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V DOMENICA DI PASQUA
27 aprile 1997

“Io sono la vite e voi i tralci”. La risurrezione ha strappato definitivamente Gesù dalla corruzione del sepolcro. Il suo sepolcro è rimasto vuoto per sempre, perché Egli è risorto nel suo vero corpo. E’ a causa della sua Risurrezione che Egli ha potuto dirci: “Io sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”. E così il nostro rapporto con Lui non consiste nel ricordo di una persona che ormai appartiene al passato: è un rapporto con una persona viva. Ma di che natura è questo rapporto? Come avviene spesso, la parola di Dio risponde attraverso una stupenda immagine. Il rapporto che la fede costruisce fra ciascuno di noi e Gesù risorto può essere paragonato al rapporto fra i tralci e il ceppo della vite. Fratelli, sorelle: leggiamo, rileggiamo amorosamente questa pagina, senza lasciar cadere nessun particolare. Essa ci rivela a quali profondità può giungere la nostra unione con Cristo.
 La somiglianza posta da Gesù vuole in primo luogo dirci che la stessa vita che è nel Signore risorto fluisce, pulsa anche in ciascuno di noi. Consapevole di questo, l’apostolo Paolo, scrive: “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. La nostra esistenza così fragile, inserita in Cristo entra in possesso della stessa vita divina.
 E come avviene questo “incontro” con Gesù Risorto, così profondo e così intimo da vivere in Lui la sua stessa vita? Ascoltiamo quanto ci dice l’apostolo Giovanni nella seconda lettura: “Chi osserva i suoi comandamenti dimora in Dio ed egli in lui. E da questo conosciamo che dimora in noi: dallo Spirito che ci ha dato”. Chi vive la stessa vita, come succede a chi è unito al Cristo Risorto come il tralcio alla vite, agisce allo stesso modo. Ciò che ispirava le scelte di Gesù, ispira anche le scelte del suo discepolo. E’ il dono del suo Spirito che viene fatto ad ogni credente, che ci fa essere-vivere in Cristo come il tralcio è nella vite. E quindi è questo stesso Spirito che ci fa agire come Cristo ha agito, che ci fa cioè osservare i suoi comandamenti.
-  Ma la pagina evangelica insiste anche su un altro aspetto del nostro essere-vivere in Cristo risorto, come il tralcio nella vite. E lo fa con le seguenti parole: “Ogni tralcio in me che non porta ... frutto”. Che cosa significano? Tutti noi credenti siamo tralci di questa vite. Alcuni sono buoni e quindi fanno frutti; altri sono tralci cattivi e quindi sono sterili. Quelli sterili sono tolti, quelli invece fruttuosi sono oggetto di una cura particolare, perché portino un precetto maggiore. E la stessa parola di Dio ci aiuta a capire bene tutto questo.
 Di quali frutti si parla? Poiché è lo Spirito Santo come dicevo, che li produce in noi, sono i frutti dello Spirito. E “il frutto dello Spirito” ci dice S. paolo “è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal. 5,22). Vuoi sapere se sei un tralcio che porta frutto? Prova a verificare se nella tua vita c’è amore, gioia ... Questo sono i frutti di cui parla il Signore.
 Quando diventiamo tralci sterili? Ascoltiamo ancora il Signore: “chi rimane in me ... nulla” infatti il tralcio si secca se è separato dalla vite perché deriva tutta la linfa e la vita dalla vite. Così anche il cristiano, se è separato da Cristo, muore perché è separato dalla vita. L’apostolo Paolo scrive: “chi ci separerà dall’amore di Cristo?”. Ecco perché gli Apostoli hanno portato un così gran frutto, perché nulla ha potuto separarli dalla fede e dall’amore per Lui. E così era lo stesso Signore che dava vita alla loro attività. Devi quindi scegliere: o la vite e il fuoco. Se non rimani nella vite che è Cristo, sarai gettato nel fuoco, sarai cioè perduto.