che dona se stesso in sacrifico per la remissione dei peccati e ristabilisce la Nuova Alleanza. Preghiamo perché ci aiuti a rimanere sempre nel suo Amore: è la casa della felicità.