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DALLA VERITATIS SPLENDOR ALLA EVANGELIUM VITAE. UN ITINERARIO DELLA COSCIENZA PER UNA NUOVA EVANGELIZZAZIONE

ROMA 10 novembre 1996

 Esiste una “dimensione soggettiva” della Nuova Evangelizzazione (NE) che può anche essere connotata o indicata dalla “coscienza”. Vorrei precisamente iniziare la mia riflessione da questa dimensione della NE.

1. La “dimensione soggettiva” della NE. Parlare di dimensione soggettiva della NE significa parlare della persona di chi annuncia il Vangelo e non di ciò che annuncia. Più precisamente: significa parlare della “sorgente” da cui sgorga nella persona che annuncia il Vangelo, l’annuncio stesso.  Vedremo poi perché posso chiamare questa sorgente, coscienza. Quale è questa sorgente?
Riflettiamo sull’esperienza degli Apostoli, coloro che per primi annunciarono il Vangelo. Come è accaduto che da paurosi, chiusi in se stessi, pavidi di fronte ai potenti di questo mondo, divennero coraggiosi, percorsero tutto il mondo, affrontando il principe di questo mondo? E’ accaduto che videro Gesù Risorto: vissero “l’esperienza immediata di Gesù crocifisso come risorto ed innalzato alla gloria”. Non è che ebbero una “visione di Gesù” che poi interpretarono come “risurrezione dai morti”. Infatti, “la fede pasquale di per sé non è una fede nella risurrezione di Gesù (questo non è linguaggio neotestamentario), ma più propriamente una fede nel Risorto: la fede cioè non verte su di un mero evento oggettivo ma su di una persona vivente, ed è quindi una relazione massimamente interpersonale. Non si crede nella risurrezione: si crede in Gesù Cristo, risorto, esaltato, vivente” (R. Penna, I ritratti originali di Gesù il Cristo, I, Roma 1996, pag. 220). Nello stesso tempo essi capirono, proprio vedendo il Risorto, che la vita di ogni uomo, come la loro, era sostanzialmente mutata: in Cristo Risorto ogni uomo era stato predestinato non alla morte eterna, ma alla vita di Dio. Tutta la loro predicazione nasce da questo incontro e dalla certezza che ha generato, al punto tale che se fosse stato tutta una illusione, la predicazione cristiana sarebbe interamente insensata.
 Dunque: la dimensione soggettiva della NE è un avvenimento che accade nell’interiorità della persona che evangelizza, appunto nella coscienza della persona. Questa, incontrando il Cristo morto e risorto, vede inscindibilmente che Egli è la Vita e che l’uomo è destinato a vivere in Lui. E’ la scoperta della verità originaria ed intera sull’uomo in Gesù crocifisso risorto e l’incontro con Gesù crocifisso risorto che scioglie l’enigma dell’esistenza, la sorgente ultima della NE.
 Fatta questa riflessione, possiamo chiederci: in che senso il percorso dalla Veritatis Splendor (VS) alla Evangelium Vitae (EV) disegna un progetto educativo della coscienza (intesa come dimensione soggettiva della NE) della persona per una NE? La domanda è difficile e complessa. E’ meglio per chiarezza dividere la risposta in due parti. Cerchiamo prima di vedere quale è il “percorso teoretico” (cioè: l’evoluzione della dottrina) dalla VS alla EV e poi cercheremo do vedere come e perché questo percorso è un grande progetto educativo per la coscienza.

2. Dalla VS alla EV. Per cogliere chiaramente il cammino che va dalla VE alla EV non è ora necessario esporre tutto il contenuto delle due encicliche. E’ sufficiente che noi partiamo da quello che possiamo chiamare il “nucleo dottrinale” (cioè dall’insegnamento centrale) della VS per vedere poi come da esso si giunge al “nucleo dottrinale” della EV.

