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Nota Pastorale
12 settembre 2005
"… finché non sia formato Cristo in voi" [Gal 4,19]



La versione definitiva, pubblicata dalle Edizioni Dehoniane Bologna, è scaricabile in formato .pdf cliccando qui.

Mi è caro continuare con voi tutti la riflessione della mia prima Nota pastorale, nella quale ho indicato le linee fondamentali del mio servizio pastorale.

In essa ho presentato la missione della Chiesa come missione generativa, educativa della persona umana: rigenerare la persona umana in Cristo.

Nella presente Nota desidero porre la mia e richiamare la vostra attenzione sul fatto che la rigenerazione della persona umana in Cristo è un processo; è un cammino verso la pienezza, "finché non sia formato Cristo" in noi. Dimentichi del passato e protesi verso il futuro, corriamo verso la meta, conquistati da Cristo [cfr. Fil 4,13.12].

Questa prospettiva, che non era assente nella Nota pastorale precedente, esigeva però di essere maggiormente esplicitata e pensata, nel senso che spiego subito.


INTRODUZIONE
"voi avete l’unzione ricevuta dal Santo" [1Gv 2,20]

1. Una programmazione pastorale?

La presente Nota, così come la nota precedente, non deve essere presa come un"programma pastorale" nel senso mondano del termine.

La vita cristiana, il processo cioè di formazione di Cristo in noi, è già stata "programmata" dal Padre in Cristo, mediante il dono fatto ai credenti dello Spirito Santo. Il battesimo ha come già programmato geneticamente la nostra esistenza, poiché esso ci ha inseriti in Cristo morto e risorto come tralci nella vite, ed ha radicato in noi i dinamismi soprannaturali che ci consentono di crescere fino alla "misura perfetta". Coloro dunque che armonizzano la loro vita con la purificazione del battesimo "si incamminano verso ciò che costituisce il loro essere profondo" [S. Gregorio di Nissa, Catechesi XXXIII] e si realizzano nella verità.

Coloro che hanno ricevuto a vario titolo responsabilità dei loro fratelli non devono mai perdere coscienza che essi possono piantare o possono essere chiamati ad irrigare, ma è Dio che fa crescere [cfr. 1Cor 3,6] finché Cristo sia formato in noi.

Queste semplici riflessioni devono liberare noi chiamati ad essere "collaboratori di Dio" [ibid. 9a] da una concezione mondana di questa collaborazione. Non siamo una sorta di "avanguardia" del popolo cristiano, che elabora programmi che esso poi dovrà sforzarsi di realizzare; i teorici di una pratica ritenuta essere quella giusta. Ci è chiesto qualcosa di molto più semplice, e di molto più grande: porci vicino ad ogni discepolo del Signore per aiutarlo a crescere fino a quando Cristo sia formato in lui. Questa crescita avviene nella drammatica quotidianità della vita: nel proprio lavoro, dentro al proprio matrimonio, nello scontro con il non-senso che insidia ogni scelta, nella malattia e nella sofferenza. Questa vicinanza all’uomo concreto è programmabile?

Ogni discepolo del Signore, ma soprattutto noi pastori, siamo chiamati a porci vicino ad ogni uomo che non ha ancora avuto la gioia di incontrare Cristo. Penso in primo luogo ai giovani. La loro umanità è stata così profondamente devastata da non riuscire più nemmeno ad articolare la domanda, resi muti da una cultura che li ha spiritualmente uccisi. Solo quando riusciamo a far sentire loro la compagnia di Dio, la Sua condivisione del loro destino essi riacquistano la parola. C’è un solo modo per guarirli: essere incontrati da uno che è già stato incontrato da Cristo.

Il dialogo fra Gesù e Pietro è una pagina santa sulla quale noi pastori soprattutto dovremmo meditare continuamente [cfr. Gv 21,15-19]. Nel momento in cui Cristo affida a Pietro la sua Chiesa, il suo gregge, gli fa una sola domanda: se lo ama. E gli impone una sola cosa: di seguirlo, cioè di vivere con Lui ed in Lui la stessa passione per l’uomo, fino alla morte. E Pietro nella sua lettera scriverà le parole più belle sulla sequela delle "orme di Cristo" [cfr. 1Pt 2,21].

