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RENO CENTESE
9 luglio 1999

1. "Carissimi, non siate sorpresi per l’incendio di persecuzione che si è acceso in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano". La parola di Dio ci richiama questa sera, nella memoria del beato Elia morto martire, ad una verità elementare sulla vita cristiana: questa non può non essere esposta alla contraddizione, alla persecuzione del mondo. Sarebbe strano che non fosse così, ci avverte l’apostolo. Per quale ragione? Perché cristiano è colui che ha deciso di seguire Cristo come unica luce che guida alla vita eterna. Ma questa sequela lo espone al potere di quel mondo che rifiuta di riconoscere che "la luce è venuta fra le tenebre" e che la luce è la divina Persona di Gesù, Dio fattosi uomo. Lo scontro, solitamente sotterraneo, fra il regno di Dio che viene dentro alla nostra storia quotidiana e "i dominatori di questo mondo di tenebra" (Ef 6,12), nel martire emerge in tutta la sua chiarezza inequivocabile. E lo scontro è questo: "la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce" (Gv 3,19). Il martire muore, viene ucciso a causa di questa scelta preferenziale delle tenebre nei confronti della luce, fatta dal mondo.

Se il martirio è la "messa in evidenza" di ciò che quotidianamente accade nella storia, allora il martirio non è privilegio di alcuni. Ogni discepolo di Cristo è chiamato al martirio. Presentando infatti l’esistenza cristiana, Gesù nel Vangelo parla di odio, di persecuzione, di rifiuto della predicazione evangelica. E’ un insegnamento fra i più chiari sul fatto che l’esistenza cristiana è un "caso serio". La testimonianza del cristiano prende in consegna tutta la sua vita. Cristo l’ha detto in modo inequivocabile: chi non pospone tutto a Lui, anche la vita, non è degno di Lui.

In questa prospettiva, tutta la vita del discepolo deve essere un morire a se stesso, per vivere per Cristo. L’impegno totale della vita e la testimonianza del sangue non sono affatto distinguibili. Il martirio non è tanto una questione di morte, ma piuttosto una questione che riguarda ogni istante della nostra vita. In questo senso, ogni cristiano è chiamato al martirio.

Questa identità del cristiano, alla quale il nostro martire oggi ci richiama, non deve essere intesa come un dovere, pesante e terribile, che il discepolo si sente imposto dall’esterno. Anzi è una "beatitudine": "beati voi" – ci dice l’apostolo – se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria e lo Spirito di Dio riposa su di voi". La nostra esistenza deve lasciarsi espropriare dall’amore di Dio, rivelatosi in Cristo, di cui lo Spirito ci dona l’esperienza: lasciarci conformare all’amore di Cristo, che giunse fino al dono della vita.

Qui scopriamo la vera natura del martirio cristiano. Il martire cristiano non muore per un’idea, sia pure assai elevata: per la dignità dell’uomo, la libertà, la solidarietà con gli oppressi. Egli muore con Qualcuno, Cristo, che è già morto e risuscitato per lui. E questa è la nostra vocazione di cristiani.

Ecco, fratelli e sorelle: nella luce del mistero eucaristico che stiamo celebrando, che è la memoria della morte di Cristo, vediamo lo splendore del martirio cristiano e della testimonianza che ogni credente, radicandosi nell’Eucarestia, è chiamato a donare.

2. Ed è splendore, quello del martire, che guida anche i nostri passi incerti, i nostri sofferti tentativi di costruire anche una degna abitazione terrena: degna, dico, dell’uomo.

Dal martirio infatti vengono a noi tre luminosi orientamenti per la nostra convivenza umana.

- Esiste una distinzione netta fra ciò che è bene e ciò che è male; una distinzione questa che non è la stessa che quella fra ciò che è utile e ciò che è dannoso, fra ciò che è piacevole e ciò che è spiacevole. "Vi sono comportamenti concreti che è sempre sbagliato scegliere, perché la loro scelta comporta un disordine morale" (CChC1761). Richiamandoci a questa basilare evidenza etica, il martire ci insegna che non compete a noi di far trionfare la giustizia nella società; a noi è chiesto solo di agire con giustizia: il resto deve essere lasciato alla Provvidenza di Colui che conta perfino tutti i capelli del capo.

- Il secondo orientamento allora che ci viene dal martirio, è che non tutto è contrattabile, che esistono valori che non hanno prezzo e che non possono essere oggetto di scambio e di trattative. Troviamo qui una delle cause più profonde della disintegrazione delle comunità umane, a cui assistiamo. Comunità frantumate sotto un martello che va sbriciolando ogni tessuto connettivo spirituale, poiché – dimenticando l’insegnamento del martire – riteniamo che tutto l’umano, tutti i contenuti della nostra umanità siano frutti di convenzioni sociali. I richiami alla solidarietà sono sterili, se non si ricupera la consapevolezza che esiste una immutabile verità della persona della quale ciascuno di noi è partecipe. La consapevolezza che questo è il nostro primo e vero bene comune: la nostra umanità.

- Infine, allora, il martire è il maestro della vera libertà: Egli ci insegna che cosa significa essere veramente liberi: assoggettarsi alla verità, e solo alla verità della nostra persona umana. Il martire viene ucciso perché rifiuta di assoggettarsi ad un potere diverso da quello che trova la sua giustificazione nel giudizio della coscienza morale.

3. Vi dicevo all’inizio che è proprio del martirio esprimere in forma inequivocabile la verità dell’esistenza cristiana. Se infatti il "martirio del sangue" è riservato ad alcuni discepoli del Signore, il "martirio della volontà" è vocazione di ogni cristiano: è la pura e semplice definizione della vita cristiana. Il Concilio Vaticano II insegna: "Se a pochi è concesso [il martirio del sangue], devono però tutti essere pronti a confessare Cristo davanti agli uomini, e a seguirlo sulla via della Croce durante le persecuzioni, che non mancano mai nella Chiesa" (Cost. dogm. Lumen Gentium 42). A creare i martiri non sono malintesi umani che un dialogo migliore potrebbe togliere, ma una necessità intrinseca al messaggio evangelico: la sua contrapposizione ai príncipi di questo mondo. Ed ogni cristiano è posto in questa contrapposizione.

Da che cosa oggi è insidiata questa vocazione del cristiano al martirio? da una progressiva evanescenza della persona del Verbo incarnato come vivente in mezzo a noi. La persona del Signore risorto è resa evanescente dal pensare che l’essenza della fede cristiana consista nell’affermazione di alcuni valori morali condivisibili da tutti. Alla singolare unicità di Cristo si va sostituendo un generico comune codice morale, che per essere comune diventa sempre meno morale e che spesso maschera una ricerca del proprio utile. Il "caso serio" del Crocefisso-risorto si svuota in un superficiale chiacchierare umanistico e pacifista.

Il martire ci pone nella serietà della nostra sequela di Cristo e ti dice:

"Dimori sempre in te il comandamento di Dio e ti offra senza interruzioni luce e splendore per il discernimento degli eventi; poiché se esso da molto tempo occupa la direzione della tua anima e predispone per te opinioni veritiere su ciascuna cosa, non permetterà che tu sia mutato in peggio da alcuna delle cose che accadono, ma farà sì che con la mente così predisposta tu possa reggere, come scoglio lungo il mare, sicuro e immoto alla violenza dei venti e all’assalto dei flutti." (S. Basilio di Cesarea)