2,1.: il nucleo dottrinale di VS.
E’ stato giustamente osservato che il nucleo dottrinale più importante di VS è costituito dall’affermazione dell’esistenza di atti intrinsecamente cattivi, vale a dire dall’affermazione che ci sono comportamenti concreti che sono moralmente cattivi “sempre e per sé, ossia, per il loro oggetto, indipendentemente dalle ulteriori intenzioni di chi agisce e dalle circostanze”(VS 80). Questo insegnamento sembra, ad uno sguardo superficiale, di poco conto. In realtà trattasi di un punto di centrale importanza.
 Per capirlo occorre partire da una idea centrale nell’antropologia cristiana: l’agire libero è la perfezione della persona. Anzi in S. Tommaso è costante l’affermazione che ogni essere è in vista del suo agire. Insomma, l’agire libero è la pienezza dell’essere personale. Che significa allora quell’insegnamento di VS? Quale è la sua portata? “Nella questione della moralità degli atti umani, e in particolare in quella dell’esistenza degli atti intrinsecamente cattivi, si concentra in un certo senso la questione stessa dell’uomo, della sua verità”. (VS 83,1).
 Infatti, l’affermazione dell’esistenza di atti intrinsecamente cattivi implica una certa definizione di libertà. Che cosa significa “atto intrinsecamente cattivo”? Significa un atto che nega, distrugge l’essere stesso della persona umana in quanto esso è conosciuto dalla ragione pratica dell’uomo. Si ha qui un plesso, una connessione teoreticamente inscindibile di essere (della persona), verità (essere conosciuto dalla ragione pratica) e libertà. Ed è questa connessione che costituisce, mi sembra, il “nucleo essenziale” di VS, nella affermazione della reciproca appartenenza di essere-verità-libertà, un’appartenenza che si afferma e si nega precisamente nell’agire, cioè nella nostra storia quotidiana e nella nostra cultura. Ma forse è meglio che procediamo più analiticamente e più chiaramente.
 L’essere della persona è dato alla libertà della stessa, nel senso che la libertà può far essere la persona, in un modo o in un altro.
 Più semplicemente. Mediante le mie scelte, io plasmo la mia persona: la mia persona prende una configurazione piuttosto che un’altra in conseguenza delle scelte quotidiane che io faccio. La persona del santo è diversa dalla persona dell’egoista. Ho detto la persona: non si tratta di due comportamenti diversi. Si tratta della persona che è generata da quei comportamenti.
 Ora se noi facciamo attenzione alle nostre scelte, noi vediamo che quando scegliamo, scegliamo sempre “per una ragione”. Che cosa significa “scegliere per una ragione”? Significa  che la tua scelta è preceduta da una conoscenza che è atto della ragione. E’ una conoscenza riguardo al bene (vero o solo ritenuto tale) della tua persona. Cioè riguardante l’essere stesso della tua persona in quanto orientato alla sua perfezione. Vedete che la scelta rivela l’esistenza in noi dell’incrocio, della connessione, del “plesso” di cui parlavo: l’essere della persona bisognoso-desideroso della sua perfezione, la conoscenza di questo essere cioè la verità della persona e la libertà che sceglie.
La libertà non è quindi cominciamento da se stessa, puro ed assoluto inizio, che nulla e nessuno precederebbe. La sua radice sta nell’essere della persona, conosciuto dalla ragione pratica, cioè sta nella verità.
 Con ciò non è tolto valore supremo (ripeto supremo) alla libertà, poiché è essa che ha in suo potere di “far essere” la persona o di negarla. Anzi solo la salvaguardia del plesso “essere-verità-libertà”, quale è affermato da VS, ridona supremazia alla libertà.
 Infatti se esistono atti intrinsecamente ingiusti, sul piano morale la libertà può “annullare” la persona, introducendo nell’esistenza con l’atto libero la privazione di un bene che avrebbe dovuto esserci, ossia introducendo il male morale. Ferisce l’essere più degno che esista, la persona. Così come la libertà possiede il potere di “far essere” la persona. Questa infatti raggiunge la sua perfezione con l’atto che le conferisce pienezza  di essere, cioè con l’atto moralmente buono.
 Se invece tutto viene sospeso alla libertà, e questa non ha altro fondamento che se stessa, la libertà finisce col perdere ogni valore: essere liberi è un gioco.. E’ come se uno cominciasse a cucire, ma si fosse dimenticato di fare il nodo in fondo al filo! L’esistenza è un gioco.

