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SOLENNITA’ di S.GIORGIO M.
Cattedrale 23 aprile 2002

1. "Chi si vergognerà di me e delle mie parole, di lui si vergognerà il Figlio dell’uomo, quando verrà nella sua gloria". La vergogna minacciata dal Cristo, nel momento del definitivo giudizio, nei confronti di chi ha avuto paura o vergogna di proclamarsi suo discepolo, ci richiama alla serietà incomparabile della professione cristiana. E’ dalla posizione che l’uomo prende nei confronti di Cristo, che dipende il suo destino eterno; la gloria terrena, fosse anche dovuta al "guadagno del mondo intero", non impedirebbe a chi si vergognasse di Lui la perdita irreparabile della propria persona.

Il martirio cristiano, il martirio di S.Giorgio nasce da questa intima certezza: nulla deve essere anteposto alla fedeltà a Cristo, alla sua sequela. E la preferenza data a Cristo fino alla morte è generata nel martire dall’aver scoperto la verità cristiana centrale, che cioè in Cristo Gesù è apparsa la definitiva rivelazione dell’amore di Dio verso l’uomo. "Io sono infatti persuaso" dice il martire "che né morte né vita… né alcun altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore".

Ma oggi al martirio cristiano si guarda con occhi sospettosi. Esso, il martirio cristiano, proprio nella sua stessa essenza di testimonianza data alla verità cristiana fino alla morte, non contraddice forse uno dei fondamenti della nostra civiltà, la tolleranza? Affermare, come fa il martire colla sua morte, di aver trovato una verità non insidiata da nessun dubbio, non è forse una pericolosa presunzione che deve essere abbandonata se si vuole superare la violenta intolleranza che ha caratterizzato i rapporti delle persone convinti di conoscere verità assolute? Il martire oggi è scomodo perché nella sua apparente sconfitta e pur essendo egli la vittima della intolleranza, contesta radicalmente la diffusa opinione che per annullare le tensioni basta annullare le differenze. Basta che tutti ci convinciamo che non c’è nulla per cui valga veramente la pena di vivere e quindi di morire; che non c’è verità da cercare nella vita, e dunque nessun motivo di combattersi. Carissimi fedeli, il martire ripone la domanda fondamentale per ogni uomo: esiste una verità per cui valga veramente la pena di vivere e quindi anche di morire? E se esiste, che posto essa ha nella vita?

Carissimi fratelli e sorelle, nella luce del martirio cristiano mi limito ad una sola riflessione. Il martire ci insegna che il riconoscimento della verità è la condizione più profonda della libertà, di fronte ad ogni potente di turno: "conoscerete la verità e la verità vi farà liberi" [Gv 8,32]. E’ la verità che rende liberi davanti al potere e dà la forza del martirio. E’ stato così per Cristo, modello e causa di ogni martirio, quando posto di fronte a Pilato disse: "Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo, per rendere testimonianza alla verità" [Gv 18,37]. Che solo la verità renda liberi è dimostrato dal fatto che se non esiste verità, non esiste neppure una vera distinzione fra bene e male. Resta solo la differenza fra ciò che mi è utile e ciò che mi è dannoso: l’uomo diventa schiavo dell’utilitarismo e di coloro che hanno il potere di decidere quale sia l’utile. La testimonianza che il martire rende alla verità coincide alla fine colla testimonianza al bene intangibile della persona umana; al bene intangibile che è la persona umana. La negazione dell’esistenza della verità [sul bene] trasferirebbe la vita sul piano del gioco. Può bastare a chi discute accademicamente, ma non a chi chiede se c’è un senso nel suo vivere, nel suo soffrire, nel suo morire.

2. Noi oggi celebriamo però un martire che è nostro patrono; la scelta fatta dai nostri padri di porre la nostra città sotto la protezione di un martire ha profondi significati.

La memoria del suo martire è il necessario stimolo contro l’insidia forse più grave alla vita della nostra città: l’incapacità di scommettere sul futuro, la rassegnazione ad incamminarsi lungo il viale del tramonto. La sempre preoccupante situazione demografica, di cui anche in questi giorni si è parlato, ne è il segnale più chiaro.

La convivenza umana non raggiunge la sua forma ideale quando e perché si convive in una tolleranza educata e pacata, ma dovuta alla scarsa partecipazione di grandi e forti pensieri e valori.

Il ricordo del martire è la fonte di una speranza che genera sapienza, lavoro e vita. Egli infatti ci dice, "grazie alla testimonianza del suo martirio", che la vera grandezza della vicenda umana sta nel possedere ragioni vere e forti per cui vivere e morire:"conoscerete la verità e la verità vi farà liberi".

Il suo martire ricorda questa sera a questa città che la scelta di Cristo e la fede in Lui dalla quale è stata generata, è l’unico motivo pienamente valido dell’azione; è forte passione per ogni iniziativa; è perenne fecondità dell’operare. E’ la pienezza della vita.