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Solennità di Maria Santissima Madre di Dio e Giornata Mondiale della Pace
Cattedrale di S. Pietro, 1 gennaio


1. Il mistero che oggi la Chiesa celebra è la divina maternità di Maria, nella quale sono stati donati all’uomo i beni della salvezza eterna.

Avendo Maria concepito e generato nella nostra natura e condizione umana la persona del Verbo divino, Ella è da ritenersi in senso vero e proprio Madre di Dio. E’ stata posta, per un disegno di Dio, in una relazione unica con una persona divina: la relazione di maternità.

E la Chiesa nella prima lettura ci fa vivere questo mistero in una dimensione molto umana e suggestiva. La nascita di ogni bambino è sempre un “inizio” pieno di speranza. Il Bambino nato da Maria è un “inizio assoluto”. E’ l’introduzione della speranza perché dà inizio alla nuova creazione. E’ l’atto con cui Dio ci benedice: «ci ha benedetto con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo». Dio benedice nuovamente la sua creazione; la protegge; fa brillare il suo volto su di noi e ci concede la pace. Non a caso, il computo degli anni è compiuto “a partu Verginis”. Da questo punto ha inizio ogni anno, così che ogni anno è Annus Domini.

2. Tutto questo – ci insegna S. Paolo nella seconda lettura – ha una grande rilevanza sui rapporti fra le persone umane. Il figlio di Dio nasce da donna «per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli».

Due conseguenze ha avuto la nascita di Gesù: il riscatto della nostra schiavitù [«e quindi non sei più schiavo»]; l’adozione a figli. E’ la grande trasformazione da schiavi a figli, e quindi fratelli. E’ questo il grande tema del Messaggio del S. Padre nella Giornata mondiale per la Pace.

Quando S. Paolo scriveva sotto divina ispirazione le parole che stiamo meditando, esse avevano un significato più facilmente comprensibile ai suoi lettori, che a noi.

Nelle case, nelle famiglie la condizione dello schiavo era giuridicamente assai diversa da quella del figlio: mancava l’uguaglianza nella dignità e quindi nei diritti umani.

Qualcuno quindi potrebbe pensare che, vivendo in condizioni diverse, anche le parole di Paolo hanno perso ogni attualità. Non è così. Ed il S. Padre nel suo Messaggio elenca tutte le forme di vera e propria schiavitù ancora oggi vigenti nel mondo. Anziché ripetere l’elenco, vorrei condurvi al pensiero fondamentale che guida tutta la riflessione del Papa.

Le nostre comunità possono essere costruite e vissute secondo due modelli fondamentali, di cui l’uno finisce sempre in misura più o meno ampia per dominare sull’altro. Il primo è basato sulla convinzione che “nessuno può fare un passo al di fuori di se stesso”. Siamo individui separati per natura gli uni dagli altri, e quindi prima o poi concorrenti e nemici, tesi a dominare – ecco la schiavitù – gli uni sugli altri.

Il secondo è basato sulla convinzione che ogni uomo è prossimo di ogni uomo. La prossimità significa che ciascuno è in possesso dell’umanità, come lo è ogni altro uomo. La dignità che è propria di ciascuno in quanto persona, è propria di ogni uomo. E’ a questo livello che scopriamo la causa più profonda di ogni forma di schiavitù: nel misconoscere e nel trascurare la partecipazione alla stessa umanità come fonte della più profonda prossimità.

Ma la parola di Dio ci pone una domanda più forte: è possibile una prossimità e dunque una fraternità senza la coscienza di una comune figliazione? Il vero passaggio dalla schiavitù alla fraternità avviene mediante la figliazione: nessuno è schiavo di un altro, perché ciascuno è figlio dello stesso Padre.


Cari fedeli, può essere che queste considerazioni vi appaiano lontane dalla realtà quotidiana. Non è così. In fondo, Gesù ha riassunto tutta la Legge e i Profeti al seguente sistema di riferimento fondamentale: «amerai il prossimo tuo come te stesso». E «non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il padre vostro, che è nei cieli» [Mt 23, 9].