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FESTA DI SANT’ANTONIO
Ferrara, 13 giugno 2001

Nelle celebrazioni dei santi che la Chiesa ha insignito del titolo di "dottori" della fede il Signore ci offre la grazia di ascoltare un insegnamento che può nutrire la nostra vita cristiana in un modo singolare. Antonio è stato chiamato "doctor evangelicus" [dottore evangelico] e S. Francesco riconobbe in lui singolare sapienza, poiché fu il primo cui affidò l’insegnamento della teologia ai suoi frati. Anche noi dunque questa sera vogliamo porci alla scuola di Antonio, ascoltando il suo insegnamento sulla persona e l’opera del nostro Salvatore, Gesù Cristo.

1. Fedele discepolo di Francesco, Antonio vede sempre Gesù il Cristo come il centro di tutta la realtà. "Il centro" egli scrive "è il posto che compete a Gesù: in cielo, nel grembo della Vergine, nella mangiatoia del gregge e sul patibolo della Croce … Sta al centro di ogni cuore; sta al centro perché da Lui, come dal centro, tutti i raggi della grazia si irradino verso di noi che camminiamo all’intorno e ci agitiamo alla periferia" [Sermone dell’Ottava di Pasqua 6; in S. Antonio da Padova. I Sermoni, ed. Messaggero, Padova 1996, pag. 229-230]. Quello che è il sole nel mondo fisico, è Cristo nel mondo delle persone: lui è la luce che dona la vita; lui è il fuoco che riscalda la freddezza del nostro cuore.

Volendo Antonio descrivere il modo con cui Cristo ha operato la nostra salvezza, con profonda commozione scrive: "Ci mostrò quindi le mani e il costato dicendo: Ecco le mani che vi hanno plasmato, come sono state trafitte dai chiodi; ecco il costato, come Eva fu procreata dal fianco di Adamo, ecco come è stato aperto dalla lancia per aprirvi la porta del paradiso, sbarrata dalla fiammeggiante spada del cherubino… Se farai bene attenzione a queste cose e le ascolterai, avrai pace con te stesso, o uomo" [ibid. pag. 231-232]. La contemplazione di Antonio, fedele discepolo in questo di Francesco, si fissa nella contemplazione della passione di Cristo, anzi anticipando in questo la spiritualità cristiana moderna – del costato aperto di Cristo. "La vita muore per i morti" dice "O occhi del nostro diletto chiusi nella morte! O volto, nel quale gli angeli bramano fissare lo sguardo, chino ed esangue! O labbra, favo di miele stillante parole di vita eterna, divenute livide! O capo, tremendo agli angeli, che pende reclinato! Quelle mani, al cui tocco scomparve la lebbra, fu restituita la vista perduta, fuggi il demonio, si moltiplicò il pane: quelle mani, ahimè, sono trafitte fai chiodi, sono bagnate di sangue!" [Sermone nella Cena del Signore 8; ibid. pag. 194].

Ciò che colpisce il cuore di Antonio nella continua meditazione sull’opera redentiva di Cristo, è la fatica che questa è costata al Redentore. "Agevole e facile" egli scrive "fu la creazione, che avvenne soltanto con una parola, anzi con la sola volontà di Dio, il cui dire è volere; ma la ri-creazione fu molto difficile, perché avvenne con la passione e morte … Nella creazione il Signore non ha faticato, perché "ha fatto tutte le cose che ha voluto"; ma nella ri-creazione faticò tanto che "il suo sudore fu come gocce di sangue che cadevano in terra"(Lc 22,44)" [Sermone della Domenica IV dopo Pasqua 5; ibid. pag. 291].

2. Antonio, dottore evangelico, ponendo al centro di tutto nella persona ed opera di Gesù Cristo, ci insegna anche una dottrina assai profonda sulla nostra persona: ci guida ad una nuova comprensione di noi stessi.

L’uomo è creato ad immagine e somiglianza di Dio. In questa profonda verità sull’uomo, Antonio vede riassunta tutta la storia della nostra salvezza. "Considera" egli scrive "che l’immagine è triplice: l’immagine della creazione, nella quale l’uomo è stato creato, cioè la ragione: l’immagine della ri-crazione (nuova creazione), con la quale viene ricostruita l’immagine creata, cioè la grazia di Dio che viene infusa nella mente da rinnovare; l’immagine della somiglianza, per la quale l’uomo è stato fatto ad immagine e somiglianza di tutta la Trinità" [Sermone della Domenica XXIII dopo Pentecoste 10; ibid. pag. 853].

Alla scuola di Antonio poniamoci alla sequela di Cristo, nella quale solamente possiamo raggiungere la pienezza della nostra vita: "Su dunque" ci esorta il santo "carissimi fratelli, supplichiamo e imploriamo il nostro Salvatore, il Signore Gesù Cristo, perché voglia illuminare … la nostra anima con la sua effigie e con la sua luce, affinché, trasformati nell’anima e nel corpo, meritiamo di essere resi conformi alla sua luce nella gloria della risurrezione" [ibid. pag. 862].