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Festa B. Giovanni Tavelli
24 luglio 2000
Giubileo sacerdoti
Introduzione alla celebrazione dell’Eucarestia

Carissimi e venerati fratelli, abbiamo celebrato il nostro "dies natalis" il giovedì santo; il nostro sacerdozio è inserito dentro alla santa Chiesa di Ferrara-Comacchio di cui abbiamo voluto ricordare l’origine a Voghenza; la nostra esistenza si nutre continuamente della memoria [eucaristica] purificata da ogni altro ricordo inquietante, dal dono avuto colla imposizione delle mani; oggi chiediamo a Cristo per intercessione del b. Giovanni di essere sempre fedeli alla sua legge, la carità pastorale.

1. "Figlio dell’uomo, ti ho posto per sentinella alla casa di Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia". Carissimi fratelli sacerdoti, queste parole profetiche definiscono la nostra identità, rivelandoci contenuti essenziali del nostro servizio pastorale. La nostra identità: "ti ho posto per sentinella"; contenuti essenziali: "quando sentirai dalla mia bocca…".

Commentando la qualifica di "sentinella", S. Gregorio Magno scrive: "colui al quale è affidata la cura degli altri è chiamato sentinella, affinché stia in alto spiritualmente (in mentis altitudine sedeat) … per scorgere da lontano qualunque cosa stia per accadere … per poter vedere la vita dei sudditi con uno sguardo tanto più penetrante quanto meno assoggetta l’animo alle cose della terra che disprezza" [Omelie su Ezechiele I, XI, 4, in Opere vol. III/1 CN ed., Roma 1992, pag. 339].

Commentando l’esigenza della sentinella di stare in ascolto, lo stesso S. Gregorio scrive: "il profeta è ammonito a non avere la presunzione di dire ciò che non ha udito; ma prima apra l’orecchio del cuore alla voce del Creatore, e poi apra la bocca del suo corpo alle orecchie del popolo" [ibid. pag. 343; cfr. anche S. Agostino, Enarr. In Ps 48, 5.1,5; NBA XXV, pag. 1198-1200].

Dunque, la nostra vita sacerdotale è come percorsa da una duplice esigenza: "in altitudine mentis sedere" da una parte, e dall’altra "quidquid venturum est longe prospicere". Cioè vivere nell’altezza della contemplazione e nella profonda condivisione della vita del nostro popolo. Ed ancora: "aurem cordis aperire voci Creatoris", rimanere cioè sempre nell’ascolto del Signore da una parte, e dall’altra "os sui corporis aperire auribus plebis", essere instancabili nella predicazione e nella catechesi. Vivere insomma contemporaneamente ed indivisibilmente come Maria e Marta.

Ma tutti i grandi pastori della Chiesa hanno vissuto, spesso drammaticamente, la difficoltà di questa sintesi. Pensiamo a S. Gregorio di Nazianzo in Oriente e a S. Agostino in Occidente. Ed è stata anche l’esperienza del b. Giovanni. Divenuto Vescovo per pura obbedienza al papa Eugenio IV, egli si vide costretto a lasciare la sua vita monastica presso i gesuati: ad uscire dalla sua solitudine per entrare nella molteplicità degli impegni pastorali. Il Discorso sulla solitudine è da questo punto di vista uno dei documenti più alti della tradizione cristiana: "O profonda e pura solitudine" egli esclama "sede di pace e di riposo nella gioia della famigliarità con Dio, a lungo cercata e finalmente trovata! Chi ti ha tolto dalla mia vita, o mia amata?" [cfr. G. Ferraresi, Il beato Giovanni Tavelli da Tossignano II, ed. Morcelliana, Brescia 1969, pag. 351].

L’esperienza interiore del b. Giovanni diviene anche grave inquietudine di coscienza, come appare in una lettera inviata al suo direttore spirituale, il p. Spinello Boninsegni, dove scrive: "Ecco mi conviene avere el pensiero anchora delle cose di fuori et de ciò che ce bisogna di fare, le quali, come le siano di poca importantia, per la legerezza et la instabilitate della mente mia n’è troppo occupata et distracta da Dio" [ibid. pag. 405]. E giunge a chiedersi nella stessa lettera se la sua chiamata a responsabilità pastorali non sia stata permessa da Dio a pena dei suoi peccati. Poiché, scrive sempre al suo direttore spirituale: "vedendo il peso et il pericolo grave et sentendo le mie poche forze et la molta insufficienza (mia) ne sono sempre stato in gravissima pena" [ibid. pag. 409].

