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3a Domenica di Avvento (A)
13 dicembre 1998

1.  “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attendere un altro?”. Nella domanda che Giovanni manda a fare a Gesù, dobbiamo riconoscere ciascuno di noi. E’ una domanda che nasce dal nostro «cuore», se non vogliamo spegnere in noi proprio ciò che costituisce la nostra grandezza.
 “Dobbiamo attendere”: dice Giovanni. Dobbiamo, sottolineo. Ma è vero che l’attesa è un’esigenza inscritta nella natura della nostra persona? Ma è proprio vero che ciascuno di noi è «in attesa»? Certamente, ci sono tante piccole-grandi attese della nostra vita: se una persona cara è lontano, noi attendiamo che arrivi, perché desideriamo la sua persona; se siamo oppressi da preoccupazioni, noi attendiamo, cioè speriamo, che le cose si risolvano per il meglio; se due giovani si vogliono bene, essi attendono di sposarsi. E così via. Questi esempi ci mostrano che ogni volta noi abbiamo, sentiamo il bisogno di avere un bene che ci manca, noi lo attendiamo, desideriamo, speriamo.
 Ma proviamo ora, carissimi fratelli e sorelle, a farci una domanda, tanto semplice ma tanto grande: i  nostri desideri, le nostre attese, le nostre speranze riguardano solamente beni come un sufficiente benessere economico, la sicurezza del lavoro, la salute?  Oppure non c’è forse in noi il desiderio, l’attesa, la speranza di «qualcosa d’altro», più necessario del benessere economico, della sicurezza del lavoro, della salute? E’ il desiderio, l’attesa, la speranza della felicità: «essere contenti», cioè vivere una vita tale per cui tu ti trovi bene in essa. Ecco, potremo dire così: vivo così che sono contento di vivere. Sono nella gioia.
 Proviamo ora a riascoltare la domanda di Giovanni: “Sei tu colui che deve venire…” . Cioè: sei tu colui che è capace di farmi vivere in modo tale da essere nella «gioia di vivere»? colui che fa si che la mia vita valga comunque la pena di essere vissuta? “oppure devo aspettarmi tutto questo da un altro?” E’ la domanda più «provocatoria» che possiamo fare a Cristo: è la domanda che lo interroga circa il senso-significato della sua persona e della sua vita.
 E che cosa (ci) risponde Gesù? Nel modo più semplice: ciò che udite e vedete costituisce la risposta alla vostra domanda; ciò che io dico (la mia parola) e ciò che io faccio (le mie opere) sono la risposta.
 “I ciechi ricuperano la vista”: la sua parola e la sua morte-risurrezione ti illuminano sull’enigma della vita. Esse svelano ad ogni uomo da dove viene, dove va e chi è.
 “Gli storpi camminano”: Egli è colui che consente all’uomo di «camminare», cioè  di essere veramente liberi, orientandolo verso il suo vero bene.