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Settimana Mariana 2002
CELEBRAZIONE EUCARISTICA COI SACERDOTI:
La gioia di Maria è la nostra gioia
Cattedrale 10 ottobre 2002

1. "Allora Maria disse: l’anima mia magnifica il Signore". Dovremmo avere una particolare venerazione per questa pagina evangelica, venerati fratelli, poiché essa, più di ogni altra, ci consente di conoscere i sentimenti più profondi del cuore di Maria. Ella è da Elisabetta pubblicamente indicata quale "madre del Signore", in diretto riferimento al momento dell’annunciazione. A causa di questa pubblica testimonianza, tutto ciò che fino ad allora era stato come nascosto nelle profondità dello spirito di Maria ora si esprime pienamente. E noi veniamo a conoscere come Maria ha vissuto il grande avvenimento dell’Incarnazione, come lo ha, per così dire, spiritualmente sentito.

La pagina di Luca non può non richiamare il passo della lettera agli Ebrei che ci svela i sentimenti più profondi del Verbo, il modo con cui il Verbo ha, per così dire, vissuto la sua incarnazione: "…entrando nel mondo, Cristo dice: tu non hai voluto né sacrifico né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà" [10,5-7].

Il Verbo vive la sua incarnazione come atto di offerta, atto con cui mette Se stesso a totale disposizione della volontà del Padre per la redenzione dell’uomo: ed è stata questa spogliazione che ci ha donato la salvezza. Maria prende coscienza di essere stata collocata dalla grazia del Padre al centro di questo avvenimento di amore. Prende coscienza di essere la prima a partecipare a questa nuova rivelazione di Dio e alla Sua auto-donazione: "grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente, e santo è il suo nome". Una presa di coscienza abitata da un’immensa umiltà: "ha guardato l’umiltà della sua serva". Maria è consapevole di trovarsi nel cuore stesso di tutta l’economia di salvezza, nella quale "di generazione in generazione" si manifesta la fedeltà di Colui che "si ricorda della sua misericordia". Si trova "nel cuore" perché, come ci insegna il Conc. Vaticano II, "la profonda verità sia su Dio sia sulla salvezza degli uomini … risplende a noi in Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta la rivelazione" [Cost. dogm. Dei verbum 2, ; EV 1/873].

La parola evangelica oggi sottolinea il fatto che Maria ha vissuto la sua partecipazione al mistero dell’Incarnazione del Verbo nella gioia: "e il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore". L’invito rivolto dal profeta a Gerusalemme trova in Maria il suo pieno compimento: "gioisci, esulta, figlia di Sion, perché, ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te". Il Verbo è venuto ad abitare in mezzo a noi, e questa presenza riempie di esultanza lo spirito di Maria, che di questa presenza è il tempio santo.

La gioia dunque di Maria nasce dalla contemplazione dell’amore del Padre nell’incarnazione del Figlio unigenito e dalla sua partecipazione a questo avvenimento: l’anima di Maria magnifica il Signore perché è stata magnificata dal Signore. Un monaco medievale scrive: "l’anima di Maria magnifica il Signore perché lei stessa è stata magnificata da Lui. L’anima di Maria infatti non avrebbe potuto magnificare il Signore, se prima non fosse stata lei stessa magnificata dal Signore. Ella magnifica dunque colui dal quale è stata magnificata, ma non lo fa soltanto con le parole, e neppure soltanto con la santità del proprio corpo, bensì col suo straordinario amore" [Adam de Perseigne; Lettere; SCh 66, pag. 58].

2. Vorrei, venerati fratelli, che guardassimo cogli occhi della fede al nostro sacerdozio questa mattina alla luce della gioia messianica di Maria. Non è questa una considerazione marginale del nostro ministero, possibile solo dimenticando la sua serietà ed il peso quotidiano della sua fatica apostolica. Non è una considerazione marginale perché se la nostra persona è capace di azioni dal valore assoluto, deve avere una durata infinita, deve cioè essere immortale; e quindi deve avere uno scopo assoluto che è la gioia beatificante. La conferma di questa struttura ontologica del nostro io è che esso può fare senza di tutto, può rinunciare a tutto, ma non alla gioia dello spirito: si può vivere mancando di tutto, ma non senza gioia.

