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Solennità di Tutti i Santi
San Giovanni in Persiceto, 1 novembre 2008


1. "Vedete quale amore grande ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente". Cari fedeli, la parola di Dio ci invita oggi a considerare "il grande amore che ci ha dato il Padre". Notate bene la formulazione umana del pensiero divino. Non siamo invitati a contemplare ciò che Dio ha fatto e fa per noi: i suoi vari doni. Ma a guardare alla ragione e alla sorgente di ogni dono: il suo amore per noi. Infatti il primo dono che facciamo alla persona amata, è l’amore con cui le vogliamo bene.

Tuttavia la Parola di Dio ci rivela oggi che la massima espressione del suo amore, è che siamo "chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente". Che cosa vogliono dire queste parole? Ogni figlio ha la stessa natura del padre che lo ha generato: dall’uomo non può nascere che un uomo. Ciascuno di noi è generato, nel santo battesimo, da Dio stesso; diventa partecipe della sua stessa natura divina; diventa figlio di Dio.

Certamente, come ci avverte la divina parola, "noi fin d’ora siamo figli di Dio", tuttavia "ciò che saremo non è stato ancora rivelato". Lo sarà quando "lo vedremo come Egli è".

Carissimi fedeli, noi oggi uniamo "in un’unica festa i meriti e la gloria di tutti i santi". Quando parliamo di santità pensiamo subito al risultato di uno sforzo morale che uno compie su se stesso, all’impegno per vivere rettamente. In realtà, però, prima e più di questo la santità è una trasformazione della nostra persona nel suo essere, che è opera dell’amore di Dio. Ogni cristiano in questo senso profondo è santo, in quanto nel battesimo è stato strappato dalla sua condizione di peccato ed è stato reso partecipe, come vi dicevo, della stessa natura divina. Coerentemente ciascuno di noi, preso atto consapevolmente di ciò che è accaduto in sé e della sua trasformazione, deve vivere in modo degno della sua divina condizione: "chiunque ha questa speranza in Lui, purifica se stesso, come egli è puro". La santità cristiana quindi è inseparabilmente un dono ed un compito: è dono dell’amore del Padre; è compito della nostra libertà.

Lo spiega mirabilmente il papa S. Leone: "Riconosci, o cristiano, la tua dignità, e divenuto partecipe della natura divina, non voler ricadere nell’antica abiezione con una vita indegna. Ricordati del tuo capo e di quale corpo sei membro. Rammentati che tu, strappato dalle tenebre, sei stato inserito nella luce e nel regno di Dio" [Sul Natale del Signore 1,3.2]. Siamo dunque vigilanti sui nostri desideri, perché l’uso delle cose di questo mondo non ci distolga dal raggiungere quella santità piena che è il nostro vero destino.

2. Il Prefazio che ci introduce fra poco nella grande preghiera eucaristica ci aiuta a capire un aspetto della solennità odierna troppo importante per non essere almeno accennato.

Ricordare tutti i santi ci aiuta a capire la Chiesa nella sua realtà più profonda. Oggi ci rendiamo conto che non esiste secolo e luogo della terra che non sia stato benedetto dalla santità. La vita della Chiesa è la santità. Se oggi ci è data "la gioia di contemplare la città del cielo, la Santa Gerusalemme che è nostra madre, dove l’assemblea festosa dei nostri fratelli glorifica il Signore", non è per farci evadere dalle nostre faticose faccende feriali. È per farci capire e farci in un qualche modo sentire che tutti – noi ancora in terra, i fratelli e sorelle defunti, i santi in cielo – viviamo in profondità la stessa vita: la vita stessa di Dio che ci è stata comunicata. E nulla è più grande e bello di questa comunione di carità che fa una sola vita la vita di tutti. Il ricordo dunque del Servo di Dio G. Fanin non è una pura commemorazione storica.

Nessun santo ci è lontano nel tempo: ogni distanza di tempo, di luogo, di condizione di vita, è superata. Questa è la grande realtà della Chiesa: l’unità della stessa vita in Cristo.