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XXIX DOMENICA PER ANNUM (A)
S. Giuseppe - Denore: 20 ottobre 2002

1. "Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio". Carissimi fratelli e sorelle, il dialogo fra Gesù e i farisei che si conclude con quelle parole, è di importanza fondamentale per noi cristiani. Essa infatti insegna ai credenti come devono considerare lo Stato e quindi come devono muoversi all’interno delle istituzioni pubbliche. Ed infatti le parole di Gesù rimasero assai vive nella catechesi degli Apostoli.

Abbiamo al riguardo due testi fondamentali che ci aiutano sommamente a capire la pagina evangelica. Il primo è di S. Paolo e lo troviamo nella lettera ai Romani: "ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite, poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio" [13,1-2]. L’altro testo è di S. Pietro, e dice: "siate sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore, … perché questa è la volontà di Dio: che, operando il bene, voi chiudiate la bocca all’ignoranza degli stolti".

In questi testi Paolo e Pietro affermano che l’ordinamento giuridico statale è voluto da Dio stesso perché ci sia una convivenza giusta e pacifica. Non si tratta di ritenere che lo Stato sia l’ultima istanza cui l’uomo sia sottomesso in tutto. Al contrario. Semplicemente si riconosce allo Stato la funzione di difesa del giusto.

La cosa si capisce meglio alla luce della prima lettura ascoltata. La parola di Dio, come avete sentito, non ha paura di designare il re Ciro l’eletto del Signore. Il re dei persiani, che né conosce né onora il Dio vero e fa ritornare in patria il popolo d’Israele per ragioni puramente politiche, agisce però come strumento di Dio dal momento che di fatto ristabilisce la giustizia.

Ora possiamo capire in tutta la sua portata la parola di Gesù: "rendete a Cesare quello che è di Cesare". Nella misura in cui l’imperatore romano, in cui ogni Stato è garante del diritto, egli può esigere obbedienza: esso svolge un compito non arbitrario, ma voluto da Dio stesso. Ma se capitasse che Cesare si attribuisse poteri divini, egli supera i suoi limiti ad in questo caso obbedire sarebbe rinnegare la signoria di Dio: "e a Dio quello che è di Dio". Non è che Gesù disegni due ambiti di dominio separati fra loro. No: esiste solo un ambito di signoria assoluta che è quella di Dio. Dentro essa si colloca anche l’esercizio dell’autorità statale, che esiste per ordinamento divino al fine di difendere la giustizia. E nella pratica Gesù si comportò coerentemente: giudicato da Pilato, posto di fronte al giudice ingiusto, Egli riconosce comunque che il potere di giudicare gli può venire solo dall’alto [cfr. Gv 19,11].

2. Carissimi fedeli la concezione che la nostra fede ha dello Stato è molto sobria e molto equilibrata, come vedete. Essa è aliena sia da qualsiasi utopia di anarchia rivoluzionaria sia da qualsiasi servilismo totalitario.

Nella misura in cui lo Stato garantisce la pace e la giustizia, deve essere obbedito: non per paura di sanzioni penali, ma "per amore del Signore". Ma questa misura ne delimita anche l’ambito che lo Stato non deve superare: in questo caso non deve più essere obbedito. Anche a costo della morte o fisica o civile.

Carissimi fratelli, deve dunque esserci nel cristiano un vero discernimento sia per essere da veri cristiani promotori di una convivenza pacifica nella giustizia sia per stare in guardia contro ogni forma di statalismo. Anche oggi si manifesta questa permanente tentazione di Cesare di attribuirsi anche ciò che è di Dio. Mi limito a due accenni.

Il primo riguarda la grave e continua difficoltà che lo Stato italiano dimostra a rinunciare al "monopolio dell’istruzione scolastica": l’Italia è l’unico paese dell’Occidente a non riconoscere una piena libertà di educazione.

Il secondo riguarda la confusione fra Stato e nazione. Che lo Stato sia laico, e che tutte le religioni debbano essere ugualmente libere, è fuori discussione. Ma la nazione italiana non è storicamente laica; il popolo italiano non è mai vissuto di quella pseudo-religione di valori comuni come oggi si vorrebbe far credere. E’ storicamente radicato nella fede cristiana: ignorare questo da parte dello Stato italiano è un atto di ingiustizia verso il popolo italiano, per la cui formazione è stato decisivo il contributo apportato dalla Chiesa cattolica.

Siamo appena usciti da un secolo di martiri: non dilapidiamo un’eredità così preziosa.