2,2.: il nucleo dottrinale dell’EV. Vediamo ora come da questo nucleo dottrinale di VS si giunga all’EV.

Fra i molti attentati contro la vita, di cui siamo testimoni oggi, due sono quelli che, secondo EV, devono attirare la nostra attenzione soprattutto: gli attentati contro la vita che accadono nel contesto dell’inizio della vita e quelli che accadono nel contesto della fine della vita. Per quali ragioni questi attentati fanno maggiormente pensare? Perché inizio-fine della vita sono i due momenti in cui la libertà della persona è “sfidata” a compiere il suo atto, la sua scelta decisiva: la scelta di fronte a Dio. Questi  due momenti sono abitati da un mistero, sono luoghi sacri dentro questo mondo, nei quali è Dio stesso che si rende presente.
 L’inizio della persona umana, che coincide col suo concepimento, è effetto di un atto creativo di Dio: l’uomo e la donna pongono le condizioni della venuta all’esistenza di una nuova persona umana. Essi aprono solo lo spazio in cui Dio, se vuole, possa compiere il suo atto creativo. Questo evento, la consapevolezza di questo evento fonda la religione come tale, distinguendola da, e contrapponendola ad ogni forma di superstizione o magia. Il senso religioso si nutre del terreno di questa consapevolezza: la consapevolezza del proprio essere, come “essere dipendenti da un Altro”. Possiamo così capire perché l’inizio della vita umana, il trovarsi di fronte alla venuta nell’esistenza di una nuova persona umana provoca la libertà alla sua decisione più forte: quella di fronte alla ragione stessa dell’essere, alla “logica” della realtà. Donde viene questa nuova persona? Se è il risultato casuale o necessario di eventi biologici, naturali ed impersonali, essa si riduce ad essere un “momento” di un processo, senza che ad essa possa essere attribuito un io personale ed eterno. La concessione all’uomo di un io eterno (la più grande concessione!) sta o cade assieme all’affermazione della dipendenza nell’essere da Qualcuno, non da qualcosa. L’affermazione della dignità della persona umana ha la stessa sorte dell’affermazione di Dio creatore. Infatti, o sono un io davanti a Dio o non lo sono per niente. Di fronte alla persona neo-concepita, di fronte alla persona neonata, arrivata fra noi, che chiede semplicemente di essere accolta, veramente ogni altra persona si trova posta direttamente di fronte al Mistero di Dio. Mai come in quell’incontro sono vere le parole di Gesù: “quello che avete fatto al più piccolo ... lo avete fatto a me”. E qui, si scopre il significato ultimo della giustificazione dell’aborto, compiuta nella cultura contemporanea.
Consentitemi di attirare la vostra attenzione sul fatto che non ho parlato semplicemente della pratica dell’aborto. Non intendo anzi parlare  di essa. Parlo della giustificazione dell’aborto, cioè di quel fatto “spirituale” che ha condotto a considerare l’aborto come un diritto, una facoltà cioè fondata sull’ordine della giustizia. Che cosa significa questo fatto, mai accaduto prima nella storia dell’umanità? E’ la prima radicale affermazione di un progetto di liberazione che consiste nella decisione di consegnare l’uomo esclusivamente a se stesso.
 Ma tutto questo si illumina ulteriormente meditando sull’altro estremo della vita: il suo termine, la sua morte. Qui si pone in maniera ancora più provocante la domanda posta all’inizio della vita: quell’essere finito che è la persona umana trova in se stessa la giustificazione  del proprio essere o fuori di essa? In sostanza, il problema posto dall’evento dell’inizio e dall’evento della fine della vita umana è quello di sapere se la vita umana ha in se stessa la sua spiegazione ultima.
 Se tu pensi che non devi cercare nessuna spiegazione, nessuna ragione della tua vita oltre te stesso, sopra te stesso; se in una parola, l’uomo si auto-giustifica, è vero anche che dall’uomo dipende e solo da lui il decidere quando e se vivere è ancora giusto, è ancora ragionevole. E questa è precisamente la definizione di eutanasia: esistono situazioni nelle quali non è più ragionevole” continuare a vivere; sono io stesso a decidere quando questa situazione si verifica: e quindi solo da me dipende il continuare o non a vivere.
 Aborto ed eutanasia, o meglio legittimazione dell’aborto e dell’eutanasia hanno lo stesso significato, perché hanno la stessa origine spirituale.
 Concludendo questo secondo punto della nostra riflessione, possiamo ora tracciare sinteticamente l’itinerario che va dalla VS alla EN.
 Esso, in sostanza, nasce da una domanda: che cosa minaccia oggi la persona umana, soprattutto? La proposta di un’esistenza umana personale e sociale dalla quale è stata espulsa l’idea di una verità della persona; la progettazione dell’esistenza umana in termini di pura libertà, di libertà cioè che non ha più come referente una verità sull’uomo assolutamente valida; una libertà che è solo il perseguimento di ciò che è utile. Nel primo senso, la più grave minaccia è il relativismo: nel secondo senso, la più grave minaccia è l’amoralismo; nel terzo senso, la più grave minaccia è l’utilitarismo.
Donde l’urgenza ormai improrogabile di una NE il cui contenuto essenziale e: Gesù è il Signore che morendo ha distrutto la nostra morte e risorgendo ci ha ridonato la vita.

