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XXXIII DOMENICA PER ANNUM (A)
Italba – Massenzatica – Pontelangorino
17 novembre 2002

 1. "Fratelli, riguardo ai tempi … così verrà il giorno del Signore". Carissimi fedeli, le parole dell’Apostolo che abbiamo udito nella seconda lettura, sono la migliore introduzione alla pagina evangelica. E’ ricorrente in noi la volontà, il desiderio di sapere quando finirà il mondo: le profezie al riguardo si sono moltiplicate lungo i secoli. Ugualmente insidiosa è la tentazione pure molto frequente di dire [come ci ha appena ricordato l’apostolo]: "pace e sicurezza": di vivere la vita presente dimenticando che essa può terminare in ogni momento.

Se vi ricordate, la pagina evangelica domenica scorsa terminava con queste parole di Gesù: "Vigilate, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora". Anziché tenerci occupati in questioni su quando finirà il mondo; anziché addormentarsi nella neghittosità di una vita vissuta come se non dovesse mai terminare, è meglio utilizzare il presente. La nostra preoccupazione, la nostra vigilanza deve riguardare le cose da fare ora; ciò che conta è rispondere al richiamo dell’ora: di ogni ora che ci è dato di vivere. E’ questo il significato fondamentale della parabola evangelica: il giudizio che il Signore darà di ciascuno di noi, quando verrà, dipenderà essenzialmente dalla utilizzazione delle possibilità presenti.

Facciamo attenzione, dunque, carissimi fedeli, alle figure essenziali della parabola ed al loro comportamento: il padrone, i primi due servi, il terzo servo.

Il padrone della parabola è Cristo stesso. Quale è il suo comportamento? Egli dona grande fiducia ai servi poiché affida loro tutto il suo patrimonio. Ciò che è fondamentale è che Egli, benché assente (visibilmente), continua ad essere "il padrone", e – soprattutto – che Egli ritornerà. Quando e come non interessa: il suo ritorno è certo. La vita che viviamo ora è in vista di quel ritorno, perché in quel momento dovremo rendere conto del patrimonio ricevuto.

Ma quale è questo patrimonio? E qui entrano in scena i tre servi. La parabola non ce lo dice. Sono il complesso di tutte le doti naturali e di tutti i doni della fede, che costituiscono la ricchezza di cui è dotata la persona. E qui noi scopriamo la differenza essenziale fra i servi.

I primi due vedono nei loro doni un compito; impiegano quello che hanno ricevuto. Il terzo sevo al contrario, invece di fidarsi del Signore, lo considera duro ed avido, e si chiude nei suoi confronti. Ed anziché vivere in pienezza la sua vita, viverla "raddoppiata", la consuma e la nasconde.

2. Carissimi fedeli, oggi concludo la Visita pastorale in mezzo a voi. Il Signore ci ha donato una parabola stupenda. Essa vi spinge a mettere a frutto tutto ciò che Egli vi ha donato sul piano naturale e della fede. I vostri sacerdoti stanno seminando in mezzo a voi con grande dedizione semi di bene. Siate come i servi del Vangelo che mettono a frutto tutto questo. Siate alieni da vuote discussioni o peggio divisioni: il Signore ha messo nelle vostre mani vari talenti. Fateli ora fruttare nelle vostre famiglie, nel vostro lavoro: "non dormiamo dunque" come dice l’Apostolo "come gli altri, ma restiamo svegli e siamo sobri".