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VENERDI’ SANTO 2000

1. "Gloria a te che della tua croce hai fatto un ponte sulla morte. Attraverso questo ponte le anime si possono trasferire dalla regione della morte a quella della vita. Gloria a te che ti sei rivestito del corpo dell’uomo mortale e lo hai trasformato in sorgente di vita per tutti i mortali" (S. Efrem). Facciamo nostro lo stupore adorante da cui nascono queste parole di un Padre della Chiesa siriana, e poniamoci in umile contemplazione di fronte al Mistero della Croce. La Chiesa nella sua fede chiama questo mistero il "mistero della redenzione": l’uomo, ogni uomo senza più nessuna discriminazione, è redento. Ogni uomo ormai, lo sappia o non, si trova ad essere redento dalla Croce di Cristo.

La natura intima del mistero redentore è espressa dalle seguenti parole rivelate: "Dio è Amore … In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi … per primo … e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati … perché noi avessimo la vita per Lui" [Gv 4,10.19]. Il mistero della redenzione che oggi contempliamo è il mistero dell’amore.

E’ il mistero dell’amore del Padre. Nella narrazione della Passione appena letta, avete sentito che cosa dice Gesù a Pilato che si arroga un diritto ultimo di vita o di morte su Cristo: "tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse dato dall’alto". La passione e la morte dell’Unigenito è stata voluta dal Padre che "ha tanto amato il modo da dare il suo Figlio Unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna" [Gv 3,16]. Il Padre si è interessato a tal punto di ciascuno di noi da inviare, nella pienezza dei tempi, il suo Figlio unigenito: pastore che va alla ricerca della pecora smarrita per prendersela sulle spalle e riportarla alla casa; buon samaritano che inviato dalla Gerusalemme celeste scende lungo la strada per raccogliere l’uomo spogliato del suo splendore, e ferito nella sua dignità. Il Padre "non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi" [Rom 8,32].

Il mistero della Redenzione è il mistero dell’amore del Figlio, di Gesù Cristo Verbo incarnato. Anzi, la parola di Dio che abbiamo ascoltato svela soprattutto questa dimensione del mistero redentivo. L’amore del Figlio è prima di tutto, come ci ha appena ricordato la seconda lettura, amore che condivide fino in fondo la nostra condizione umana. "Non abbiamo" ci ha appena detto la parola di Dio "un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, come noi, eccetto il peccato" [Eb 4,15]. Assumendo la nostra natura mortale, assume per ciò stesso tutto il suo peso di miseria. Il Verbo non si è fatto soltanto vero uomo, ma uomo come tutti noi: carico di tutte le nostre debolezze. "non ha respinto dalla sua comunione la nostra natura decaduta". Scrive S. Gregorio di Nissa [PG 45,1252]. E’ questa condivisione che lo ha portato fino alla morte.

Ma l’amore del Figlio, nel mistero della Redenzione, è amore che trasforma la nostra condizione decaduta: la cambia radicalmente. E’ ancora la seconda lettura che ci introduce in questa dimensione del mistero redentivo: "Cristo, nei giorni della sua vita terrena…". La morte viene vissuta da Cristo come atto di obbedienza, offrendo se stesso e chiedendo di essere liberato dal regno della morte, di essere portato fuori dal regime e dalla condizione mortale. In quella preghiera fatta da Cristo era presente ciascuno di noi: ciascuno di noi pregava in Cristo. E fu esaudito per la sua docilità riverente. E’ in questa preghiera che siamo stati salvati, perché Egli è divenuto causa di salvezza eterna.

Il mistero della Redenzione è il mistero dell’amore dello Spirito Santo. Giovanni, lo avete sentito ora, descrive così il momento della morte di Gesù: "e chinato il capo, spirò", rese lo Spirito. La preghiera fatta da Gesù è stata esaudita e perciò ci viene donato lo Spirito Santo che opera nei nostri cuori la riconciliazione in Cristo col Padre. Attraverso i sacramenti del Battesimo e dell’Eucarestia, significati dall’acqua e dal sangue che escono dal costato del Crocifisso, lo Spirito Santo realizza il mistero della nostra redenzione. E’ lo Spirito che rende ciascuno di noi familiare col mistero della Redenzione, inserendolo nel più intimo della persona umana.

Ecco, fratelli e sorelle, questa è la dimensione divina del mistero della Redenzione, anzi più precisamente la dimensione trinitaria. La croce è la rivelazione dell’amore del Padre fedele fino in fondo alla sua alleanza con l’uomo, già concepita nell’atto creativo. E’ la rivelazione dell’amore del Figlio che ama l’uomo sino alla fine: amore più grande del peccato, più forte della morte. E’ la rivelazione dell’amore dello Spirito Santo che nella croce convince l’uomo a non aver più paura di Dio. Questa rivelazione dell’amore viene espressa con un solo nome: misericordia (cfr. S. Tommaso d’A, 3,46,1,ad3]; ha una forma: la Croce; ha un nome: Gesù Cristo.

2. Ma oggi la Chiesa, attraverso la preghiera universale che fra poco faremo, ci invita anche a meditare sulla dimensione umana della Redenzione. Essa consiste nel fatto che l’avvenimento accaduto sulla Croce è sempre attuale. E’ una realtà costante con la quale Dio abbraccia ogni uomo in Cristo con il suo amore eterno, e l’uomo riconosce questo amore, si lascia guidare e penetrare da esso, si lascia trasformare interiormente, divenendo "nuova creatura" [2Cor 5,17]. L’uomo è come ri-creato: ritrova se stesso, quel "se stesso" che egli spesso misura con criteri parziali ed apparenti, infondati.

E’ per questo che concluderemo la solenne azione liturgica con queste semplici e straordinarie parole: "si rafforzi la certezza della redenzione eterna". La certezza più grande, la certezza più necessaria, quella che non siamo perduti in eterno, ma redenti.