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Comitato "Cardinale Carlo Caffarra"


GIUBILEO DEL MONDO DEL LAVORO
Cattedrale Ferrara, 1 maggio 2000

1. "Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò". La parola di Dio oggi ci riporta all’atto della nostra origine: l’atto della creazione. Attraverso questa "memoria dell’origine" noi riscopriamo la verità della nostra persona: chi siamo e che cosa ci è chiesto di fare. Dopo aver detto, infatti, chi siamo ["immagine e somiglianza di Dio"], il testo biblico aggiunge un comandamento ["riempite la terra; soggiogatela"]: il comandamento del lavoro.

Carissimi fratelli e sorelle, la connessione che la parola di Dio pone fra la persona umana considerata nel suo essere e il lavoro a cui è chiamata, costituisce la verità fondamentale sul lavoro umano stesso ed il criterio per giudicare quando l’organizzazione dello stesso è o non è conforme alla dignità della persona.

Dal testo biblico appena letto risulta che la persona umana è "ad immagine e somiglianza di Dio", tra l’altro, per il comando ricevuto dal suo Creatore di soggiogare, dominare la terra; il che equivale a dire che l’uomo attraverso il lavoro realizza se stesso: si conferma come "immagine e somiglianza di Dio", cioè come persona. Come persona quindi l’uomo e la donna sono soggetto del lavoro.

La separazione fra "persona" e "lavoratore", ipotizzando una sorta di "uomo produttore-consumatore di beni" [= homo oeconomicus], è stata tragicamente gravida di conseguenze devastanti della dignità della persona, e lo è tuttora. La connessione [dignità della] persona – lavoro determina la stessa sostanza etica del lavoro medesimo, nel senso che quando quella connessione è custodita nell’organizzazione economica-sociale, giuridica del lavoro, il lavoro umano conserva il suo valore etico; quando quella connessione non è custodita, lo perde, anche se continuasse ad essere economicamente produttivo. Il primo fondamentale valore del lavoro è l’uomo stesso.

La separazione del lavoro dalla dignità della persona ha ricevuto un nome preciso ai nostri tempi: alienazione. Con questo nome e concetto si è voluto come sintetizzare tutte le forme di organizzazione sociale, di produzione e di consumo, nelle quali la persona si trova come ad essere proprietà di altri, appunto "alienata" [venduta]. Nel lavoro la persona non conferma e realizza se stessa, ma perde se stessa. La soluzione di questo problema, voi lo sapete bene, ha travagliato la società occidentale dall’industrializzazione in poi, dal momento che non ne è stata trovata ancora una soluzione adeguata alla dignità dell’uomo. Quale è la ragione profonda di questo fallimento? Noi oggi sappiamo bene che l’alienazione di chi lavora, la sconnessione del lavoro dalla persona, non deriva solo dalla sfera dei rapporti di produzione e di proprietà, e che è stolto negare legittimità e positività alle relazioni di mercato nell’ambito che è loro proprio. Questa visione ha portato a forme di statalismo distruttive della dignità dell’uomo, dure ancora a morire del tutto.

Ma sarebbe segno di scarsa intelligenza non vedere che anche nelle nostre società occidentali l’alienazione dell’uomo è un fatto reale: anche nella nostra città. Essa si verifica quando si introduce l’uomo dentro ad una rete di false soddisfazioni a bisogni non autentici, creati dalle esigenze di produzione. Segno è la tendenza a sostituire il giorno di festa con un giorno qualsiasi di riposo. Essa si verifica nell’organizzazione del lavoro, quando essa è gestita in modo tale da considerare solo la "massimizzazione" dei proventi, senza preoccuparsi del rischio che tante famiglie siano private della serenità economica: la nostra città ne ha saputo qualcosa in questi ultimi anni.

Carissimi fratelli e sorelle, la pagina biblica ponendo l’accento sulla connessione fra persona e lavoro, ci porta alla vera questione centrale dell’organizzazione del lavoro, anzi della convivenza civile come tale, che è la seguente: quale "idea" di uomo abbiamo? Che cosa mettiamo veramente – non solo a parole – al primo posto? Mettiamo la persona umana nella sua dignità, nel suo essere "ad immagine e somiglianza di Dio", considerata nella sua essenziale relazione agli altri oppure al primo posto mettiamo qualcosa d’altro? "E’ alienato l’uomo che rifiuta di trascendere se stesso e di vivere l’esperienza del dono di sé e della formazione di un’autentica comunità umana, orientata al suo destino ultimo che è Dio. E’ alienata la società che, nelle sue forme di organizzazione, di produzione e di consumo, rende più difficile la realizzazione di questo dono e il costituirsi di questa solidarietà interumana" [Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Centesimus Annus 41,3; EE 8/1441].

Abbiamo bisogno che uomini sapienti e liberi facciamo rifiorire nella nostra città la verità dell’uomo: nel mondo del lavoro, nel mondo della sanità, nel mondo della cultura, nel mondo dell’amministrazione pubblica.

2. Ciò che Iddio creatore manifesta fin dal principio, la connessione persona-lavoro, viene messo in risalto in modo unico da Gesù Cristo, come dimostra la pagina evangelica appena letta. Egli ha lavorato: il Figlio di Dio ha lavorato. Egli appartiene al mondo del lavoro, del lavoro artigiano come Giuseppe suo padre putativo.

Questa testimonianza resa da Cristo al lavoro trova conferma particolare nell’insegnamento e nella pratica del suo più grande apostolo, S. Paolo, che si faceva un vanto del suo lavoro e grazie ad esso poteva svolgere liberamente il suo ministero [cfr. 2Ts 3,8].

La sintesi di tutta la visione cristiana del lavoro è bene espressa dalle seguenti parole del Conc. Vaticano II: "L’attività umana … come deriva dall’uomo così è ordinata all’uomo… Pertanto, questa è la norma dell’attività umana: che secondo il disegno e la volontà di Dio essa corrisponda al vero bene dell’umanità, e permetta all’uomo singolo o come membro della società di coltivare ed attuare la sua integrale vocazione". [Cost. past. Gaudium et Spes 35; EV 1/1428].