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IV DOMENICA DI PASQUA
Celebrazione eucaristica per "Genitori in cammino"
Cattedrale 11 maggio 2003

1. "Io sono il buon pastore; il buon pastore offre la vita per le pecore". Questa presentazione che Cristo fa di se stesso è una delle più commoventi e suggestive. Non a caso la prima raffigurazione del nostro Salvatore, un affresco nelle catacombe romane, lo rappresenta come il buon Pastore avente sulle spalle una pecora.

Per farci penetrare più profondamente nel significato di questa immagine, Gesù la contrappone a quella del mercenario. Mentre il pastore "offre la vita per le pecore", il mercenario invece "abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde". Che cosa spiega questo diverso comportamento del pastore e del mercenario? È detto con una formulazione di insondabile profondità: "al quale le pecore non appartengono". Ciò che spiega il comportamento di Cristo nei nostri confronti; la ragione di tutto ciò che Egli ha fatto per noi, fino ad offrire la sua vita, è il fatto che ciascuno di noi gli appartiene. La nostra persona e la nostra vita è fondata, è come radicata nel rapporto di appartenenza a Cristo. È questa appartenenza che vince ogni umana disperazione. Quando infatti un uomo vuole dire lo stato di disperazione in cui versa; dice: "io non sono di nessuno; io non importo a nessuno, e quindi nessuno si prende cura di me".

Che cosa significa questa appartenenza di ciascuno di noi a Cristo, quale sia la vera portata di questa nostra condizione ce lo fa capire S. Paolo, quando scrive: "chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo?… io sono infatti persuaso che né morte né vita … potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore" [Rom 8,35.38-39]. La nostra appartenenza a Cristo ci pone in un legame così stretto, così forte con Lui che niente e nessuno potrà strapparlo, se non siamo noi stessi a romperlo: neppure la morte.

L’appartenenza a Cristo conferisce una solidità incrollabile alla nostra persona e alla nostra vita a causa della potenza di Cristo stesso, della sua signoria invincibile. Egli dice: "nessuno me la [=la vita] toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo". Noi confidando in Lui, appoggiandoci a Lui, stringendoci a Lui "pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio" [1Pt 2,4], diventiamo partecipi della sua stessa solidità. "E’ meglio rifugiarsi nel Signore" abbiamo detto "che confidare nell’uomo, è meglio rifugiarsi nel Signore, che confidare nei potenti"; infatti, "chi confida nel Signore, è come il monte Sion: non vacilla, resta fermo in eterno".

Carissimi "genitori in cammino", la parola di Dio oggi ci rivela in quale condizione noi ci troviamo: Cristo è il nostro buon pastore, e noi a Lui apparteniamo. Egli ci conosce personalmente, e noi conosciamo Lui.

2. Questa parola di Dio, così ricca di vera consolazione, è vera anche per i vostri figli di cui oggi noi vogliamo fare memoria; riguarda anche loro.

Come ci ha ricordato S. Paolo, neppure la morte può spezzare il vincolo di appartenenza a Cristo, "perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo siamo dunque del Signore. Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi" [Rom 14,8-9].

I vostri figli appartengono a Cristo, ed è volontà del Padre che Egli non perda nessuno di quanti sono suoi, ma li risusciti nell’ultimo giorno [cfr. Gv 6,39]. Portati sulle spalle del buon Pastore, i vostri figli sono transitati attraverso la morte e portati là dove Cristo si trova: nella stessa vita eterna di Dio.

A noi che ancora pellegrini su questa terra avanziamo tra le tribolazioni della vita e le consolazioni di Dio [cfr. S. Agostino, La città di Dio XVIII, 51,2; PL 41,614], non resta che pregare colle parole della Chiesa: "guidaci al possesso della gioia eterna, perché l’umile gregge dei tuoi fedeli giunga con sicurezza accanto a te, dove lo ha preceduto in Cristo, suo pastore".