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SOLENNE INIZIO CELEBRAZIONE GIUBILEO
Festa di Cristo Re
23 novembre 1996

1. “Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura ... Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare”. Attraverso le parole del profeta siamo subito introdotti nel “cuore” stesso della nostra esperienza di fede, poiché siamo subito messi di fronte all’Avvenimento centrale. Iddio, ha parlato all’uomo attraverso la sua creazione. “Infatti, dalla creazione del mondo in poi” - ci insegna l’apostolo S. Paolo - “le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da Lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità” (Rom. 1,20). Tuttavia, poiché gli uomini “non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio”, il Padre è venuto incontro all’uomo mediante i suoi profeti: Egli infatti “molte volte e in diversi modi” ha rivolto la sua parola al suo popolo “per mezzo dei profeti”. Ma tutta la creazione e tutta l’opera profetica era orientata a compiersi nella promessa che avete udita: “io stesso cercherò ...io stesso condurrò le mie pecore ...”. Questa promessa si realizza quando, venuta la pienezza del tempo, Dio inviò il suo stesso Figlio unigenito nella carne. Egli non è più uno che cerca le pecore e ne ha cura “a nome di Dio” come i profeti: è Dio stesso. Il Padre, nel suo Figlio fattosi uomo, “si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse ... nei giorni nuvolosi e di caligine”.
 “Tocchiamo qui il punto essenziale per cui il cristianesimo si differenzia dalle altre religioni ... non è soltanto l’uomo a cercare Dio, ma è Dio che viene in persona a parlare di sé all’uomo ed a mostrargli la via sulla quale è possibile raggiungerlo” (Giovanni Paolo II, lett. Ap. Tertio millennio adveniente, 6). E così Cristo, Verbo eterno fattosi uomo, è il definitivo compimento del progetto del Padre riguardo all’uomo: “tutte le cose sono state create per mezzo di Lui ed in vista di Lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in Lui” (Col 1,16b-17).
 Tuttavia, il profeta ci rivela che la condiscendenza divina verso l’uomo si configura come ricerca dell’uomo da parte di Dio: “andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita”. In Cristo Gesù, Dio il Padre non solo parla all’uomo, ma lo cerca. Quale mistero profondo questa ricerca dell’uomo da parte di Dio! Tutto il cristianesimo è Dio il Padre che in Gesù Cristo cerca l’uomo. Questa ricerca ha la sua origine nell’imperscrutabile intimità della Trinità Santa. Ha la sua origine nella decisione  del Padre di scegliere ciascuno di noi, prima della creazione del mondo, perché fossimo “santi ed immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi” (Ef. 1,4-5). “Dio dunque cerca l’uomo, che è sua particolare proprietà, in maniera diversa da come lo è ogni altra creatura. Egli è proprietà di Dio in base ad una scelta di amore: Dio cerca l’uomo spinto dal suo cuore di Padre” (Giovanni Paolo II, ibid. 7).
 Perché l’uomo è cercato dal Padre? Perché - come ci insegna il profeta - gli uomini “erano dispersi nei giorni nuvolosi e di caligine”. L’uomo si è disperso, ha perso se stesso perché ha lasciato il giorno luminoso della verità che Dio ha scritto nel suo cuore, si è inoltrato nella notte dell’errore che gli fa ritenere di essere egli stesso Dio e di potere decidere autonomamente ciò che è bene e male (cfr. Gen. 3,5). E’ la notte piena di caligine nella quale l’uomo di oggi è ripiombato, divenendo preda di una noia piena di vacue soddisfazioni.

2. “Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti”. La ricerca che Dio il Padre fa dell’uomo raggiunge il suo scopo nella morte e risurrezione di Gesù Cristo: l’uomo da tanto tempo cercato è finalmente ritrovato, da tanto tempo perduto è finalmente ricondotto a casa, da tanto tempo ferito e malato è finalmente curato e guarito. E tutto questo accade nella morte e risurrezione di Cristo: “poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dai morti”, dal momento che “come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo”.
 La religione dell’Incarnazione del Figlio di Dio è la religione della redenzione dell’uomo attraverso il sacrificio di Cristo. Egli morendo ha distrutto il nostro vero nemico, la morte. Risorgendo infatti Egli ci ha donato la vera vita e ci ha riportato, sulle sue spalle, alla dignità della nostra prima origine. “Il Dio della pace che ha fatto tornare dai morti il Pastore grande delle pecore, in virtù del sangue di un’alleanza eterna, il Signore nostro Gesù Cristo” (Ebr. 13,20), ci ha in Lui liberati dalla morte eterna.
A che cosa mira tutto questo? A che “Dio sia tutto in tutti”. Lo scopo di tutto è il rimanere di Dio nell’intimo dell’uomo così che l’uomo possa rimanere nell’intimo di Dio. La religione dell’Incarnazione del Figlio di Dio è la religione della reciproca immanenza di Dio nell’uomo e dell’uomo in Dio, che consiste nella partecipazione da parte dell’uomo della stessa vita di Dio.
Ecco, fratelli e sorelle, che cosa stiamo celebrando tutti assieme in questo meriggio: stiamo celebrando il mistero del Padre che viene a cercare ciascuno di noi, poiché stiamo celebrando la morte e risurrezione del Verbo fatto carne, affinché, liberati dal peccato, diveniamo partecipi nel Figlio, mediante il dono dello Spirito, della stessa vita del Padre.
E così cominciamo il nostro cammino verso il duemila, verso il grande Giubileo del 2000: anno di misericordia e di grazia, perché Dio sia veramente “tutto in tutti”. Quale grande esperienza spirituale stiamo vivendo! Siamo qui, portati da duemila anni, questi duemila anni sono nel nostro cuore. Noi siamo radicati in questa tradizione. E ci poniamo in cammino verso il terzo millennio, nell’attesa dell’anno giubilare; l’anno nel quale il Padre effonderà la sua misericordia in questa città, in questa Chiesa, per essere veramente “tutto in tutti”.