Questa prospettiva ci mette nel cuore un’attitudine giusta verso il popolo cristiano e ci libera da una possibile illusione.

L’attitudine giusta è una profonda venerazione verso il popolo cristiano, quel popolo fatto di cristiani umili che ogni giorno cercano di vivere la loro fede nella semplicità, dentro ad un mondo che non può non odiare i discepoli del Signore [cfr. Gv 15,18-19].

L’illusione è di pensare che la redenzione di Cristo possa accadere fuori dal rapporto inter-personale; che la vita cristiana fiorisca moltiplicando commissioni e programmazioni pastorali. L’avvenimento cristiano è iniziato quando Simone vide ritornare suo fratello Andrea dall’incontro con Gesù con il volto illuminato da una gioia sconosciuta, che gli diceva: "abbiamo trovato il Messia" [cfr. Gv 1,10-42]. La cosa si ripete puntualmente là dove la vita umana è rigenerata in Cristo. Gli amici chiesero a L. Mondadori, ritornato alla fede, se si era assoggettato ad un intervento di chirurgia plastica vista la trasformazione del suo volto!

2. Verso il Convegno Ecclesiale di Verona e il Congresso Eucaristico Diocesano.

La nostra Chiesa vivrà nel prossimo anno pastorale la preparazione a due grandi avvenimenti. L’uno con tutta la Chiesa di Dio che è in Italia: il Convegno Ecclesiale che si terrà a Verona dal 16 al 20 ottobre del prossimo anno. L’altro che riguarda esclusivamente la nostra Chiesa: il Congresso Eucaristico Diocesano che si aprirà solennemente il 4 ottobre del prossimo anno. L’anno pastorale dunque che ci accingiamo a iniziare ha il carattere singolare di "anno di preparazione".

Tenendo presente quanto ho detto nel paragrafo precedente, è importante che viviamo bene questa condizione spirituale.

Al fine di intendere tutto questo non come un ulteriore impegno da aggiungere a quanto, con grande zelo ed edificante dedizione, si va già facendo nelle comunità parrocchiali, nei movimenti ed associazioni ecclesiali, vi propongo alcune riflessioni.

Come andrò meglio chiarendo in seguito, il Convegno di Verona vuole aiutare tutti noi a prendere coscienza di una dimensione essenziale di quel processo di rigenerazione della nostra persona, che dura finché Cristo sia formato in noi. La preparazione al Convegno dunque non va giustapposta ed assommata estrinsecamene a quel processo educativo che definisce la missione della Chiesa. Ma essa, prendendo occasione dalla preparazione al Convegno nazionale, porrà particolare attenzione dal punto di vista formativo alla dimensione richiamata dal Convegno. Quanto dirò in seguito spero toglierà la genericità da questa riflessione.

L’altro grande evento, il Congresso Eucaristico Diocesano, ci coinvolge in maniera più profonda; la Commissione dottrinale preparatoria predisporrà il documento-base di preparazione. Per la preparazione del Congresso Eucaristico vale, ed anche maggiormente, quanto ho detto appena sopra.

La formazione di Cristo in noi trova nell’Eucarestia la sua sorgente. La qualità della celebrazione eucaristica misura la qualità della nostra vita cristiana.

Riflettere dunque sul mistero eucaristico non è un dettaglio opzionale per ogni cristiano ed ogni comunità cristiana. L’orientamento fondamentale dunque della nostra Chiesa troverà sicuramente nella preparazione al Congresso il contesto più appropriato per comprendersi in verità e per realizzarsi in fedeltà a Cristo. Saremo sicuramente aiutati in tutto questo anche dal Sinodo dei Vescovi del 2-23 ottobre prossimo, sul tema dell’Eucarestia.

Concludo questa introduzione. Attraverso questa Nota intendo essere "collaboratore della vostra gioia" [cfr. 2Cor 1,24]: della vostra gioia di essere discepoli del Signore; di essere saldi nella fede di Lui. Non imporvi nuovi impegni da eseguire, ma dirvi qualcosa perché il vostro camino sia più spedito e sicuro, "finché Cristo sia formato in voi".


