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FESTA di S.BERNARDO degli UBERTI
Parma 4 dicembre 2000

1. "Così dice il Signore Dio: "Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura". Carissimi fratelli e sorelle, queste parole profetiche esprimono la verità centrale della nostra fede: non è l’uomo che è andato alla ricerca di Dio, ma è Dio che cerca l’uomo e ne ha cura. E’ questo fatto che definisce la religione cristiana. Questa non esprime lo sforzo dell’uomo di raggiungere in un qualche modo il Mistero di Dio: la religione cristiana non è opera dell’uomo. Essa è Dio che viene a cercare l’uomo: l’uomo perduto per ricondurlo alla sua vera dimora; l’uomo ferito nella sua dignità per restituirlo alla sua originaria verità; l’uomo malato per curarlo. Il cristianesimo è la cura che Dio ha per l’uomo.

La profezia ["Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura"] si compie, si realizza perfettamente nella persona di Gesù Cristo, il Verbo incarnato morto e risorto per la salvezza dell’uomo.

La ricerca che Dio fa dell’uomo in Gesù Cristo consiste nel fatto che Dio stesso assume la nostra natura e condizione umana, per riportarci al possesso della vita stessa divina. La restituzione dell’uomo alla sua originaria dignità è compiuta attraverso il dono che Cristo, buon pastore, fa della sua vita nel sacrificio della croce. La cura dell’uomo perché sia guarito nelle sue ferite si compie attraverso i santi sacramenti, che di quel sacrifico applicano l’efficacia redentiva ad ogni persona che vi si accosta nella fede. La cura che Dio ha per l’uomo è Gesù Cristo.

Ma la pagina evangelica ci rivela la ragione profonda dell’interesse supremo che Dio ha per l’uomo: "Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge". Si parla qui di una "appartenenza" dell’uomo a Dio: Dio non può abbandonare l’uomo al suo destino perché gli appartiene. Anche se l’uomo può rinunciare alla sua appartenenza a Dio in Cristo ed essere infedele a se stesso, Dio in Cristo non può rinunciare alla sua paternità ed è sempre fedele. "Il Figlio di Dio" scrive S.Paolo "Gesù Cristo… non fu "sì" e "no", ma in Lui c’è stato il "sì". E in realtà tutte le promesse di Dio in Lui sono divenute "sì" [2 Cor. 1,19-20].

E’ questa appartenenza a Cristo che fonda la speranza di ogni uomo di non essere abbandonato, di non essere stato gettato dentro alla realtà e poi lasciato a se stesso. Ed è il rifiuto di questa appartenenza l’origine di ogni male dell’uomo, poiché tutta la nostra consistenza dipende da Lui.

2. Nella sua provvidenza Dio ha voluto porre in ogni generazione dei segni viventi della cura che Egli ha dell’uomo: della cura che si è manifestata in Gesù Cristo. Ha voluto che ci fossero persone – segni viventi, ministri dell’opera del Padre per la salvezza dell’uomo.

La Chiesa di Parma oggi fa memoria di uno di questi "ministri di Dio" che, come insegna l’apostolo nell’apostolo, "con grande fermezza nelle tribolazioni… "fu segno vivente di Cristo in mezzo a questo popolo; della cura che Dio ha per l’uomo. Bernardo, appartenente alla nobile famiglia degli Uberti, fu pastore che non fuggì, come il mercenario, ma si prese cura del suo gregge. Eletto Vescovo di Parma, lasciò la dignità cardinalizia e la carica di abate generale della Congregazione Vallombrosana per essere più interamente dedito a questa Chiesa.

Come ci ha appena detto l’apostolo, Bernardo si presentò la suo popolo "con molta fermezza… nelle prigioni". Per due volte nella sua vita, egli fu fatto prigioniero a causa della fedeltà al papa. Una prima volta durante la disputa fra Enrico V e il papa Pasquale II per la questione delle investiture; una seconda volta quando si era recato a Milano per persuadere l’arcivescovo di quella città a ritirare il suo appoggio a Corrado e sostenere il candidato del Papa.

Monaco, vescovo, fedele collaboratore del Papa, Bernardo sintetizza in sé la triplice dimensione essenziale del servizio episcopale: vicino a ciascuno con la carità operosa e più di tutti dedito alla contemplazione, "per assumere in sé con le sue viscere di misericordia, la debolezza degli altri e insieme per andare oltre se stesso nell’aspirazione delle realtà invisibili, con l’altezza della contemplazione" [S.Gregorio Magno, La regola pastorale II,5; CN ed., Roma 1981, pag.76]. E tutto questo nella piena comunione col successore di Pietro.

3. Assai opportunamente dunque il Vescovo di questa Chiesa e successore di S.Bernardo ha voluto che oggi fosse conferito il mandato ai catechisti. Essi infatti, dopo i sacerdoti e i diaconi, sono i principali collaboratori del vescovo perché lo coadiuvano nel servizio fondamentale che Egli è chiamato a svolgere per il suo popolo: la trasmissione della fede.

Si avveri per ciascuno di essi quanto abbiamo detto nel Salmo responsoriale: "ho annunciato la tua giustizia nella grande assemblea; vedi, non tengo chiuse le labbra, Signore, tu lo sai. Non ho nascosto la tua giustizia in fondo al cuore, la tua fedeltà e la tua salvezza ho proclamato".