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OMELIA ESEQUIE DON PIETRO TERZI
MIZZANA 11 luglio 1996

“Il Signore ne ebbe compassione e le disse: non piangere”.
Ogni volta che celebriamo l’Eucarestia, noi celebriamo la compassione del Signore e risentiamo nel cuore il conseguente comando di non piangere. L’Eucarestia è infatti la celebrazione sacramentale del sacrifico di Cristo, della sua morte. E la morte del Signore costituisce la sua condivisione, spinta fino al limite della nostra condizione. Egli ebbe compassione di noi e perciò venne a vivere con noi ogni nostra esperienza, anche la morte. In questo modo, ci mostra le viscere di misericordia del nostro Dio, che viene a visitarci dall’altro come un sole che sorge, per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte.
 Ma ben singolare ci appare il comando di Gesù: non piangere! Che si può fare di fronte alla morte, specialmente di una persona cara, se non piangere? Il pianto di fronte alla morte: segno di una disperata impotenza di fronte ad un destino inesorabile. Se Gesù ordina di non piangere, non è perché ignori la tragedia della morte. E’ perché Egli ci dice che la sua “compassione” è più forte della morte: Egli colla sua morte ci ha liberati dalla morte. Ed anche se il corpo viene consegnato al sepolcro, tuttavia i giusti “sono nelle mani di Dio, nessun tormento li toccherà ... essi sono nella pace”. Ed infatti, continua il racconto del Vangelo, “accostatosi, toccò la bara”. Siccome Egli sente compassione, si accosta alla nostra suprema miseria e toccandola, pronuncerà la parola della risurrezione: “dico a te, alzati”.
 E così in Gesù che vince la morte, si compie la liberazione fondamentale dell’uomo, quella dalla schiavitù della paura della morte, propria di ciascuno di noi. Toccando la nostra bara, ci dona la speranza certa che in Lui risorgeremo.
 All’avvicinarsi della morte, don Pietro ebbe proprio questa serenità. Quando lunedì scorso ... Gli chiesi si fare offerta della sua vita al Signore per la santificazione dei suoi fratelli sacerdoti e del suo vescovo. Egli mi disse che così stava facendo.

 E’ la serenità che traspare dal suo testamento spirituale che ora vi leggo:
“Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Al tramonto della mia giornata, sento il dovere  di ringraziare dal profondo del cuore il Signore per il dono della vita, della fede, della grazia e del sacerdozio. Siano benedetti i miei amatissimi genitori che con tanti sacrifici e cure mi hanno generato, allevato e sostenuto nei momenti più difficili della vita. Un grazie affettuosissimo alla carissima sorella Carla e un cordialissimo augurio di tanto bene nel Signore per il nipote Matteo e per tutti i parenti. Siano benedetti tutti quelli che ho incontrati e conosciuti nel tempo del mio ministero sacerdotale e pastorale. Invoco la divina assistenza in modo specialissimo sui fedeli di Mizzana con i quali ho vissuto per tanto tempo il mio ministero. Ringrazio quanti mi hanno fatto del bene e chiedo perdono a quanti involontariamente avessi recato dispiaceri. Perdono di cuore a quelli che volontariamente o no mi hanno causato sofferenze. Desidero morire in comunione perfetta con la nostra Santa Madre Chiesa in cui sono stato formato e dalla quale ho ricevuto i benefici spirituali più preziosi.
Desidero essere sepolto nel cimitero di Mizzana, nell’edicola funeraria riservata ai sacerdoti di Mizzana. “Nelle tue mani, o Signore, raccomando il mio spirito”.
Maria, mamma dei sacerdoti, prega per me e per i miei cari.
In Cristo
Terzi don Pietro
Ferrara, 27 gennaio 1992 ore 10