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MEMORIA DI S. GIUSEPPE LAVORATORE
Cattedrale 1 maggio 2002

1. "Dio disse: facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza … soggiogate [la terra] e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscio sulla terra". Carissimi fratelli e sorelle, in queste parole è racchiusa la verità intera del lavoro umano e la sua specifica preziosità etica: fatto ad immagine e somiglianza di Dio, l’uomo è collocato nell’universo visibile perché lo "domini". Fin dall’inizio pertanto egli è chiamato al lavoro, ed il lavoro è una delle caratteristiche che distinguono l’uomo dalle altre creature. Esso quindi esprime in modo particolare la persona umana, e questa connessione del lavoro colla persona ne determina la intima qualificazione e ne costituisce la natura. Ciò significa che la misura fondamentale del valore del lavoro è la misura della dignità della persona, del soggetto umano che lo compie. Se vogliamo cioè comprendere il valore del lavoro umano fino in fondo, non possiamo limitarci a criteri e misure esclusivamente economici, ma dobbiamo considerarne sempre la natura etica.

Da ciò deriva una importante conseguenza per l’architettura, se così possiamo dire, della società. Alla luce delle parole bibliche risulta che nell’impegno per la costruzione di una società più giusta, il lavoro umano ed il problema della sua organizzazione è e deve essere al centro, non equiparandolo mai completamente agli altri mezzi di produzione. Questa centralità deve essere riconosciuta a tutti i livelli della gestione della cosa pubblica: dalle amministrazioni comunali alla direzione dello Stato; nell’ambito dei singoli paesi e in quello più vasto dei rapporti internazionali.

La parola di Dio che abbiamo ascoltato ci pone in un’attitudine critica, profondamente critica verso quella concezione della società oggi storicamente vincente e sempre più invasiva e pervasiva dei nostri rapporti con gli altri. Del nostro modo di pensare, delle nostre motivazioni ad agire. E’ la visione che considera il mercato come paradigma fondamentale secondo cui coniugare, vivere tutti i rapporti umani. In questa prospettiva, la società umana non potrebbe e non dovrebbe essere che la coesistenza, la meno conflittuale possibile, di tanti individui alla ricerca del proprio interesse privato.

La parola di Dio al contrario ci rivela che la persona umana è costitutivamente sociale: "Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò". Fin dalle origini la persona umana è dentro ad una relazione con l’altra: "maschio e femmina li creò".

Il superamento di una visione "mercantilista" della società può avvenire solo nel ricupero della nozione e dell’esperienza del bene comune. Questo recupero esige il consenso sulla verità di due presupposti: gli uomini non vivono isolati, ma insieme, così che il bene proprio non può mai essere disgiunto dal bene dell’altro; è possibile ragionare insieme, discutere, correggere gli errori solo se si ammette che esiste un ordine oggettivo della giustizia e non solo i propri interessi.

Se non recuperiamo il senso del bene comune, che è poi la dimensione più preziosa del senso dello Stato, non potremo raggiungere una organizzazione del lavoro fatta a misura della dignità della persona. E’ necessario ben più che "abbassare i toni" o non "delegittare l’avversario"; ciò che è necessario è una forte consapevolezza della nostra umanità in quanto è definita dalla ricerca del vero, del bene, del giusto.

2. La pagina biblica costituisce certamente una magna charta etica dell’organizzazione del lavoro, nel senso che da essa possiamo enucleare alcuni orientamenti di fondo e non le concrete soluzioni giuridiche, che sono completamente fuori dalla competenza della Chiesa. Né è questo il contesto, quello della celebrazione liturgica, per individuare ed esporre gli orientamenti etici fondamentali per l’organizzazione del lavoro. Mi limito ad una sola riflessione.

Essa non è prima di tutto consenso sulle regole, ma o è consenso sui valori, che l’organizzazione del lavoro deve promuovere e difendere, o diventa inevitabilmente negoziazione di interessi di parte col rischio che prevalga quello del più forte.

Tocchiamo forse la questione di fondo. In vista dei gravi problemi che oggi ci troviamo ad affrontare per difendere la dignità del lavoro umano [nuove forme di disoccupazione, impieghi poveri, contratti atipici a tempo determinato con rimunerazione molto bassa], come è possibile ricostruire un patto sociale di vera solidarietà? Solo se ammettiamo l’esistenza di beni-valori reali e la nostra capacità di conoscerli. In definitiva, solo un consenso di tutti su questi beni-valori reali; solo un consenso condiviso interiormente da tutti a causa della comune conoscenza di questi beni-valori reali; solo un consenso obbligante per tutti perché derivante dall’unico patrimonio comune, la nostra dignità di persone, permetteranno di riorganizzare il lavoro in modo adeguato alla sua vera natura etica.

Carissimi fratelli e sorelle, alla fine di questa celebrazione chiederemo a "Dio, nostro Padre" di godere "i frutti della giustizia e della pace". E’ con questi desideri che continuiamo la nostra Liturgia, deponendoli sull’altare del sacrificio di Cristo "il figlio del carpentiere".