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BEATO GIOVANNI TAVELLI
24 luglio 1999 - Chiesa di San Girolamo

La carità che lo Spirito Santo produce nei cuori dei credenti, comprende non solo chi vive ancora pellegrino su questa terra, ma anche chi già gode della patria definitiva: essa ci unisce profondamente ai Santi. Celebrando oggi i misteri divini, viviamo una singolare e misteriosa comunione di amore col b. Giovanni Tavelli, il sui significato ci viene svelato dalla parola di Dio.

1. "Figlio dell’uomo, io ti ho posto sentinella sopra la casa di Israele". L’intima essenza del ministero pastorale consiste nella condivisione da parte del pastore della sorte non solo terrena dei suoi fedeli: è stato posto come "sentinella". Egli infatti deve porsi in alto, per scorgere da lontano quanto può succedere alla sua comunità: in alto per la santità della vita per poter essere profeta per l’utilità del suo gregge. La sentinella ha l’occhio acuto durante la notte, per poter vedere anche le insidie delle tenebre.

A quale condizione il pastore potrà essere "sentinella"? "quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia". La condizione è che il pastore viva in costante, profondo, docile ascolto del pastore dei pastori, poiché egli avverte da parte di Dio il suo gregge. Egli non deve avere la presunzione di dire ciò che non ha sentita dalla bocca del suo Signore, ma prima di aprire la sua bocca alle orecchie dei suoi fedeli deve aprire il suo cuore alla voce del suo Creatore.

E’ davvero "conflittuale", in un certo senso, la posizione del pastore. Egli deve al contempo essere continuamente abbassato dentro alle vicende quotidiane del suo popolo ed innalzato alla contemplazione del suo Signore.

Se ora pensiamo alla persona e alla vita del B. Giovanni, noi vediamo che la sua esistenza si costruì secondo il progetto disegnato dalla parola di Dio.

Nella bolla con cui il suo amico, papa Eugenio IV lo nominava vescovo di Ferrara, è scritto che i pastori "abbiano la volontà e capacità di governare salutarmente in uno stato di pacifica tranquillità e sotto la guida del Signore le chiese loro affidate". Lo "stato di pacifica tranquillità" assicura al Tavelli di governare "sotto la guida del Signore". Acque mosse non possono rispecchiare il volto; la persona inquieta non può riflettere la parola e la gloria del Signore.

Ma il b. Giovanni non vive questa condizione senza una seria difficoltà interiore. Abbiamo al riguardo una sua lettera nella quale egli apre all’amico il suo cuore: "Da ogni parte sono scosso dai flutti degli eventi e oppresso dalle tempeste, in modo da poter dire giustamente: "Mi sono recato in alto mare e la tempesta mi ha sommerso". Ho amato la bellezza della vita contemplativa come Rachele, sterile ma con gli occhi aperti e bella, la quale, se produce meno a motivo della solitudine, scruta più a fondo la tua luce. Mentre invece la vita attiva è più feconda, ma di vista meno acuta, benché produca di più. Ci siamo dati d’attorno per sedere con Maria ai piedi del Signore e cogliere con lo sguardo le sue parole, ed ecco che sono costretto con Marta ad attendere alle cose esteriori e a darmi molto da fare".

Egli compie il suo ufficio di maestro e guida seguendo due orientamenti fondamentali. Il primo è così enunciato: "poiché a questo loco fui assupto indignissimamente, mi sono sforzato, quanto è possibile alla mia pochezza, admonire et reprendere et coregere … et ogniuno trarre alla via della salute: et mai non ho admonito nisuno di che non me sia ingegnato prima et possa osservare in me". Il secondo è così enunciato in una relazione della visita pastorale a Tamara: "il Signor Vescovo volendo piuttosto esagerare in bontà che in severità…".

2. "Io sto in mezzo a voi come colui che serve". Attraverso queste parole siamo introdotti nel mistero più profondo della redenzione. L’atto redentivo è stato il porsi da parte di Dio al servizio dell’uomo: il considerare la vita dell’uomo così preziosa dal "meritare" che Dio morisse per salvarla. L’uomo a tavola e Dio in Cristo che serve: ecco l’evento unico che è accaduto nell’atto redentivo ed accade ogni volta che celebriamo l’Eucarestia.

E’ nello splendore dell’atto redentivo a cui egli è presente ed a cui partecipa nell’Eucarestia che il pastore capisce che Cristo potrà chiedere conto a lui di ogni fedele: nello splendore della carità che non ti fa più sentire estraneo a nessuno.

E’ costante in tutte le più antiche testimonianze sul b. Giovanni il riconoscimento della sua immensa carità pastorale che lo rese predicatore indefesso della parola di Dio, e lo spinse ad una visita pastorale più volte ripetuta alle chiese ed agli istituti ecclesiastici della città e diocesi. E della sua carità veso i poveri, di cui la più alta espressione è stata la fondazione dell’ospedale S. Anna: un miracolo di carità e di sapienza organizzativa. Nella bolla con cui il papa Eugenio IV lo erigeva, così parla dell’amico: "nel governo e nella guida della Chiesa ferrarese, cui sei preposto, sinora hai sostenuto e ogni giorno sostieni infinite premure e travagli … ed hai atteso ed attendi in mille modi a diverse opere pie". Come ci ha appena detto il Signore. "chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve". Non a caso, il beato si firmava: "Giovanni, povero vescovo".

Carissimi fratelli e sorelle: stiamo vivendo una profonda esperienza di comunione col b. Giovanni. Abbiamo anche riascoltato la sua voce che ci ha donato una comprensione più profonda della parola di Dio. Interceda egli per noi perché noi pastori siamo veramente "sentinelle" poste a vostra difesa. E voi fedeli possiate ascoltare sempre e solamente quanto abbiamo sentito dalla bocca del Signore.