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PER LA MORTE DI GIOVANNI PAOLO II
3 aprile 2005
Cattedrale di San Pietro


1. "Celebrate il Signore perché è buono, perché eterna è la sua misericordia". Nel momento in cui la Chiesa vive la sofferenza di essere stata privata del vicario del suo Sposo e Signore, il santo Padre Giovanni Paolo II, riceve l’invito a celebrare il Signore "perché è buono, perché eterna è la sua misericordia". L’apostolo Pietro ci indica quale sia l’opera in cui la misericordia di Dio, anzi "la sua grande misericordia" si rivela: la rigenerazione della persona umana mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, in vista di una speranza viva.

Carissimi fratelli e sorelle, qui troviamo il "luogo spirituale" in cui collocare il ministero e la persona di Giovanni Paolo II: nell’opera della grande misericordia del Padre, nella rigenerazione dell’uomo mediante Cristo. Nel cuore del mistero redentivo, "divinae pietatis sacramentum", come amavano chiamarlo i Padri.

Così Giovanni Paolo II concludeva la sua fondamentale enciclica sulla misericordia di Dio "La ragione del suo [= della Chiesa ] essere è … quella di rivelare Dio, cioè quel Padre che consente di essere "visto" da noi nel Cristo (cfr. Gv 14,9). Per quanto forte possa essere la resistenza della storia umana, per quanto marcata l’eterogeneità della civiltà contemporanea, per quanto grande la negazione di Dio nel mondo umano, tanto più grande deve essere la vicinanza a quel mistero che, nascosto da secoli in Dio è poi stato realmente partecipato nel tempo all’uomo mediante Gesù Cristo" [Dives in misericordia 15,7: EE 8/205]. Così scriveva agli inizi ancora del suo pontificato. E giunto alla fine, nelle ultime pagine del suo ultimo libro, Memoria e identità scriveva: "È stato un male di proporzioni gigantesche, un male che si è avvolto delle strutture statali per compiere la sua opera nefasta, un male eretto a sistema. Nello stesso tempo però, la grazia divina si è manifestata con ricchezza sovrabbondante. Non vi è male da cui Dio non possa trarre un bene più grande" [pag. 198]. Egli si è posto nel cuore del dramma dell’amore di Dio, del Dio che vuole rigenerare l’uomo.

È per questo che il ministero e la persona di Giovanni Paolo II si è collocato nel cuore del dramma dell’uomo. La trama fondamentale di questo dramma, carissimi fratelli e sorelle, è semplicemente e perfettamente indicata sia dalle parole del salmo sia ancora dalle parole dell’apostolo. Dalle parole del Salmo: "la pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo: ecco l’opera del Signore, una meraviglia ai nostri occhi". Il dramma dell’uomo è di rimanere o di uscire da un’opera di costruzione della sua persona, della sua società, della sua cultura, il cui architetto è Dio stesso ed il cui fondamento è Cristo. Su quale base, su quale testata d’angolo l’uomo sta costruendo? Tutti ricordiamo il grido con cui Giovanni Paolo II iniziò il suo pontificato: "Non abbiate paura! Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo".

Anche l’Apostolo indirizza i nostri sguardi ed il nostro cuore verso lo stesso dramma dell’uomo: "perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere per un po’ di tempo afflitti da varie prove". È quello dell’uomo il dramma dell’afflizione da varie prove: l’afflizione delle guerre, dell’ingiustizia sociale, della dignità umana degradata, della discriminazione razziale e religiosa. Ma è un’afflizione che può racchiudere una promessa di salvezza: "siete ricolmi di gioia…"; oppure è un’afflizione priva di speranza.

2. Carissimi fratelli e sorelle, fra poco recitando la preghiera eucaristica, noi non pronunceremo più il nome di Giovanni Paolo II come abbiamo fatto per ventisei anni. Oggi, in quel punto della Preghiera eucaristica ci sarà come una pausa di silenzio, come fosse una lacuna.

Giovanni Paolo II si è collocato nel cuore del dramma divino della rigenerazione dell’uomo e quindi nel cuore del dramma umano della liberazione della persona. Ma ciò che accadrà fra poco è la migliore espressione del fatto che Giovanni Paolo II si colloca nel cuore della Chiesa, dentro all’Eucarestia. Né poteva essere diversamente. Egli nell’omelia del 25.mo del suo pontificato rivelò che ogni mattina si sentiva rivolta la domanda di Cristo: "mi ami tu?", e che in questo dialogo fra lui e Cristo ritrovava ogni giorno la forza di continuare il suo servizio.

Questa è la verità più profonda e più completa su Giovanni Paolo II, ben più completa di quando lo pensiamo in termini di politica internazionale: rispondendo alla domanda di Cristo si è trovato collocato per sempre nel mistero eucaristico, punto di incontro del dramma di Dio e del dramma dell’uomo. Si è trovato nel cuore della Chiesa.

Carissimi, in questo vespro dell’ottava di Pasqua la Chiesa ci fa leggere il Vangelo che narra l’incontro di Tommaso con il Risorto. Tommaso ha messo la sua mano nel costato di Cristo: ha messo la sua mano nel fuoco.

Nella sua Enciclica programmatica Giovanni Paolo II aveva scritto: "L’uomo che vuole comprendere se stesso fino in fondo … deve, con la sua inquietudine e incertezza e anche colla sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, avvicinarsi a Cristo" [Redemptor hominis 10,1; EE 8/28].

Le ultime parole del suo ultimo scritto dicono: "Nell’amore che ha la sua sorgente nel cuore di Cristo sta la speranza per il futuro del mondo. Cristo è il redentore del mondo: per le sue piaghe noi siamo stati guariti" [Memoria e identità, Rizzoli, Milano 2005, pag. 200].

Entriamo nel costato di Cristo ed usciamone colla mano sporca del suo sangue per non dimenticare mai a quale prezzo la nostra dignità è stata salvata.