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Solennità della B.V.di S. Luca
Cattedrale di San Pietro, 1 maggio 2008


1. "Allora Maria disse: L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore". Cari fratelli, dobbiamo essere grati all’evangelista Luca di aver messo sulle labbra di Maria il cantico del Magnificat. In questo modo il divino autore delle Scritture ci fa il privilegio di entrare nel segreto di Maria, di conoscere il suo mondo intimo.

Siamo spinti a questa conoscenza non da empia curiosità, ma dal desiderio di ricevere da Maria un’intelligenza più profonda del Mistero ed il modo giusto di dimorarvi. "Infatti" scrive il venerabile Beda "nella Chiesa è invalsa la buona e salutare abitudine di cantare l’inno … poiché grazie a questa pratica il continuo ricordo dell’Incarnazione del Signore accenda ad ardente devozione l’anima dei fedeli" [Omelie sul Vangelo – Nell’Avvento 1,4, CN ed., Roma 1990, 65].

È necessario in primo luogo considerare attentamente il contesto in cui Maria elevò il suo cantico. Questo accade nell’incontro fra Elisabetta e Maria, al quale partecipa in modo mirabile anche il bambino non ancora nato e concepito nel grembo di Elisabetta. È il primo evento messianico, questo incontro, poiché Elisabetta e Giovanni sono i primi a sapere che Dio ha visitato il suo popolo, ed ha compiuto le promesse. Maria di Nazareth entra nella casa di Elisabetta e Zaccaria come madre del Figlio di Dio: "A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?".

Ma le parole più importanti, dal nostro punto di vista, dette da Elisabetta a Maria sono le seguenti: "E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore". Queste parole ci rivelano come Maria è entrata dentro al Mistero.

Il Concilio Vaticano II insegna: "A Dio che rivela è dovuta l’obbedienza della fede (Rom 16,26; cfr. Rom 1,5; 2Cor 10,5-6), per la quale l’uomo si abbandona a Dio tutto intero [se totum committit] liberamente" [Cost. dogm. Dei Verbum 5; EV 1/877]. Maria nel momento dell’annuncio dell’angelo si è abbandonata tutta intera a Dio che le rivelava il suo disegno di amore. La rivelazione riguardava il suo Figlio, ma – come insegna ancora il Concilio – "volle il Padre delle misericordie che l’accettazione della predestinata madre precedesse l’incarnazione"" [Cost. dogm. Lumen gentium 56; EV 1/430]. L’accettazione, il consenso mariano all’opera del Padre fu dato mediante la fede, così che – come amavano dire i Padri della Chiesa – Maria prima di concepire l’Unigenito nel suo corpo, l’aveva concepito nella mente.

Maria dunque nel momento in cui visita la cugina è già "coinvolta" dentro al Mistero; vi è già entrata e ne comincia a vedere, nella casa di Zaccaria, i gioiosi primordi. Come vi resta? come, con quali pensieri ed attitudini ella vi dimora? il cantico del Magnificat ce lo rivela. Esso in un certo senso ci dona la "teologia di Maria". Al riguardo mi limito solamente ad alcuni suggerimenti per la vostra meditazione e preghiera.

L’opera della salvezza è contemplata e magnificata come l’atto della misericordia: l’incontro del mistero della Gloria coll’abisso della miseria. Di questo evento Maria sente di farne esperienza.

L’atto di fede che l’ha introdotta nel Mistero, ora le dona un’intelligenza straordinaria del medesimo. La misericordia si estende di generazione in generazione, poiché l’amore del Padre per l’uomo accompagna questi lungo tutta la sua storia. Ed è un amore più potente di ogni male, di ogni deturpazione della dignità, in cui l’uomo, l’umanità, il mondo è coinvolto. È la potenza di una grazia che sovrabbonda là dove abbonda il male, il modo specifico in cui si rivela il Mistero e prende posizione nei confronti del mondo.

2. Cari fratelli, stiamo alla scuola di Maria per apprendere da essa come dimorare quotidianamente dentro il Mistero.

L’imposizione sacramentale delle mani ci ha introdotti nel dramma della redenzione dell’uomo, come segni efficaci della misericordia che "si estende di generazione in generazione". Come dobbiamo rimanervi? Come vi rimase Maria.

Ella vi rimase perché si è abbandonata tutta intera al Padre mediante l’obbedienza della fede. Tutto nella Chiesa, e dunque anche nel nostro ministero apostolico, è radicato nell’obbedienza mariana di fede. Cari fratelli, fuori di una "visione di una fede", la nostra vita sacerdotale perde ogni senso, anche se producesse frutti che il mondo legittima ed approva. Se l’occhio della fede si appanna, la coscienza che ciascuno ha di se stesso come sacerdote si oscura e si smarrisce.

Radicati e fondati nell’obbedienza della fede, ci collocheremo col nostro ministero nel posto giusto, come già vi dissi nell’omelia della Messa crismale. Nel punto cioè in cui la misericordia si incontra colla miseria; nel punto in cui "gli umili sono innalzati, gli affamati sono ricolmati di beni". Maria ha visto nella fede questo evento di grazia che, accaduto nel suo grembo, si riversava su ogni generazione, ed ha magnificato il Signore. Ciascuno di noi vede che in se stesso prima di tutto la misericordia ha sollevato la miseria e si stupisce quotidianamente di essere lo "strumento" di quella misericordia: "Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, ad esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna" [1Tim 1,16].

L’uomo ha bisogno di sentire nel nostro sacerdozio la vicinanza misericordiosa di Dio alla sua miseria. Solo in questo modo, possiamo parlare in maniera sensata di "salvezza" all’uomo di oggi, cui diventa sempre più difficile comprendere tale annuncio. Ma esso è il "centro" del Vangelo.

È in questo "centro" che Maria ci educa a rimanere col suo Magnificat. Amen.