Tuttavia, il b. Giovanni sembra aver raggiunto quell’unità profonda fra il tenere l’orecchio del cuore sempre aperto alla parola di Dio e l’impegno pastorale, quando scrive: "tu sai che andando per via, stando a mensa, et qualunque operatione me fatia, me sforzo empirme de te et sempre avente ne la mia memoria" [ibid. pag. 429]. S. Gregorio Magno aveva scritto: "dopo che mi son posto sulle spalle, per amore, il fardello pastorale, l’animo non può assiduamente raccogliersi in se stesso, diviso com’è in mezzo a tanti pensieri" [op. cit. pag. 341]. "Colligere se ad semetipsum" e "ad multa partiri": le due leggi fondamentali del pastore.

2. "Chi è più grande fra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve". La tradizione cristiana ha cercato di offrire ai pastori d’anime una via da percorrere per essere nella vera unità. Non è questo il luogo per esporre con accurata precisione questa riflessione. Siano sufficienti alcuni accenni atti alla nostra vita sacerdotale e a cogliere l’intima grandezza del b. Giovanni.

Nella dottrina dei Padri non sempre era stata vinta la insidia di una sopravalutazione del momento contemplativo su quello attivo, sulla base di una visione dell’uomo non sempre perfettamente coerente colla S. Scrittura.

Nella dottrina dei grandi dottori medioevali si comincia a descrivere il rapporto contemplazione-azione come un rapporto di causa-effetto: è la contemplazione che genera l’azione [contemplata aliis tradere. S. Tommaso d’A.].

Benché questa visione sia un ulteriore passo avanti, essa tuttavia lascia ancora nella vita del pastore un vero e proprio dualismo. Come uscirne? carissimi fratelli, la via d’uscita è indicata nella pagina evangelica.

Quando Cristo dice agli apostoli quelle parole, Egli ha appena istituito l’Eucarestia. Le due esigenze di cui ho parlato si sono risolte in perfetta unità una sola volta: nel dono che Cristo ha fatto di Se stesso sulla Croce. In questo dono la sua totale disponibilità al Padre coincide perfettamente col suo servizio all’uomo: Egli è "in mezzo a noi come colui che serve" nel momento stesso in cui è solo col Padre nel dono di Sé. Egli dice; "questo è il mio corpo che è dato per voi" [Lc 22,19b] nel momento stesso in cui fa del suo corpo offerta al Padre. Detto in termini più tecnici: "non ci fu mai un atto di purissima contemplazione in Cristo che non fosse attività e non ci fu mai una sua attività salvifica che non fosse purissima contemplazione" [A. Sicari, Elisabetta della Trinità, ed. Jaca Book, Milano 2000, pag. 150]. Questa coincidenza è la carità di Cristo, sempre eucaristicamente presente nella Chiesa.

Noi sacerdoti possiamo pensare di vivere in questa perfetta unità solo facendo spazio a Cristo nella nostra umanità: più concretamente, spazio alla sua carità in noi. E questa è in fondo la grazia propria dell’ordinazione sacerdotale. La "carità pastorale" è la chiave di volta di tutta l’esistenza sacerdotale. Le mani allargate di Cristo sulla Croce (che sono quelle del sacerdote che celebra l’Eucarestia) sono alzate verso il Padre e nello stesso tempo allargate ad accogliere ogni persona umana: lo stesso gesto significa i due movimenti (cfr. S. Agostino, En in Ps 62,13; NBA ].

Fermiamoci solo un momento, carissimi fratelli, a considerare questo "centro" della nostra vita sacerdotale. Non esiste un momento contemplativo che non sia servizio alla redenzione del mondo: il momento contemplativo più alto, la celebrazione dell’Eucarestia, è il più grande servizio che il sacerdote può fare alla redenzione della propria parrocchia; quando prega sta già redimendo la sua comunità. Ma non esiste neppure un servizio pastorale che non sia contemplazione, dal momento che o esso è nel Cristo e col Cristo o è pura attività umana attraverso la quale non transita la redenzione dell’uomo, anche se fosse moralmente buona. "L’apostolato, nel momento in cui impone il muoversi (del sacerdote) verso l’uomo, rivela le sue strane leggi: ci si muove veramente verso le creature solo non allontanandosi mai dalla sorgente di ogni amore, anzi accostandosi ad essa sempre più" [A. Sicari, op. cit., pag. 148].

Ecco cosa significa carità pastorale. Essa è in noi la stessa carità di Cristo che ci unisce al Padre e ad ogni uomo, perché questo è il suo duplice movimento. Che il b. Giovanni ci ottenga di dimorare sempre in essa e di crescere in ogni sapienza spirituale. Amen.