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XXII DOMENICA PER ANNUM (C)
Stellata – Coccanile
2 settembre 2001

1. "Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato". Prendendo spunto dal comportamento tenuto da alcuni invitati ad un pranzo cui anche Gesù partecipava ["gli invitati sceglievano i primi posti"], Egli ci rivela una legge fondamentale del comportamento di Dio verso l’uomo: Dio esalta l’uomo che si umilia ed umilia l’uomo che si esalta. Maria più di ogni altro aveva profondamente capito questo stile di Dio quando nel suo Cantico dice: "Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili" [Lc 1,50-51]. E’ necessario dunque che comprendiamo bene che cosa significhi "umiliarsi", e che cosa "esaltare": l’avvenimento della nostra salvezza, il nostro destino finale dipende dall’incontro fra la nostra umiliazione e l’esaltazione donataci dal Signore.

L’umiltà richiesta all’uomo è semplicemente il riconoscimento teorico e pratico della propria verità di creature. Che cosa significa essere creature? Due cose: non siamo stati noi a darci la vita, ma noi esistiamo perché Dio lo ha voluto, e ci conserva nell’essere; non siamo capaci di procurarci quella pienezza di felicità che il nostro cuore desidera. Non sei tu a darti la vita; non sei tu a donarti la felicità che desideri.

Queste due dimensioni della nostra condizione creaturale sono strettamente collegate: ognuno di noi desidera essere nella piena felicità perché nella sua condizione di creatura non trova nulla che lo soddisfi pienamente.

Di fronte all’uomo si aprono due strade, due modi di pensare e vivere la propria vita: quello indicato nella descrizione evangelica di ci cerca di scavalcare sempre gli altri per assicurarsi i posti più sicuri; quello indicato da Maria nel suo cantico: ha fatto in me cose grandi perché ha guardato all’umiltà della sua serva.

Carissimi fratelli e sorelle, questa pagina del Vangelo ci richiama alla verità del nostro essere davanti a Dio: siamo totalmente dipendenti da Lui; a Lui tutto ciò che abbiamo dobbiamo; "chi gli ha dato qualcosa per primo" scrive S. Paolo "si che abbia a riceverne il contraccambio? Poiché da Lui, grazia e Lui e per Lui sono tutte le cose" [Rom 11, 27-28].

Oggi si sfugge a questa condizione vivendo come se Dio non esistesse: l’auto-esaltazione dell’uomo oggi assume la figura dell’indifferentismo. E’ un uomo che si vede, si vuole affidato solo a se stesso.

2. "Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici …". Il secondo insegnamento di Gesù è strettamente connesso al primo e ci rivela la seconda legge fondamentale del comportamento di Dio nei nostri riguardi: la gratuità. "Chi gli ha dato qualcosa per primo si che abbia a riceverne il contraccambio?" ci ha appena detto S. Paolo: non esiste nessun diritto dell’uomo nei confronti di Dio perché non siamo mai collocati su un piano di parità. Ma questa verità richiamata da Gesù nel primo insegnamento, si illumina ora di una luce particolarmente attraente. Poiché Dio ti ama, egli ti dona tutto gratuitamente: il suo è un amore incondizionato.

La consapevolezza della gratuità dell’amore di Dio genera un nuovo sociale umano, un modo nuovo di convivere fra le persone umane: "sarai beato perché non hanno da contraccambiarti". Oh quale profondità in queste parole! la beatitudine dell’uomo consiste nel dono poiché l’uomo realizza se stesso solo nel dono sincero di se stesso.

Noi celebriamo l’Eucarestia per divenire capaci di donarci, poiché è solo il sacrificio di Cristo che compie in noi la redenzione dal nostro egoismo: "da che questo sacramento ci rafforzi nel tuo amore e di spinga ad amarti nei nostri fratelli" [or. dopo Comunione].