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OMELIA FESTA DI S. ANNA
OSPEDALE S. ANNA 26 luglio 1996

“Facciamo l’elogio degli uomini illustri ... essi furono uomini virtuosi”.
Due giorni orsono, nella Chiesa di S. Girolamo, abbiamo celebrato il b. Giovani Tavelli nel 550.mo anniversario della pia morte, fondatore di questo Arcispedale. Ci ritroviamo quest’oggi ad invocare la patrona di quest’istituto, S. Anna, perché la preziosa eredità del Tavelli non vada dispersa. Dice infatti la parola di Dio: “nella loro discendenza dimora una preziosa eredità ... i loro discendenti restano fedeli alle promesse”. Qual è la preziosa eredità che dimora in quest’opera? Quali “le promesse” alle quali noi discendenti dobbiamo restare fedeli?
 L’eredità che ci è stata affidata è l’identità stessa dell’ospedale, che, per ragioni apparentemente valide, rischiamo di perdere: l’ospedale come luogo di cura della malattia. Certamente può sembrare ovvio, ma spesso le verità più ovvie sono quelle che abbiamo più bisogno di ricordarci. La ragione di essere di un ospedale è solo l’ammalato, la persona dell’ammalato. Tutto il resto è semplicemente finalizzato ad essa che rimane l’unica realtà che qui ha ragione di fine. Da questa semplice verità deriva la norma fondamentale che deve regolare l’attività di tutti o che definisce tutto l’ethos di un ospedale: ognuno deve servire la persona dell’ammalato. Qui esiste un solo padrone: è l’ammalato.
 So bene come la nostra società sia ben più complessa di quella in cui visse il b. Tavelli. Tuttavia la complessità non deve farci perdere quella “semplicità di sguardo” che sa andare al “cuore” dei problemi e custodire quella fedeltà alle originarie ispirazioni di cui parla oggi la Parola di Dio.
 Certamente, la trasformazione dell’ospedale in “azienda” può avere le sue buone ragioni. A condizione che questa trasformazione non muti sostanzialmente l’identità dell’ospedale. L’efficienza è un criterio importante; la sanità dei bilanci però non è più importante della sanità degli uomini che si rivolgono all’ospedale per essere curati.
 Ho avuto occasione di dirlo altre volte ed ora lo ripeto come indegno successore di quel b. Tavelli, la cui preziosa eredità è stata affidata a ciascuno di noi. Due sono le attitudini che dobbiamo avere verso l’ammalato: la compassione e la competenza. La compassione senza la scienza diventa presto superstizione e rassegnazione; la scienza senza la compassione diventa empietà, poiché rischia di trasformare l’ammalato in un numero. Niente può sostituire il lavoro ben fatto, con profondo senso di responsabilità.
 La Parola di Dio dice: “la loro gloria non sarà offuscata. I loro corpi furono sepolti in pace, ma il loro nome vive per sempre”. Come non pensare, ascoltando queste parole, non soltanto al santo fondatore di questo Arcispedale, ma a tutti coloro che qui hanno donato la loro vita perché la sofferenza umana fosse alleviata, la malattia guarita ed il dolore consolato? “il loro nome vive per sempre” non sempre nella memoria e nella gratitudine degli uomini, ma in Dio che fattosi uomo non ha esitato ad identificarsi coll’ammalato. “Ero ammalato e mi avete visitato”.