L’apostolo Paolo insegna che uno dei frutti dello Spirito Santo è la gioia [cfr. Gal 5,22]. Commentando questo testo S. Tommaso fa un’osservazione profonda. Lo Spirito Santo produce in noi la gioia in quanto e perché produce in noi l’amore, dal momento che l’effetto immediato e necessario dell’amore è la gioia ["all’amore che è proprio della carità segue necessariamente la gioia": 1,2, q.70, a.3; cfr. anche 2,2, q.28, a.1 e in Gal cap. V, lect. VI, n° 330]. La misura della nostra gioia è data dalla misura del nostro amore. E’ qui che entriamo nel nucleo più intimo della nostra esistenza sacerdotale: l’atto supremo della nostra libertà chiamata ad amare, cioè a scegliere lo stesso bene divino, e non altri beni finiti. Perché Maria ha esultato nel suo spirito? Perché aveva sperimentato che Dio aveva guardato all’umiltà della sua serva; perché vedeva che la Sua misericordia si era espansa di generazione in generazione, fino a raggiungere la pienezza nell’avvenimento accaduto nella sua persona: l’incarnazione del Verbo. In una parola: Maria è nella gioia perché vede l’amore di Dio nella storia degli uomini e si sente partecipe di questa divina auto-donazione.

Entriamo nel mistero più profondo del nostro sacerdozio. Siamo anche noi, come Maria, quotidianamente immersi nel mistero della redenzione dell’uomo, "questa relazione sconvolgente tra l’amore di Gesù e il peccato del mondo, questa relazione che ha trafitto il cuore di Gesù nella sua passione, questa relazione sconvolgente che lega tutta la storia dell’umanità alla passione di Cristo" [F.-Lethel, L’amore di Gesù. La cristologia di S. Teresa di Gesù Bambino, ed. LEV 1999, pag. 313]. Ciascuno di noi è come trafitto da questa relazione fra l’amore di Cristo e il peccato dell’uomo. Partecipa della gioia luminosa di una misericordia che estendendosi di generazione in generazione, è più forte del peccato, e contemporaneamente del peso del peccato del mondo che nel nostro popolo ha assunto il più incredibile dei volti, l’indifferenza. Ministri di una grazia che sovrabbonda là dove abbonda il peccato, come Maria esultiamo a causa di quella sovrabbondanza; chiamati a sederci alla tavola dei peccatori, fa piaga al nostro cuore ogni miseria umana.

Nessuno forse meglio di Caterina da Siena ha descritto questa condizione nostra di ministri della redenzione, quando riferisce le seguenti parole dettele dal Padre: "questo è quello ultimo stato dove l’anima sta beata e dolorosa; beata sta per l’unione che a fatta meco per sentimento gustando l’amore divino; dolorosa sta per l’offesa che vede fare alla bontà e grandezza mia" [Il Dialogo 79, Edizioni Cateriniane, Roma 1988, pag. 204; cfr. anche S. Tommaso d’A, 2.2,q.28,a.3: aliquis tristatur de eo quod repugnat partecipationi boni divini vel in nobis vel in proximo].

Tutti i grandi mistici del secolo ventesimo hanno vissuto questa condizione: S. Teresa Benedetta Stein, S. Teresa di Gesù Bambino; S. Pio da Pietralcina e S. Silvano del monte Atos; S. Gemma Galgani. Questo è la nostra condizione esistenziale: testimoni della sovrabbondanza della grazia perché consapevoli dell’abbondanza del peccato; seduti alla tavola coi peccatori per gustare il banchetto dell’infinita misericordia del Padre

Si può uscire da questa condizione e porci quindi in una condizione di menzogna percorrendo l’uno o l’altra delle seguenti direzioni: o cercare la gioia fuori dall’esperienza della sovrabbondanza della grazia o lasciarsi insidiare dalla tristezza di un’esistenza che non interpreta più se stessa nella luce del mistero redentivo.

Venerati fratelli, incomparabilmente grande è il nostro ministero. Affidiamoci ancora una volta a Maria, causa della nostra letizia, e ripartiamo dalla nostra Cattedrale con la consapevolezza più viva del senso del nostro sacerdozio: chi ama è nella gioia.