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Venerdì Santo
Celebrazione della Passione del Signore
Cattedrale, 3 aprile 2015


«Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto». Il testo profetico che conclude la narrazione della Passione si sta compiendo anche fra noi. Volgeremo lo sguardo a colui che hanno trafitto, adorando la sua Santa Croce. Che cosa dice “Colui che hanno trafitto” al nostro cuore e alla nostra mente?

1. Ascoltiamo la Parola che ci è stata proclamata. «Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, come noi, escluso il peccato».

La solidarietà di Gesù col patire umano aveva avuto il suo inizio quando, Verbo eterno del Padre, assunse la nostra natura umana e la nostra condizione. Ma raggiunge la sua pienezza quando lo vediamo condividere la nostra miseria più grande: la morte.

Accostiamoci dunque al Crocefisso come «al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno». Lo possiamo fare con la certezza di essere compresi nel nostro umano soffrire, «essendo stato lui stesso provato in ogni cosa».

2. Continuando a volgere lo sguardo a colui che hanno trafitto, la parola di Dio ci scopre un mistero più profondo, un mistero nascosto nella solidarietà di Gesù con la nostra sofferenza. Questa scoperta non ci fa più ripetere col profeta: «volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto», ma ci fa dire: “volgiamo lo sguardo a colui che abbiamo trafitto”. Esiste una misteriosa ma reale responsabilità nostra della morte di Gesù sulla Croce: ciascuno di noi ne è responsabile.

Il profeta, nella prima lettura, lo dice con grande forza: «Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità». Ed ancora: «noi tutti eravamo perduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di tutti».

In che senso siamo responsabili? Possiamo balbettare una risposta meditando la profonda intenzione con cui Gesù ha donato Se stesso sulla Croce. Egli muore consapevolmente per i nostri peccati, «giusto per gli ingiusti»; egli muore per liberarci dalla nostra incapacità di sottrarci alla signoria del male. «Eravamo sperduti come un gregge» ci ha detto il profeta «ognuno di noi seguiva la sua strada». Da questa condizione Gesù crocifisso ci ha liberato: è morto per questo.

Volgendo il nostro sguardo a Colui che abbiamo trafitto, vediamo che la morte di Gesù fu essenzialmente un atto di amore personale. Sia da parte di Dio: «Egli non ha risparmiato il proprio figlio, ma lo ha dato per tutti noi» [Rom 8, 32]. Da parte di Gesù stesso: «mi amò e diede sé stesso per me». [Gal 2, 20].

3. Siamo dunque coinvolti nell’evento della Croce. Ma non solo a causa dei nostri peccati. La Croce ha cambiato la nostra condizione. Mediante la fede ed il battesimo infatti siamo coinvolti in essa, al punto che l’Apostolo scrive: «anche voi siete stati messi a morte mediante il corpo di Cristo… perché possiate appartenere ad un altro, a colui che fu risuscitato dai morti affinché noi portiamo frutti per Dio» [Rom 7, 4].

Immersi nella morte di Cristo siamo liberati dal nostro egoismo e resi capaci di amare come Gesù. «Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli [1 Gv 3, 16].