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XXXIII Domenica per Annum (A)
Vigarano Mainarda: 14 novembre 1999


1. Leggendo e meditando attentamente il racconto inventato da Gesù, vediamo che i suoi momenti principali sono due: il gesto del padrone di affidare ai suoi servi una certa somma di denaro, e il rendiconto finale. Prestiamo anche attenzione ad un particolare importante: fra l’affido e il rendiconto corre "molto tempo".

Portiamo subito la nostra riflessione sul "rendiconto finale", che occupa quasi tutto il racconto evangelico. Esso mette in risalto il comportamento opposto rispettivamente dei primi due servi e del terzo: fedeltà, operosità ed impegno da una parte, malvagità, neghittosità ed indolenza dall’altra. E pertanto, la "sentenza-decisione finale" è opposta. Ai primi due è detto: "prendi parte alla gioia del tuo padrone"; al terzo: "gettatelo fuori nelle tenebre". Come vedete, è un racconto che inizia con un fatto comune ai tre, la consegna di una somma di denaro, ma poi si sviluppa tutto sul contrasto.

Ma che cosa ha voluto dire il Signore? Che cosa ha voluto insegnarci con questo racconto? Non è poi così difficile a sapersi, se siamo docili ed attenti alla sua parola.

Ed iniziamo proprio dal gesto che sta all’origine di tutto il racconto: "consegnò loro i suoi beni". Anche all’inizio della tua vita sta una "consegna". C’è un testo della S. Scrittura che dice: "Egli [il Signore] da principio creò l’uomo e lo consegnò in mano del suo proprio volere" (Sir 15,14). Dunque, ciascuno di noi è stato "consegnato" a se stesso: alla sua libertà. La propria persona è come un "capitale" che può essere messo a frutto. Di che cosa è fatto questo "capitale"? delle ricchezze proprie della nostra umanità. E’ la ricchezza della nostra intelligenza; è la ricchezza della nostra capacità di amare; è la ricchezza della nostra capacità di lavorare. Forze messe a disposizione della nostra libertà. Ma noi cristiani siamo stati arricchiti in un modo infinitamente superiore: la vita stessa di Dio ci è stata donata.

Ed è in conseguenza di questa "consegna di noi stessi a noi stessi" che inizia e si svolge tutta la nostra vita. E ciascuno di noi ha due modi fondamentali di viverla: o come i due primi servi che impiegano il capitale ricevuto o come il terzo servo che non mette a frutto niente. Proviamo ad applicare questo alle ricchezze, ai talenti di cui è dotata la nostra persona.

Il talento della nostra intelligenza. Tu lo metti a frutto quando non restringendoti alla sola realtà sensibile, tu vuoi capire fino in fondo il significato della tua vita; tu lo sotterri quando ti rendi schiavo dell’opinione della maggioranza e ritieni di scarso interesse il sapere come "stanno veramente le cose".

Il talento della nostra capacità di amare. Tu lo metti a frutto quando cerchi di realizzarti attraverso il dono sincero di te stesso agli altri; tu lo sotterri quando confondi amore e piacere e ti riduci ad essere trascinato dalle emozioni e dalle passioni.

Il tesoro sublime della nostra vita in Cristo. E’ l’apostolo Paolo che nella seconda lettura ci insegna come mettere a frutto la nostra vita in Cristo.

E’ una pagina straordinaria questa! Essa mostra alla persona umana la sua vera grandezza, la sua dignità incomparabile. Essa consiste nella sua libertà, nella sua capacità cioè di far giungere alla pienezza dell’essere la propria persona sviluppando la propria umanità in Cristo. Essa consiste nel fatto che poi ognuno di noi deve rendere conto di se stesso davanti al tribunale di Dio per tutto quello che avrà fatto.

 

 

2. Carissimi fedeli: oggi è un giorno grande nella storia della vostra comunità. Sono quattrocento anni che questa Chiesa è luogo in cui il vostro popolo si riunisce per celebrarvi i divini Misteri.

La pagina del Vangelo è particolarmente atta a farci capire il significato di questa celebrazione. La chiesa-edificio è il segno di una Presenza e di una compagnia.

Di una Presenza: la presenza di Dio stesso in mezzo a noi, fra le nostre case. "Il Verbo si fece carne e pose la sua dimora in mezzo a noi". Non siamo andati noi alla ricerca di Dio, è Dio che è venuto alla ricerca di noi. La chiesa-edificio significa che dentro alla nostra storia quotidiana dimora una Presenza che ne ha cambiato il senso, donandole pienezza di significato.

Di una Compagnia: il Verbo si fa carne per condividere in tutto la nostra condizione umana, escluso il peccato. La chiesa-edificio significa questa "compagnia" che Dio fa all’uomo lungo la sua strada. Ed infatti è qui che l’uomo vive i momenti fondamentali del suo umano faticare: è in questo spazio santo che acquista consapevolezza piena della sua dignità. Qui la nascita è rinascita battesimale; qui l’amore fra l’uomo e la donna viene elevato alla dignità di sacramento; qui l’umano morire diviene ingresso nell’eternità. Spazio santo in cui entra ogni umano soffrire ed ogni umano gioire. La vita cioè diventa, come vuole il Signore, impegno di crescita e lavoro sereno ma continuo.

Ecco, fratelli e sorelle: siete dentro alla storia di un popolo che ha espresso la sua più profonda identità in questo "segno sacro". Sia sempre vostra cura custodirla intatta, trasmetterla ai vostri bambini e giovani, questa ricchezza spirituale: perché l’uomo non sia mai deturpato nella sua dignità di chi ha come compagno di viaggio Dio stesso e vicino di casa il Verbo fattosi carne.