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XIV DOMENICA PER ANNUM (B)
Mottatonda 9 luglio 2000

1. " E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: donde gli vengono queste cose?" Nel nostro approccio al cristianesimo, più precisamente alla persona di Gesù, c’è un momento in cui ci si ferma: un "arresto". Se questo non accadesse, non avremmo neppure varcato la porta del cristianesimo. E’ lo stupore ["rimanevano stupiti" dice il Vangelo] che hanno provato per la prima volta i compaesani di Gesù. Esso nasce di fronte al "paradosso cristiano". In che cosa consiste questo paradosso? Non nella dottrina che Gesù ci ha insegnato. Altri ci hanno insegnato, per esempio, che dobbiamo amare il prossimo come noi stessi, che dobbiamo amare anche i nemici. Il paradosso è la sua persona: è Lui! In Lui infatti troviamo la compresenza di attributi divini e di attributi umani. E’ questa compresenza che genera nella mente dei suoi compaesani come una cascata di domande.

Il vero paradosso del cristianesimo è questo: Dio ha preso la nostra natura e condizione umana. L’uomo si arresta! E non gli restano che due alternative. La prima, quella imboccata dai compaesani di Gesù: lo scandalo. Cioè: questa presenza è insopportabile, questo modo di essere da parte di Dio è inaccettabile. E pertanto si nega che Gesù sia Dio fatto uomo o riconducendo e riducendo la sua realtà dentro i confini del puramente umano oppure facendo della sua umanità un rivestimento mitologico, metaforico di una dottrina religiosa. Il risultato è comunque lo stesso: "ciascuno a casa sua; ciascuno al suo posto", dice chi si scandalizza di Gesù. Dio a casa sua, su in cielo; l’uomo a casa sua, qui sulla terra. Con quale conseguenza? "non vi poté operare nessun prodigio", dice il Vangelo. L’uomo è lasciato a se stesso.

Ma c’è anche un’altra possibilità: la fede. E’ la certezza che "il carpentiere, il Figlio di Maria, il fratello di Giacomo, Joses, di Giuda e di Simone" è il Figlio di Dio . E’ questa la fede cristiana: Dio si è fatto uomo. "Il Verbo si è fatto carne" come abbiamo detto nell’acclamazione al Vangelo "e ha posto la sua dimora in mezzo a noi". Questo è il fatto cristiano.

2. "Ed egli mi ha detto: "ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza"".

Il paradosso cristiano continua anche nella vita dell’apostolo. Dio si è fatto uomo e dunque si rende presente nell’umiltà e povertà della nostra condizione umana. Coerentemente, perché l’apostolo possa essere efficace nel suo ministero non c’è affatto bisogno che egli sia potente in se stesso e per se stesso. Gli è necessaria e sufficiente la forza di Cristo, che in un apostolo debole, povero ed ammalato raggiunge la sua manifestazione di potenza. Il paradosso cristiano che è Gesù Cristo, è anche il paradosso dell’apostolo: anzi il paradosso della Chiesa. Essa, la Chiesa, siamo noi: noi con la nostra miseria, ma dentro a questa miseria dimora la presenza di Cristo steso. La Chiesa è il corpo di Cristo.

Di fronte alla Chiesa sono possibili le due alternative che l’uomo ha nei confronti di Cristo: o lo scandalo o la fede. Lo scandalo di chi non può sopportare che la potenza del Signore si manifesti pienamente nella debolezza, e quindi riduce la Chiesa ad una società puramente umana. La fede di chi sa che l’Incarnazione continua nella Chiesa, poiché essa non è niente altro che la presenza di Cristo dentro alla nostra storia umana.

3. Noi ora siamo dentro, profondamente dentro al paradosso cristiano: al paradosso supremo che è Gesù, Dio-uomo, al paradosso che è la Chiesa, corpo di Cristo. Che cosa ci ha fatto riunire in questo luogo sperduto della campagna ferrarese? Il fatto che il mistero di Cristo si è reso presente nella persona e nella vita di un umile donna qui nata. Ella, come l’apostolo, ha sofferto la malattia e la debolezza nella sua carne: la potenza di Cristo si è manifestata in lei.

Il paradosso cristiano si dimostra pienamente nei santi. La loro grandezza consiste nella loro umiltà, e la loro forza è costituita dalla loro debolezza: "quando dono debole, è allora che sono forte".