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Festa di S. Giuseppe lavoratore
Cattedrale di S. Pietro, 1° maggio 2006


1. "Dio disse: facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza… riempite la terra, soggiogatela".

Carissimi fedeli, siamo oggi riportati dalla parola di Dio alla nostra origine, all’atto creativo di Dio. La memoria della nostra origine ci guida alla scoperta della nostra identità: siamo "ad immagine e somiglianza di Dio"; ci guida alla scoperta del nostro compito: "soggiogate la terra".

Questa connessione che la parola di Dio oggi istituisce fra l’identità della persona umana ed il compito del lavoro, è ricca di significato. L’uomo e la donna sono chiamati a lavorare perché sono "ad immagine e somiglianza di Dio" cioè in quanto persone. La parola di Dio oggi ci insegna quindi che il lavoro appartiene alla natura stessa e alla dignità della persona umana.

Ne deriva che la separazione fra "persona" e "lavoratore" finisce sempre per produrre vere e proprie devastazioni nell’umanità della persona e nelle sue relazioni originarie colle altre persone. La connessione fra [dignità della] persona e lavoro impedisce di considerarlo come uno dei tanti elementi impersonali dell’organizzazione produttiva: il valore primario del lavoro è il suo valore etico, quel valore cioè che gli deriva dall’essere attività di una persona. Quando la necessaria organizzazione del lavoro dimentica questo valore primario, la persona non si ritrova più nel suo lavoro, ne è come spossessata, alienata. "Lo scopo del lavoro" ammoniva Giovanni Paolo II "di qualunque lavoro eseguito dall’uomo – fosse pure il lavoro più di "servizio", più monotono, nella scala del comune modo di valutazione, addirittura più emarginante – rimane sempre l’uomo stesso" [Lett. Enc. Laborem exercens 6].

Vorrei da queste riflessioni che nascono dall’ascolto della parola di Dio richiamare la vostra attenzione su due conseguenze che possono orientare più immediatamente chi a vario titolo ha responsabilità nell’organizzazione del lavoro.

La prima conseguenza è che il lavoro è un bene umano che deve essere assicurato ad ogni persona umana: non è un "bene superfluo". Ogni ordinamento economico che voglia essere orientato alla giustizia e al bene comune, deve proporsi la "piena occupazione". Se un certo tasso di disoccupazione può essere definito secondo i canoni della scienza economica "fisiologico", da un punto di vista etico ogni persona che voglia e non trovi da lavorare è un caso di grave "patologia etica". Esiste una grave responsabilità di colui che Giovanni Paolo II chiamava "il datore indiretto di lavoro" [cfr. Lett. Enc. Laborem exercens 17], cioè di tutti coloro che possono orientare la politica del lavoro, nel rispetto rigoroso del principio di sussidiarietà.

La seconda conseguenza non merita minore attenzione. Profondi e perfino radicali cambiamenti sono accaduti in questi anni. La persona saggia, ancor più se è credente, sa però che nessun cambiamento è tale da mutare la costituzione etica della persona, la sua soggettività morale: ciò che abbiamo detto sul rapporto persona-lavoro era vero ieri, lo è oggi, lo sarà domani. Ma proprio per custodire questo rapporto è necessario essere vigilanti e cogliere le nuove esigenze. Ne richiamo una che mi sembra particolarmente urgente.

Il mantenimento dell’occupazione dipende ogni giorno più dalle capacità umane e professionali. Ed infatti il mondo del lavoro sta scoprendo sempre più l’importanza del c.d. "capitale umano". Ne deriva che la possibilità di accedere ad una vera, altamente qualificata educazione ed istruzione professionale costituisce per molti giovani, soprattutto una condizione sine qua non per entrare in modo degno nel mondo del lavoro.

Ma più in generale, "il percorso lavorativo delle persone deve trovare nuove forme concrete di sostegno, a cominciare proprio dal sistema formativo, così che sia meno difficile attraversare fasi di cambiamento, di incertezze, di precarietà" [Compendio della Dottrina sociale della Chiesa n° 290]. So che nella nostra città esistono esperienze di questo genere: vanno promosse e sostenute.

2. "Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro".

La parola di Dio conclude il suo "proto-vangelo del lavoro" col grande comandamento del riposo festivo.

Carissimi, è questo un punto fondamentale. Il riposto festivo – da non ridursi al riposto settimanale – libera l’uomo anche dall’asservimento del lavoro, perché lo orienta al fine ultimo della sua vita: riconoscere nella lode e nell’adorazione Dio come proprio creatore e salvatore.

Siate vigilanti a salvaguardare l’identità del riposo festivo, se non volete che l’uomo diventi schiavo della produzione e del consumo.

Carissimi, ricorrerà presto il centenario del Liber paradisus. È uno dei titoli più splendenti della nobiltà della nostra città: è stata data la libertà ai servi della gleba; è stata riconosciuta piena dignità ad ogni lavoro umano. Sono sicuro che la nostra città sarà in grado di custodire l’intimo legame del lavoro, di ogni lavoro, alla dignità della persona: è un compito che secondo le competenze proprie di ciascuno appartiene a tutti.