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FESTA DELL’UNITA’ NAZIONALE
Cattedrale: 4 novembre 2002

1. "Chiunque odia il proprio fratello è omicida". Riuniti nella fede per celebrare l’Eucarestia al fine di ottenere dal Signore una sempre più profonda unità nazionale, siamo scossi da questa dura parola di Dio: "chiunque odia il proprio fratello è omicida". Esiste un omicidio nel cuore, e non solo nelle mani: l’odio del proprio fratello.

Come sempre, la parola di Dio ci porta alla radice delle questioni: che cosa fa l’unità di una Nazione e che cosa la distrugge?, e: dove dimora la forza unitiva e la forza disgregativa del corpo sociale? Ciò che fa l’unità della Nazione è l’amore o amicizia fra i cittadini; ciò che la distrugge è l’odio o l’inimicizia fra i medesimi. La vera sorgente da cui scaturisce quindi la forza unitiva o disgregativa è il cuore della persona che si trova associata con altre.

Già la sapienza pagana aveva visto chiaramente questa verità. "Sembra…" scrive un filosofo pagano "che sia l’amicizia a tenere insieme la città, ed i legislatori si preoccupano più di lei che della giustizia… quando si è amici, non c’è alcun bisogno di giustizia, mentre, quando si è giusti, c’è ancora bisogno di amicizia" [Aristotele, EN VIII,1;1155a]. Verità ripresa dal pensiero cristiano, come appare dal seguente passo di S. Tommaso: "l’intento principale della legge umana è di rendere amici gli uomini (ut faciat amicitiam hominum ad invicem)" [1,2,q.99,a.2].

Nella temperie culturale in cui siamo immersi ogni parola che denota le grandi esperienze umane è insidiata oggi dalla banalizzazione, incapaci come siamo di avere un rapporto vero e giusto colla realtà. E pertanto la parola di Dio e la retta ragione che vede nell’amicizia civile la forza unitiva della nazione, può oggi essere perfino derisa. Ben altro ci vuole – si dice – per tenere unita una nazione.

E’ dunque necessario approfondire brevemente questa visione della società. Di che cosa in realtà parliamo quando parliamo di "amicizia civile" come forza aggregante di una nazione? Parliamo di quella concorde comunione creata dall’amore dello stesso bene. E’ la spirituale comunione nel riconoscimento di un bene comune, che costituisce un popolo. Esiste un patrimonio spirituale comune che possa costituire l’unità della nostra Nazione?

La risposta ci viene, mi sembra in modo inequivocabile, dalla storia della nostra Nazione. Questo patrimonio comune spirituale è costituito dalla fede cristiana, "qui suscitata dalla predicazione apostolica fin dai primissimi anni dell’era cristiana e presto avvalorata dall’effusione del sangue di numerosi santi" [Giovanni Paolo II, Lettera ai Vescovi italiani, 6 gennaio 1994; cfr. La traccia 1 (1994) pag. 17-18]. Non la fede cristiana intesa come religione rivelata, ma in quanto generatrice di un umanesimo che pone nel primato della persona, nel principio di sussidiarietà e nella legge della solidarietà le colonne dell’edificio sociale.

Questo non significa la negazione della laicità dello Stato italiano: valore per altro esso stesso ultimamente generato dalla fede cristiana. Laicità in forza della quale ogni religione deve essere ugualmente libera. Ma è necessario distinguere accuratamente Stato e Nazione. La creazione di una Nazione italiana laica, il tentativo cioè di creare un’unità nazionale attorno ad un procedimento per sottrazione di tutte le differenze fino a giungere ad alcune costanti dell’umano, da tutti riconoscibile, è un tentativo che nella sua astrazione si è da tempo dimostrato fallimentare. Se lo Stato deve essere laico, storicamente la Nazione italiana non è laica. Essa vive e si nutre di un universo di valori spirituali che hanno la loro origine dal Vangelo. Questo "patrimonio culturale" è sempre stato il tessuto connettivo del nostro popolo. Volere ora sostituire un astratto codice etico o mere regole formali come legami sociali, è impresa destinata a fallire.

2. La meditazione della parola di Dio ci porta anche ad una diagnosi rigorosa su ciò che sembra essere il principale principio di disgregazione dell’unità nazionale. E’ la negazione teorica e pratica che esista un "ideale" che ecceda la ricerca del proprio utile. Un utilitarismo perseguito senza alcuna uscita possibile dalla sua logica è la forza che sta disgregando la nostra unità nazionale. Perché nel contesto di questa concezione dell’uomo, la società civile non può che essere la coesistenza regolamentata di egoismi opposti, e i rari momenti di unità, fragili miracoli della convergenza di interessi contrari.

L’evangelizzazione della nazione italiana che è il compito prioritario della Chiesa italiana, ha anche questo effetto collaterale: quello di generare nel cuore una speranza capace di forare l’orizzonte chiuso del proprio utile individuale. E’ la speranza di rendere meno difficile la vita dei propri figli; di poter donare una risposta vera alla domanda di senso che ci viene posta dal vuoto che devasta l’umanità dei nostri giovani. Che i nostri santi patroni, Francesco e Caterina, ci ottengano il dono di questa speranza.