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S. Messa in suffragio di tutti i defunti
Chiesa Monumentale di San Girolamo, 2 novembre 2009


1. "Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli… Eliminerà la morte per sempre". Questa, cari amici, è la più incredibile delle promesse che Dio ha fatto all’uomo: eliminare per sempre la morte. Il luogo dove ci troviamo sembra essere il trionfo della morte, contro la promessa divina. La morte anzi – come scrive il poeta – "infinite ossa … in terra e in mar semina" [cfr. U. Foscolo, I sepolcri 14-15].

Tuttavia, anche di fronte a questa che sembra essere la vittoria incontestabile della morte, il credente esclama: "Ecco il nostro Dio: in lui abbiamo sperato perché ci salvasse; questi è il Signore in cui abbiamo sperato: rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza".

La certezza che la morte non sarà il destino finale ed invincibile della nostra vicenda umana, consiste nell’aver incontrato mediante la fede il vero Dio. Sapendo che Egli è il Dio che vuole la vita eterna di chi lo ama; sapendo che Egli ci ha donato il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non muoia, nasce nel cuore la speranza che non delude. "In lui abbiamo sperato, perché ci salvasse". È questa speranza che cambia tutto l’impasto della nostra vita.

Ma quale speranza è mai questa, che non fugge neppure di fronte ai sepolcri? Di che genere è mai questa speranza? Cari amici, a questa domanda risponde S. Paolo nella seconda lettura.

Il primo elemento di questa risposta è enunciato nel modo seguente: "Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo eredi". L’uomo, l’uomo concreto che è ciascuno di noi, non è un casuale frammento gettato nell’universo, schiavo dell’inesorabile potere delle leggi della natura. L’uomo è stato posto in un rapporto diretto con Dio stesso; è un rapporto dal quale è bandita ogni paura, perché ha il diritto di gridare: "Abbá-Padre".

Incontrando il Dio di Gesù Cristo, l’uomo viene rigenerato nella sua umanità, radicalmente. Viene elevato alla dignità di figlio. In quanto tale, egli ha diritto all’eredità: "se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio". Se Dio è la nostra eredità, Egli e la sua vita eterna possono essere ereditati da un morto? La fede cambia la mia condizione umana, perché mi rende figlio di Dio. Da questa condizione fiorisce la speranza che la vita stessa di Dio è la mia eredità. Cari amici, questo è il cristianesimo!

Ma nella risposta di S. Paolo c’è anche un secondo elemento, così enunciato: "noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli". Vorrei attirare la vostra attenzione su una parola: "le primizie dello Spirito". L’eredità della vita eterna non è semplicemente rimandata al futuro, ma di essa abbiamo fin da ora un anticipo. Portiamo già dentro di noi il geme di quella definitiva vittoria sulla morte che desideriamo e speriamo.

La speranza non è solo attesa che si protende verso cose che sicuramente verranno, ma che ora sono totalmente assenti. Già da ora di quelle "cose future" ci è stato dato come un anticipo.

L’apostolo ci svela così la ragione profonda del nostro gemito di fronte alla morte. In base a ciò che già la fede ci ha donato, non possiamo non sentire quanto il sepolcro contraddica la condizione umana. Il gemito diventa "attesa della redenzione del corpo".

2. Cari fedeli, la speranza che nasce dalla fede ci ha portato numerosi questa mattina vicino alla tomba dei nostri cari. La preghiera del cristiano suffragio è uno dei segni più commoventi della speranza. Consapevoli come siamo che i nostri defunti vivono o già nel possesso dell’eredità eterna o nell’attesa causata da una necessaria purificazione, li aiutiamo colla preghiera, soprattutto colla celebrazione dell’Eucaristia.

Partiamo da questo luogo non con l’amarezza dello sconfitto di fronte alla potenza della morte, ma con l’intima certezza della fede che il nostro destino ultimo è la vita eterna.