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COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI
Cattedrale 2 novembre 2000

1. "Udii allora una voce potente che usciva dal trono: non ci sarà più la morte". Carissimi Fratelli e sorelle, nella nostra fede abbiamo ascoltato la voce potente del Signore, la sua parola, e se siamo qui questa sera è perché siamo certi che "non ci sarà più la morte".

L’odierna giornata, nella quale tutta la preghiera della Chiesa è preghiera di suffragio, esprime in primo luogo la verità centrale della nostra fede: "Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti, e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo". [1Cor 15,20-22]. Queste parole dell’apostolo sono la risposta alle tre domande più oscure che nascono dentro al nostro cuore: a) quella sul destino finale della nostra esistenza e quindi sul suo senso ultimo; b) quella sul significato del dolore; c) quella sul senso della morte.

La domanda sul destino finale della nostra esistenza: "Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo, ed Egli sarà "Dio-con-loro!". Noi siamo destinati ad essere sempre con il Signore poiché Dio ha voluto essere il "Dio-con-noi". Agostino descrive nel modo seguente questa nostra eterna convivenza col Signore: "il tuo Dio sarà tutto per te. Te ne ciberai per non aver più fame, lo berrai per non avere sete; sarai da Lui illuminato per non esser cieco; sarai da Lui ristorato per non venir meno; ti possederà tutto intero, Egli tutto intero. Non soffrirai lassù ristrettezza, con Colui con il quale possiedi tutto; tutto avrai e tutto anche Egli avrà; perché tu e Lui sarete uno" [En. in ps. 36, I, 12; NBA XXV, pag. 763].

La domanda sul significato del dolore riceve la sua risposta più vera alla luce di questa nostra destinazione finale. Lo abbiamo ascoltato nella prima lettura: "in cambio di una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha graditi come olocausto". Già la sapienza di una ragione retta aveva capito che la sofferenza aveva un qualche valore, ed aveva espresso questa comprensione attraverso una formulazione mirabile: imparare attraverso la sofferenza. Imparare non una qualsiasi cosa, ma attraverso la sofferenza l’uomo giunge a capire i suoi limiti, la sua finitezza, liberandolo dalla peggiore delle illusioni, quella di ritenersi padrone della propria vita. Ma la parola di Dio, letta alla luce del mistero pasquale del Signore, va ben oltre. La nostra sofferenza è una "prova" attraverso la quale Dio stesso ci prepara al suo incontro: ci educa alla vita eterna. Come Cristo ci ha introdotti nella vita attraverso le sue sofferenze, così anche noi tutti maturiamo per essa mediante le nostre sofferenze, avvolti come siamo dal mistero della Redenzione di Cristo.

Questa sera riceviamo la risposta, infine, alla domanda sul senso della nostra morte. Questa è davvero il male estremo dell’uomo, poiché essa consiste nella disintegrazione della persona umana. L’anima sopravvive e sussiste separata dal corpo, ed il nostro corpo viene sottoposto alla corruzione del sepolcro. Colla sua morte-risurrezione "il Figlio unigenito libera l’uomo dal peccato e dalla morte. Prima di tutto egli cancella dalla storia dell’uomo il dominio del peccato, che si è radicato sotto l’influsso dello Spirito maligno, iniziando dal peccato originale, e dà poi all’uomo la possibilità di vivere nella Grazia santificante. Sulla scia della vittoria sul peccato egli toglie anche il dominio della morte, dando, con la sua risurrezione, l’avvio alla futura risurrezione dei corpo. L’una e l’altra sono condizione essenziale della "vita eterna", cioè della definitiva felicità dell’uomo in unione con Dio" [Giovanni Paolo II, Lett. Ap. Salvifici doloris 15,2].

2. Ma le nostre certezze di fede questa sera generano, devono generare un grande atto di carità: la fede deve – come sempre – operare attraverso la carità. Poiché chi ci ha preceduto nella morte, ci ha in realtà preceduto nella vita eterna, i nostri fratelli defunti sono vivi in e con Cristo. Come lo siamo noi. E così viviamo in Cristo una profonda comunione coi nostri defunti: nello Spirito Santo noi pellegrini sulla terra e i defunti siamo legati gli uni agli altri in un’intimità che supera spazio e tempo.

E’ dunque possibile recare soccorso a chi fra loro è ancora bisognoso di purificazione, soprattutto attraverso la preghiera di suffragio. Noi possiamo offrire a Dio le nostre tribolazioni e pregarlo di farle valere come soddisfazione presentata dai nostri defunti, poiché il valore di questa offerta dipende totalmente dalla morte di Cristo. E durante questo Anno Santo non dimentichiamo quella forma speciale di aiuto che è l’indulgenza.

Carissimi fratelli e sorelle: l’esperienza di fede e di carità che viviamo questa sera è assai grande. Usciamo da questa Cattedrale con una speranza "piena di immortalità", poiché quanti confidano nel Signore, comprendono il vero senso della morte e quindi della vita: "coloro che gli sono fedeli vivranno presso di Lui nell’amore; perché grazia e misericordia sono riservate ai suoi eletti".