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S. Messa con la partecipazione dei lavoratori
alla presenza della venerata immagine della Madonna di San Luca
Cattedrale di San Pietro, 3 maggio 2008


1. "Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo". Cari fratelli e sorelle, queste semplici parole narrano il grande Mistero che oggi celebriamo in profonda comunione con Maria: l’ascensione al cielo del Signore.

Il mistero che oggi celebriamo è l’ingresso definitivo dell’umanità di Gesù nella gloria divina. L’umanità di Gesù viene oggi in possesso della stessa condizione divina. Diventa oggi chiaro ed esplicito ciò che già era accaduto nella risurrezione: l’ascensione è il compimento definitivo della resurrezione.

Siamo costretti a parlare di questo avvenimento di salvezza narrandolo come fosse un cambiamento di luogo; come fosse un movimento dalla terra, la nostra dimora al cielo, la dimora di Dio. In realtà ciò che è accaduto non è un cambiamento di luogo, ma di condizione: dalla condizione di mortalità e di umiliazione Cristo oggi passa ad una definitiva condizione di immortalità e di glorificazione. È questa mutazione il mistero che oggi celebriamo.

Non dobbiamo mai dimenticare che quanto è accaduto in Cristo, è preordinato e destinato ad accadere anche in ciascuno di noi. Celebrando oggi il mistero della glorificazione di Cristo, noi celebriamo anche la grazia della nostra glorificazione e della nostra predestinazione alla vita eterna di Dio. Per questo l’apostolo Paolo nella seconda lettura ci augura che possiamo comprendere a quale speranza il Padre della gloria ci ha chiamati, "quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e quale è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti". La stessa forza che il Padre della gloria ha manifestato "in Cristo quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli", manifesta anche in noi facendoci "vivere nel Cristo, risuscitandoci in Lui e facendoci sedere con Lui nei cieli" [cfr. Ef 2,5-6].

Finalmente oggi l’uomo viene a conoscere quale è il suo destino finale, il capolinea definitivo del suo percorso, in vista di che cosa egli esiste. È stato liberato dall’ignoranza più angosciante: l’incapacità di rispondere alla domanda: "che cosa alla fine mi aspetta?".

2. Cari fratelli e sorelle, questa celebrazione ha però una sua caratteristica propria. Abbiamo voluto celebrare il mistero dell’Ascensione del Signore, facendo memoria in modo particolare del nostro lavoro quotidiano. Desideriamo porci nella celebrazione odierna in quanto uomini e donne che lavorano.

A prima vista, questo modo di celebrare sembra essere intimamente contraddittorio. Il pensare alla vita eterna che ci aspetta non rischia di distoglierci dalla responsabilità per il presente? L’aver rivolto la speranza dell’uomo verso un "al di là" non causa un disimpegno reale per l’"al di qua" in cui viviamo? Che senso ha allora celebrare il lavoro nel contesto dell’odierna solennità?

Voi sapete che questa è un’accusa costante che viene rivolta alla proposta cristiana. Un’accusa che in molti cristiani poco vigilanti è stata causa di un modo di vivere la fede in cui essa non è negata ma spostata in un’altra direzione, rendendola irrilevante per il mondo, la vita presente, e quindi per il lavoro umano.

Miei cari fratelli e sorelle, la celebrazione dell’Ascensione del Signore illumina di luce singolare non solo il destino ultraterreno dell’uomo, ma anche la sua condizione terrena, e dunque il senso ultimo del lavoro umano.

Quale è oggi il rischio maggiore per l’uomo all’interno dell’organizzazione del lavoro? Di perdere se stesso; di divenire funzionale ad un’organizzazione, ad una "globalizzazione" sempre più complessa ed indominabile. La tragedia delle morti sul lavoro assurge anche a tragica metafora di questa condizione: l’uomo viene ucciso proprio in quel lavoro con cui cerca di vivere.

Come liberare l’uomo dal pericolo di perdere se stesso nel suo lavoro? Certamente, è necessario l’impegno congiunto e sapiente di sindacalisti, di economisti e di politici. Ma ogni uomo, ogni donna, deve trovare in se stesso prima di tutto la forza di opporsi a questo rischio non perdendo mai la coscienza della sua dignità.

Solo se l’uomo sa che non è semplicemente una casualità, l’escrescenza di un tutto governato dal caso, un frammento in una totalità che domina, ma è chiamato a vivere in un rapporto personale col Dio vivo ed eterno, non permetterà mai di essere violentato nella sua dignità.

Rivelando all’uomo il suo destino finale, l’odierna solennità tocca l’uomo già da ora e lo fa vibrare contro ogni deturpazione della sua dignità. In una parola: solo una "speranza piena di immortalità" è capace di mantenere vive la nostre speranze quotidiane. Anche la speranza di un’organizzazione del lavoro a misura della dignità della persona.

Cari fratelli e sorelle, celebriamo questo Mistero in unità profonda con Maria, presidio e onore della nostra città. Ella l’ha nutrita sempre di speranza. Nei suoi momenti più difficili, la nostra città si è rivolta a Lei trovando in Maria la forza di riprendere il suo cammino.

Anche ora la nostra città ha bisogno di speranza, perché possa riprendere il suo cammino.

Maria, insegnaci a credere, a sperare, ad amare come te: indica tu il cammino a questa città, che nei secoli si è sempre onorata di averti suo presidio.