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XXX DOMENICA PER ANNUM (B)
Giubileo degli imprenditori
28 ottobre 2000

1. "Grandi cose ha fatto il Signore per noi", abbiamo ripetuto col cuore e colle labbra, reagendo e rispondendo a quanto la Parola di Dio ci sta dicendo. Quali sono le grandi cose che il Signore ha fatto per noi?

Esse sono state prefigurate dal ritorno di Israele dall’esilio, di cui si parla nella prima lettura, e sono narrate nella pagina evangelica. Fermiamo subito la nostra attenzione su questa.

L’evangelista Marco narra il miracolo della guarigione di un cieco in modo tale che in essa è narrata la storia di ogni uomo, di ognuno di noi. Nella nostra vita possiamo infatti individuare come due strati. L’uno, quello di superficie, è costituito dalla nostra – chiamiamola così - "facciata": ciò che di noi è scritto sui libri dell’anagrafe; ciò che di noi sanno anche gli altri. Ma esiste uno strato più profondo della nostra vita, quello che è noto a noi soli. Ebbene nella narrazione evangelica è rappresentato il dramma della nostra vita nel suo strato più profondo.

Chi sono i personaggi di questa vicenda drammatica? Sono due, il figlio di Timeo, Bartimeo, e Gesù.

"Il figlio di Timeo, Bartimeo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare". Ecco l’uomo! E’ un mendicante: un mendicante di felicità. Ma è un mendicante colpito da una malattia che gli impedisce di muoversi verso la meta, di intraprendere il suo pellegrinaggio verso la felicità: la cecità. L’uomo, mendicante di felicità, non sa più dove cercarla veramente. La sua ragione ne è incapace e la sua volontà si è intorpidita.

"Costui, al sentire che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: "Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me"". L’uomo mendicante di felicità, ma impossibilitato a raggiungerla, si rivolge a Cristo. E’ Lui la risposta definitiva e completa alla nostra domanda di verità, di bene, di senso. E’ Lui in realtà che l’uomo invoca quando cerca la felicità; è Lui che l’uomo aspetta quando ci si rende conto che nulla alla fine ci soddisfa. Perché la nostra attesa è una domanda illimitata, e solo Dio fattosi uomo la può soddisfare. I nostri desideri indicano un "al di là" di ogni bene creato, come nostra vera destinazione definitiva, ma noi non siamo in grado di pervenirvi. E’ solo Dio che è capace di, ed è venuto per portarci alla pienezza del nostro essere.

"Molti lo sgridavano per farlo tacere". E’ la situazione odierna. L’uomo, ogni uomo e quindi anche l’uomo di oggi, consapevolmente o inconsapevolmente aspetta, desidera, invoca Cristo. Impastati come siamo di desideri di bontà, di verità, di giustizia, non possiamo non attendere ed invocare una salvezza che solo Cristo può donarci. Ma molti sgridano l’uomo "per farlo tacere": molti cercano di estinguere nell’uomo il suo desiderio di eternità, perché così non chiamerà più Cristo. Poiché c’è un solo modo per l’uomo di sfuggire a Cristo: fuggire da se stessi. L’uomo di oggi è veramente quel "fugitivus cordis sui" di cui parla S. Agostino. Siamo immersi dentro ad una cultura della menzogna sull’uomo, poiché l’uomo viene sgridato per farlo tacere quando invoca Cristo. Ci si appella perfino alla tolleranza verso gli altri: "Non urlare verso Cristo" gli si dice "perché disturbi gli altri!".

"E Gesù gli disse: va’ la tua fede ti ha salvato". E’ qui descritto l’incontro dell’uomo con Cristo: l’incontro che salva l’uomo.

La fede è un incontro. Esso inizia dalla chiamata di Gesù ["chiamatelo"]. C’è l’iniziativa di Dio al principio di tutto: un intimo, un inesprimibile concedersi di Dio all’uomo. Segue quindi la chiamata ad alzarsi, a muoversi verso Cristo. Ed infine c’è la risposta dell’uomo: "egli gettò via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù". Una risposta libera, ragionevole, decisa alla parola di Cristo.

"E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo lungo la strada". L’incontro con Cristo, ridonando la vista, dà forma e senso a tutta la vita: essa è un "seguire il Cristo" lungo la strada che lo porta a Gerusalemme. Un seguirlo dentro alla sua morte e risurrezione.

2. Carissimi imprenditori, la celebrazione del Giubileo è l’esperienza di un incontro vero con Cristo nella nostra mendicanza di felicità. E’ un incontro, come dicevo, che configura tutta la vostra esistenza: anche il vostro lavoro, le vostre responsabilità di imprenditori. La descrizione completa di questa configurazione esigerebbe ben altro tempo concesso all’omelia liturgica. Mi limito dunque ad alcuni accenni.

L’imprenditore cristiano è chiamato a favorire la creazione di una società del lavoro libero, dell’impresa e della partecipazione. Solo essa è adeguata alla dignità dell’uomo.

In questo contesto, l’imprenditore cristiano sa dare il giusto rilievo al profitto. Giusto: né più né meno. Non più del dovuto: esso non è l’unico indice delle condizioni dell’impresa, poiché ad esso vanno aggiunti altri fattori umani non meno, anzi più importanti. Non meno del dovuto: "quando un’azienda produce profitto, ciò significa che i fattori produttivi sono stati adeguatamente impiegati e i corrispettivi bisogni umani debitamente soddisfatti" [Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Centesimus annus 35,3; EE/8, 1421].

So bene che il vostro lavoro non si svolge oggi in condizioni facili: è una grande sapienza cristiana quella che sa armonizzare nella dovuta gerarchia esigenze che sembrano fra loro contrastanti.

La salvezza che Cristo dona ad ogni uomo, consente a questi di seguirlo in ogni condizione di vita.