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Solennità di Maria Santissima Madre di Dio
Giornata Mondiale della Pace
Cattedrale di S. Pietro, 1° gennaio 2008


1. Ricorre oggi il 40.mo anniversario della celebrazione della prima Giornata Mondiale della Pace [1968-2008]. Voluta da una felice intuizione di Paolo VI di v.m., essa ci consente di meditare su questo fondamentale bene umano.

Nel Messaggio che il S. Padre Benedetto XVI ha scritto in occasione della celebrazione odierna, ci invita a riflettere sulla profonda connessione che esiste fra la famiglia fondata sul matrimonio e la famiglia umana. È degno di nota ed invita alla riflessione il fatto che lo stesso termine "famiglia" indichi sia la comunità che si istituisce fra genitori e figli, sia l’intera comunità umana, la famiglia umana appunto.

La prima e più importante ragione di questa comune denominazione linguistica è enunciata dal S. Padre nel citato Messaggio nel modo seguente: "A ragione … la famiglia è qualificata come la prima società naturale, un’istituzione divina che sta a fondamento della vita delle persone, come prototipo di ogni ordinamento sociale".

Perché la famiglia gode di questa esemplarità nei confronti di ogni formazione sociale, perfino della comunità dei popoli? Se così posso dire, perché – ci ricorda il S. Padre – nella famiglia si impara a vivere in società; si apprende la difficile lingua della convivenza sociale e la sua grammatica.

Proviamo a riflettere per un momento sul vissuto quotidiano di una normale famiglia. Di che cosa è "impastato" questo vissuto? Esso nasce dalla libera condivisione del destino di ciascuno: "la famiglia nasce dal sì responsabile e definitivo di un uomo e di una donna e dal sì consapevole dei figli che vengono via via a farne parte" [n°6]. La condivisione poi che crea la comunità in famiglia non è il risultato della contrattazione di egoismi opposti, ma la consapevolezza di un legame che unisce e vincola i singoli prima di ogni scelta: un legame che è costituito dall’amore in senso forte. La consapevolezza del legame genera poi un insieme di regole del vivere quotidiano: "una famiglia vive in pace se tutti i suoi componenti si assoggettano ad una norma comune; è questa ad impedire l’individualismo egoistico ed a legar insieme i singoli" [n° 11]. Infine, ma non dammeno, "la famiglia ha bisogno di una casa, di un ambiente a sua misura in cui intessere le proprie relazioni" [n° 7].

In sintesi: la vita quotidiana di ogni normale famiglia è fatta di libera condivisione del destino di ogni membro, generata dall’amore vero, nell’obbedienza ad una regola comune, dentro ad una casa.

Il S. Padre ci invita oggi a riflettere sul fatto che la famiglia è il "prototipo di ogni ordinamento sociale"; che la custodia e la difesa di questa esemplarità è una delle condizioni prioritarie della pace fra i popoli.

Ciò che avviene all’interno della prima forma di comunione tra persone – un uomo e una donna, genitori e figli – deve avvenire anche fra i membri dell’unica famiglia umana.

"Non viviamo gli uni accanto agli altri per caso": ciascuno vive con l’altro e ne condivide il destino. Gli attuali fenomeni della globalizzazione hanno messo in evidenza questa condivisione. Essa tuttavia non è "senza legge": "l’umanità non è senza legge". Nella natura di ogni persona umana stanno inscritte primordiali esigenze, come dei semi di giustizia: se non sono nutriti l’umanità è distrutta. Ed anche l’unica famiglia umana ha una casa comune, la terra, "l’ambiente che Dio creatore ci ha dato perché lo abitassimo con creatività e responsabilità" [n°7].

2. "In quei giorni, sarà infuso in noi uno spirito dall’alto; allora il deserto diventerà un giardino", così ci ha detto il Signore attraverso il suo profeta. E mediante l’Apostolo ci ha messo in guardia dal fatto che esistono due sapienze "la sapienza che viene dall’alto" e "la sapienza terrena, carnale, diabolica".

La costruzione della comune famiglia umana non può essere il frutto solamente di contrattazioni sempre fragili ed esposte più alla giustizia della forza che alla forza della giustizia. La costruzione della comune famiglia umana esige che l’uomo riceva "uno spirito dall’alto"; venga in possesso di quella "sapienza dall’altro", che è "pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia".

Questa "luce divina" nell’uomo è la sua ragione quando essa viene usata non esclusivamente come capacità di calcolare costi-benefici, di progettare politiche di interessi e di potenza. Ma quando essa viene usata per cercare quelle fondamentali esigenza di giustizia scritte nella natura umana, risalendo così ed aprendosi alla ragione creatrice di Dio che sta all’origine di tutte le cose.

Già il Concilio Vaticano II avvertiva: "L’epoca nostra, più ancora che i secoli passati, ha bisogno di questa sapienza, perché diventino più umane tutte le sue scoperte" [Cost. past. Gaudium et spes 15,3; EV 1/1367].

Il Signore ci faccia dono di questa sapienza. Solo con essa "nei nostri deserti prenderà dimora il diritto e regnerà la giustizia, il cui frutto è la pace".