3. Un itinerario per la NE. Dobbiamo ora finalmente porci la domanda più importante: in che senso questo itinerario che va dalla VS alla EV è un progetto educativo della coscienza per la nuova evangelizzazione? In sostanza, la domanda può essere formulata anche in questi termini: in che modo, l’itinerario che va dalla VS alla EV “aiuta” colui che evangelizza, a vivere in se stesso quell’avvenimento che costituisce la sorgente della NE? Prima di rispondere, mi vedo costretto a fare una premessa di una certa importanza.
 Qualcuno potrebbe pensare che lo “sfondo” su cui si svolge tutta la mia riflessione, sia il contesto culturale del c.d. primo mondo (Europa, Nord America, Giappone) e che, pertanto, essa non abbia una grande rilevanza per i c.d. altri mondi. La cosa non è esatta, per molte ragioni. Mi limito solo a due, ma sono molto di più. Quella progettazione dell’esistenza umana, di cui parlavo concludendo il secondo punto della mia riflessione, ha potuto costituirsi a causa della mentalità mercantilistica. Cioè a causa del fatto che le società moderne non sono più società in cui si pratica il mercato, ma sono società di mercato. Ed ha potuto costituirsi a causa di una mentalità tecnicista. Ora questi fenomeni ormai sono “esportati” in ogni parte del mondo e di fatto non esiste parte del mondo in cui esse ormai non stiano penetrando. E dunque, sia pure in forme di diversa radicalità, quella progettazione della vita umana nella quale VS e EV vedono la principale minaccia all’uomo, è ormai presente ovunque senza distinzione fra vari mondi. Ed ora cerchiamo di rispondere alla nostra domanda.
 L’annuncio del Vangelo è destinato al “cuore” dell’uomo. “Parlate al cuore di Gerusalemme” - dice il Profeta - “e ditele che la sua schiavitù è finita”. Che cosa significa “parlare al cuore dell’uomo”? significa annunciare il Vangelo come risposta ai desideri costitutivi del cuore, come soluzione del dramma costitutivo dell’esistenza umana: entrare nel cuore di questo dramma. Ho detto “costitutivo”; stavo per dire “essenziale”. Cioè: non la situazione congiunturale dell’uomo, quale può essere descritta dalla sociologia e dalla psicologia. Parlo della situazione strutturale della persona. Ora quale è questa situazione? In che cosa consiste il cuore del suo dramma? Esso consiste nella “sproporzione” fra l’estensione del desiderio umano e la finitezza, il limite di ciò che incontra. La ricerca della verità, l’insaziabile bisogno del bene, la fame della libertà, la nostalgia del bello si scontrano con il fatto che l’uomo si incontra sempre con una verità, un bene, una bellezza frammentaria.
 Ma questo è solo una dimensione della dimensione drammatica della vita umana. Ne esiste un’altra che nasce dalla prima. L’uomo è cosciente della finitezza, della sua contingenza e perciò percepisce di non aver in sé il proprio fondamento. La struttura drammatica si eleva alla seconda potenza: la persona per fondarsi in sé stessa, per trovare un fondamento, deve fondarsi su un Altro da sé. Kierkegaard ha descritto stupendamente questa dimensione del dramma umano:
“Il dono più tremendo elargito all’uomo è la scelta, la libertà. E se desideri salvarla e preservarla, non hai che un modo: restituirla subito, e in modo incondizionato, a Dio, in completa rassegnazione e consegnando insieme te stesso. Se la vista di quanto ti è stato donato ti tenta, e se tu cedi alla tentazione e guardi alla libertà di scelta con un desiderio egoistico, allora perdi la tua libertà. E come punizione cadrai in una specie di confusione, gloriandoti di avere libertà di scelta, mentre disgraziatamente per te, questo non è che il tuo parere”.
 E qui si incunea il supremo rischio dell’uomo: di rifiutare se stesso a Chi lo fa essere e vivere, nella illusione che solo così può affermare se stesso, essere e vivere. Se l’uomo fa questo, lo deve fare ad un prezzo molto alto: accorciare l’estensione dei suoi desideri, limitare la misura del suo cuore. La ricerca della verità si autoriduce al consenso dell’opinione di volta in volta più di moda: subentra la malattia del relativismo. L’insaziabile bisogno del bene si estingue nella ricerca dell’utile: subentra l’utilitarismo diffuso. La fame di libertà si sterilizza nella ricerca affannosa di ciò che piace: subentra l’amoralismo. E’ esattamente la minaccia che il percorso fatto dalla VS all’EV ci ha mostrato.
 Dunque: la persona di chi annuncia il Vangelo sa che cosa c’è nel cuore umano e quale soluzione l’uomo oggi ha dato all’enigma della sua esistenza.
 Ma non è solo questo; né questo è il più importante: parlare “al cuore” significa più di questo. Dice VS:
“Non si tratta qui soltanto di mettersi in ascolto di un insegnamento e di accogliere nell’obbedienza un comandamento. Si tratta, più radicalmente, di aderire alla persona stessa di Gesù, di condividere la sua vita e il suo destino, di partecipare alla sua obbedienza liberà e amorosa alla volontà del Padre” (19,3)
Ecco la soluzione dell’enigma dell’esistenza umana: “Secondo l’eterno disegno del Padre, l’uomo porta radicato nel suo stesso essere la “compredestinazione” alla morte, alla risurrezione, alla esaltazione e alla regalità di Gesù (cfr. Rm 6,4; 8,28-30; Ef 2,6).
Contemplando il Crocifisso glorificato, ogni uomo risale alle proprie origini e alla genesi della sua “vocazione”; diviene consapevole della sorte che gli è assegnata; riscontra la “forma” del suo esistere; legge e prevede - come in un “tipo” o in una profezia - le vicissitudini e gli eventi che saranno suoi: ossia, i medesimi eventi e le medesime vicissitudini dell’Unigenito di Dio, voluto dal Padre come il Primogenito degli uomini, che sono creati per essergli conformi. Come è chiaramente detto nella lettera ai Romani: siamo tutti «predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il Primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29; cfr. anche Ef 1,3-7)”

Perché questo “incontro” accada è necessario svelare al cuore dell’uomo il suo vero destino che è Gesù Cristo: annunciargli il Vangelo. Ma non basta. E’ necessario che il Vangelo si mostri e dimostri non solo come soluzione vera dell’enigma umano, ma anche come soluzione attraente cioè bella. Ora chi mostra la bellezza del Vangelo è la santità: la santità è veritatis splendor. Non una verità qualsiasi, ma una verità che risplende e ti invita ad entrare dentro al suo splendore, poiché ti fa sentire ciò che il tuo cuore aspetta da sempre la salvezza in Cristo.