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VENERDÌ SANTO
5 aprile 1996

1/ E’ un giorno “straordinario” che la Chiesa oggi vive: l’unico in cui il momento culminante della sua liturgia  non è l’Eucarestia, ma la Croce. Non il sacramento, ma il fatto nudo e semplice della Croce: la passione e la morte di Cristo. Ne abbiamo appena ascoltato il racconto, grandioso e semplice, che ce ne ha lasciato un testimone oculare d’eccezione: l’evangelista Giovanni. Ma la Chiesa, fin dagli inizi, non si accontentò di sapere come si era svolta quella terribile vicenda. Desiderò capirne il significato, vederne la ragione profonda: perché Cristo, il Figlio di Dio, è morto? Si chiese. La risposta fu trovata subito in una pagina del profeta Isaia: “Egli è stato trafitto per i nostri peccati, schiacciato per le nostre iniquità”. S. Paolo: “Cristo è morto per i nostri peccati”.
 Fratelli, sorelle: questa parola del profeta, di S. Paolo cambia completamente la nostra posizione di fronte alla passione e morte di Cristo. Da spettatori sia pure partecipi e commossi, diventiamo imputati. Quella parola ci trafigge: “Tu hai ucciso il Figlio di Dio!” Perché? Perché anche tu hai peccato ed il peccato, non altro, è stata la causa della passione e della morte del Figlio di Dio. E se dici che tu non hai nessuna responsabilità, menti, perché se diciamo che siamo senza peccato, mentiamo. E chi ha peccato, è stato la causa della morte del Figlio di Dio. Ecco: chi non ha vissuto questa certezza “con timore e tremore”, la certezza che le sofferenze di Cristo sono opera sua, che gliele ha inflitte lui, non è vero cristiano. Ma di fronte alla passione e morte di Cristo non basta sentirsi imputati; dall’imputazione di deve passare alla confessione. La Chiesa oggi ti dice: tu hai ucciso il Figlio di Dio; e l’uomo esclama: si , io ho peccato ed ho ucciso il Figlio di Dio. Questo passaggio dall’imputazione alla confessione non è opera puramente umana. E’ lo Spirito Santo che ci convince di peccato: è la conversione del peccatore che nella sua Misericordia il Padre accoglie. Ed allora nell’uomo avviene qualcosa di straordinario: è rigenerato ad una vita nuova. L’albero aveva distrutto l’uomo; l’albero della Croce lo salva. Ed allora la Croce diventa lo splendore della Misericordia di Dio; è coma la barca che ti porta fuori dalla tua condizione di peccato verso la vita nuova del Risorto. Ascoltate come tutto questo è espresso da un vescovo del secondo secolo, che mette sulla bocca di Cristo queste parole: “Sono io che ho distrutto la morte, che ho trionfato sul nemico, che ho rapito l’uomo alla sommità dei cieli. Orsù, dunque, venite voi tutte stirpi umane immerse nei peccati. Ricevete la remissione dei peccati. Sono io, infatti, la vostra remissione ... io il vostro riscatto, io la vostra vita, io la vostra risurrezione, io la vostra luce, io la vostra salvezza” (Melitone di Sardi).

2/ Perché il Figlio di Dio è morto? E’ morto a causa dei nostri peccato, ha risposto la Chiesa fin dai primordi della sua vita. Ma i credenti che di quella morte furono testimoni non si accontentarono di quella risposta. Essi infatti si chiesero: “e perché volle morire per i nostri peccati?”. La risposta fu straordinaria: perché ci amava. “Mi ha amato ed ha dato se stesso per me”, esclama S. Paolo. Ed a questo punto, l’uomo resta completamente senza parola, dominato da uno stupore senza fine. Che senso ha continuare ancora a chiederci: e perché ci ha amati? Egli ci ha amati e basta. L’amore di Dio è assolutamente gratuito: non ha nessuna ragione se non l’insondabile libertà di Dio. Gesù dunque è morto liberamente, per amore. Non per caso, non per necessità. Non per una fortuita convergenza di forze occulte: è morto per amore! E così la Croce che oggi noi contempliamo, è la parola definitiva, conclusiva e riassuntiva di tutto il discorso Che Dio andava intessendo con l’uomo fin da quando passeggiava con lui nel giardino originale. Quale era infatti il contenuto di tutto questo discorso? Che Dio ci ama. “Molte volte ed in vari modi ...”, dice l’autore della lettera agli Ebrei. “Ma in questi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio”. C’è una differenza enorme: Gesù non ci parla dell’amore di Dio; Egli è l’amore stesso di Dio. Ed “avendo amato i suoi li amò fino alla fine”. Ascoltate come spiega tutto questo un teologo della Chiesa orientale: “Non doveva rimanere nascosto quanto immensamente Dio ci amasse; quindi, per darci l’esperienza del suo grande amore e mostrare che ci ama di un amore senza limiti, Dio inventa il suo annientamento, lo realizza e fa in modo di divenire capace di soffrire e di patire cose terribili. Così, con tutto quello che sopporta, Dio convince gli uomini del suo straordinario amore per loro e li attira nuovamente a sé, essi che fuggivano il Signore buono credendo di essere odiati” (N. Cabasilas, La vita in Cristo, VI, 2). La Croce ci ha definitivamente rivelato che Dio ci ama non per scherzo, ma veramente e sul serio.
 Fatti allora “oggetto” di un tale amore quale appare dalla Croce, chi non riconoscerà l’eccellenza della nostra dignità? Siete stati comprati a caro prezzo, ci dice S. Pietro: vali molto, non degradarti. Nel crocifisso l’uomo scopre definitivamente che egli agli occhi di Dio è infinitamente prezioso. Oh che i nostri occhi guardino semplicemente al Crocefisso! “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto”.

 O Croce speranza unica, patibolo visibile e visibile trono del Re dei Re, albero prezioso piantato ormai per sempre nel centro dell’universo e del mondo: fiorito nella nostra valle di lacrime, sii tu il legno sul quale possiamo passare dal mare agitato della nostra vita terrena al porto dell’eternità.