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IMMACOLATA CONCEZIONE
8 dicembre 1998


1. “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga in me quello che hai detto”. Queste parole, carissimi fratelli e sorelle, descrivono l’atto più grande che Maria ha compiuto, l’atto più grande che ciascuno di noi può compiere, quello che esprime nel modo perfetto la verità della nostra persona: l’obbedienza al Creatore. “Avvenga in me quello che hai detto”, cioè: “quello che il Signore mio creatore ha disposto di me e su di me; quello che ha pensato e voluto pensando e volendo la mia persona, e che ora conosco, accada in me”. Ma, notatelo accuratamente carissimi fratelli e sorelle, perché il Signore possa compiere la sua opera in Maria, è necessario che Ella dia il suo consenso libero. Ciò che fa sì che un’azione non solo avvenga in una persona, ma sia anche della persona, è la sua libertà. Maria aveva detto prima: “Eccomi, sono la serva del Signore”. In forza di questo atto di libertà, ciò che accade in Maria è opera di Dio e di Maria. Non nello stesso senso. Di Dio che stende l’ombra della sua potenza, e di Maria che acconsente all’opera di Dio. Ecco l’atto più grande compiuto da Maria, l’atto più grande che possiamo compiere: presentare alle mani di Dio creatore un cuore morbido e malleabile perché così l’Artista divino possa compiere la sua opera; e non rifiutare, diventando duro, l’impronta delle sue dita.
 Oggi noi celebriamo la pienezza di santità di Maria, celebrando il suo consenso pieno all’opera di Dio nella sua persona. Celebriamo lo splendore della sua libertà, resa possibile dal fatto che Ella è stata “Preservata da ogni macchia di peccato”: anche dal peccato originale che deturpa ciascuno di noi fin dal momento del suo concepimento.
 La solennità odierna allora ci mostra anche, per contrario, quale è il germe  patogeno che distrugge dal di dentro la nostra libertà e quindi la nostra persona. Meditiamo profondamente la prima lettura. Essa riferisce il dialogo fra il Creatore, il primo uomo Adamo e la prima donna Eva, subito dopo il primo peccato, vero modello di ogni peccato anche nostro: il peccato che, secondo la fede della Chiesa, costituisce il principio e la radice  di tutti gli altri.
 “Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?”: il peccato nella sua originaria realtà avviene nella libertà della persona, prima di tutto come “disobbedienza”, cioè come opposizione della volontà dell’uomo alla volontà di Dio. Ma le radici di questo modo di essere liberi, disobbedendo cioè al comandamento di Dio, vanno ricercate nella stessa situazione reale dell’uomo. Egli, l’uomo e la donna, ciascuno di noi; è “ad immagine e somiglianza di Dio”: questa è la nostra grandezza e dignità. Ma questo soggetto personale che è ciascuno di noi, è pur sempre una creatura: dipende dal suo Creatore come la luce dal sole. Il comando datogli, quello di non mangiare i frutti dell’“albero della conoscenza del bene e del male” esprimeva e ricordava continuamente il limite invalicabile per un essere creato: quello di stabilire, di determinare ciò che è buono e ciò che è cattivo. Dio creatore è l’unica e definitiva fonte dell’ordine morale, mediante l’intima verità del nostro essere creato nel Verbo incarnato, in Cristo, come ci ricorda la seconda lettura. La “disobbedienza” come dimensione originaria di ogni peccato consiste precisamente nel rifiuto di questa fonte, nella pretesa umana di diventare fonte autonoma ed esclusiva di determinazione di ciò che è bene e male.
 Ho detto che questa disobbedienza è un germe patogeno che se attecchisce alla nostra libertà, alla fine la distrugge. Notate infatti che cosa accade nell’uomo e nella donna.
 “Ho avuto paura”: l’uomo vede in Dio un avversario da cui difendersi. Viene falsificato il Volto stesso di Dio, e l’uomo si trova ad essere sradicato dalla sua origine.
 “Perché sono nudo”: l’armonia originaria in cui viveva la persona si è spezzato e disintegrato. La libertà ormai sarà una conquista impossibile.
 “La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero”: alla comunione originaria fra l’uomo e la donna subentra la difficile coesistenza di due libertà in contrasto fra loro.

2. “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo”. La  prima lettura ed il Vangelo ci pongono davanti due modi possibili di essere liberi: quello di Adamo-Eva, quello di Maria. Narrano due esperienze contrarie di libertà: il “dissenso” di Eva, il “consenso” di Maria. Alla fine: due modi di vivere la propria esistenza.
 La seconda lettura ci svela la verità del nostro essere e quindi il modo giusto di essere liberi. L’intenzione creatrice del Padre ha un contenuto preciso: Gesù Cristo. Egli ci crea sul modello che è il Verbo incarnato. Essere liberi nel senso interamente vero significa lasciarsi configurare a Cristo morto e risorto; consentire a che lo Spirito Santo scenda su di noi e che su di noi stenda la sua ombra la potenza dell’Altissimo, così che Cristo possa essere generato in noi: “ci ha predestinati ad essere suoi figli adottivi”.
 Essere e dimorare nella verità, perché risplenda in noi la libertà intera.
 E’ ciò che oggi contempliamo in Maria ed è ciò che noi oggi chiediamo per sua intercessione: essere liberati da quella colpa che ci impedisce di essere liberi.