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FESTA DI SAN MARCO
Bologna 25 aprile 2002

1. "Canterò senza fine le grazie del Signore; con la mia bocca annunzierò la tua fedeltà nei secoli". E’ questa la risposta adeguata cioè giusta alla rivelazione che Dio ha fatto di sé: la risposta della gioiosa gratitudine di fronte alle "grazie del Signore". Esse si raccolgono e si sintetizzano tutte in una sola: "vi ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo". L’amore di Dio verso l’uomo è tutto racchiusa in questa chiamata. "questa è la vera grazia di Dio".

La "chiamata" connota in primo luogo il misterioso, inspiegabile e condiscendente muoversi di Dio verso la sua creatura, un prendersi cura del senso pieno della sua esistenza che sta per donare: "prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo; prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato". Ciascuno di noi può sentirsi interpellato da questa parola detta a Geremia. Ciascuno di noi, certamente per una ben diversa collocazione nell’universo dell’essere, è "termine fisso d’eterno consiglio".

Ma lo stupore della creatura raggiunge il suo apice quando considera a che cosa è stato chiamato: "alla sua gloria eterna". La "gloria" è nel vocabolario biblico il temine che denota lo stesso Essere divino in quanto viene svelato nel suo splendore, quasi nel suo peso. Siamo stati chiamati ad entrarne in possesso anche noi. E’ questo il mistero centrale della fede cristiana: l’uomo è elevato fino a divenire partecipe della stessa divinità. Il vocabolario dei Padri avrà l’ardire di parlare della deificazione dell’uomo. Ne cito uno per tutti: S. Massimo il confessore. "E’ in vista di questo che Egli ci ha creati" scrive "perché noi divenissimo partecipi della natura divina e della sua eternità, perché fossimo simili a Lui a causa della divinizzazione che viene dalla grazia" [Lettera 94; PG91, 609C]. E più sinteticamente, la deificazione dell’uomo "è la ragione (logos) indicibile e ultima di tutto ciò che la Provvidenza ha disposto per l’uomo" [A. Talassio 40; PG 90, 396BC].

L’apostolo aggiunse che la chiamata del Padre alla sua gloria eterna è "in Cristo". E’ in Cristo e per mezzo di Cristo che noi siamo deificati. La nostra deificazione consiste infatti nella nostra partecipazione alla divina figliazione del Verbo, alla quale possiamo accedere solo mediante la natura umana del Verbo incarnato, crocifisso e risorto.

Desideravo incontrarvi "per esortarvi e attestarvi che questa è la vera grazia di Dio. In essa state saldi".

2. L’apostolo Pietro però ci richiama oggi piuttosto alla insidie cui è esposta la nostra chiamata alla gloria eterna del Padre in Cristo: "il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare".

Egli, il Satana, è qui visto in azione mediante le sofferenze della persecuzione. Di qui l’invito alla vigilanza, alla saldezza nella fede, alla fortezza.

La persecuzione cui erano sottoposti i cristiani al tempo in cui Pietro scriveva la lettera, sembrano essere state angherie private, ingiurie e calunnie che la santità di vita dei convertiti attira su di loro da parte di coloro che vivono ancora in quei vizi che i discepoli del Signore hanno abbandonato.

La cosa si ripete puntualmente: anche oggi. Quando un discepolo del Signore è fedele alla sua vocazione, disturba gravemente il mondo, che reagisce. Come lo fa oggi? in che modo oggi il mondo insidia il vivere cristiano? cercando di ridurlo ai suoi bisogni; di ridurlo cioè ad essere al suo servizio. Più precisamente. Il mondo insidia oggi il cristiano perché gli chiede di legittimarsi di fronte al mondo medesimo offrendo quei servizi, e solo quelli, che il mondo chiede. La Chiesa è richiesta di essere una sorta di Croce Rossa che assista gli emarginati dalla spietata logica utilitaristica, ma è diffidata dal contestare questa stessa logica. La Chiesa è richiesta di essere promotrice di pace e di dialogo accettando però il dogma che per annullare le tensioni basta annullare le differenze, anche la differenza tra vero e falso, ma è diffidata dal testimoniare l’esistenza di una Verità che salva. In una parola: alla Chiesa è chiesto oggi di avere qualcosa più caro che Gesù Cristo. E’ chiesto cioè di amare qualcosa più che il suo Sposo.

La vostra presenza nella Chiesa e nel mondo, per l’intima natura della vostra dedizione a Cristo, è il segno della vigilanza in cui deve porsi la Chiesa stessa: stare saldi nella "vera grazia di Dio".

Facciamo intimamente nostra la preghiera con cui abbiamo iniziato questa celebrazione: "fa che alla scuola del Vangelo, impariamo anche noi a seguire fedelmente il Cristo Signore ".