CAPITOLO PRIMO
La formazione di Cristo in noi:
genesi del soggetto cristiano

3. Questo capitolo ha un carattere più dottrinale degli altri. La collaborazione alla vostra gioia esige anche che vi aiuti a contemplare con occhi pieni di stupore ed il cuore di gratitudine la bellezza della vocazione cristiana, lo splendore della nostra dignità.

Dal punto di vista cristiano quale è il problema centrale dell’uomo, la questione dalla cui soluzione dipende interamente il destino della persona? Che il rapporto oggettivo fra ogni uomo e Cristo, istituito dall’eterna predestinazione del Padre, diventi soggettivo. Se questa "soggettivazione" avviene e nella misura in cui avviene, la persona è riuscita; se non avviene e nella misura in cui non avviene la persona è fallita: il resto è alla fine secondario. Mi spiego.

L’uomo, ogni persona umana, ciascuno di noi in carne ed ossa non è entrato privo di senso nell’universo, affidato alla mera progettazione della sua libertà, collocato in una originaria neutralità nei confronti di qualsiasi realizzazione di se stesso. La vita non è un teatro nel quale ciascuno sceglie, prima di entrare in scena, di recitare qualsiasi parte. Noi siamo stati pensati dal Padre dentro un rapporto. La S. Scrittura usa un termine fortissimo: "pro-orizo" [cf. Rom 8,29; Ef 1,5: pre-de-terminare; pre-destinare: oros in greco significa termine]. Siamo stati "confinati dentro una relazione, un rapporto": il rapporto con Cristo. Ho detto che si tratta di un rapporto oggettivo. In due sensi.

Non dipende da me il porlo; io mi trovo già relazionato a Cristo: dipende da me se rimanervi oppure uscirne decidendo che altra è la verità e quindi il bene della mia persona. Esso è posto in essere da Dio stesso ed è la ragione per cui Egli mi ha creato. Possiamo esprimere la stessa cosa dicendo: la verità della persona umana è nella sua relazione con Cristo.

Ma questo non è tutto. La persona umana non è collocata in Cristo così come una pianta è collocata e un edificio è fondato in un terreno. Essa è un soggetto libero: la libertà è la dimensione costitutiva fondamentale dell’esistenza della persona. In che senso? Il rapporto oggettivo, nel senso ora spiegato, diventa soggettivo mediante la libertà. È la libertà che realizza concretamente o concretamente non realizza la verità della persona. Genera la persona in Cristo oppure in un altro modo. Il rapporto oggettivamente istituito dalla decisione divina diventa soggettivo mediante la libertà della persona. Questa "soggettivazione" costituisce il processo formativo della personalità umana.

Questo processo in cui l’oggettivo diventa soggettivo investe l’intera persona: è una completa trasformazione della persona secondo la forma di Cristo. È una trasformazione che investe il modo di pensare, di esercitare la propria libertà, di costruire il rapporto cogli altri. In una parola: investe il cuore della persona. Quello che nella paideia greca era stata la formazione o mórphosis della personalità umana, secondo i Padri greci, soprattutto, diventa la meta-morphosis dell’uomo in Cristo [cf. Rom 12,2 e 2Cor 3,18]. È una vera e propria generazione della propria umanità secondo un "modello" conformemente al quale ciascuno di noi è stato pensato: "è l’uomo vero che la sua vita ha conformato all’impronta impressa nella sua natura fin dall’origine" [S. Gregorio di Nissa, Sui titoli dei Salmi, SCh 466, pag. 505]

La missione della Chiesa consiste precisamente nel rendere possibile questa rigenerazione dell’umanità di ogni uomo, nel realizzarla in ogni uomo. È di introdurre ogni uomo in Cristo, perché in Lui realizzi pienamente se stesso.

Una consistente tradizione occidentale definiva il processo educativo precisamente come progressiva conduzione della persona verso la piena realizzazione di se stessa. La Chiesa prendendo coscienza della sua missione, l’ha fatta propria, dandovi un contenuto assolutamente nuovo.

La missione della Chiesa può essere pensata in categorie pedagogiche. È una missione educativa: "figliolini miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi" [Gal 4,19], dice la Chiesa per bocca di Paolo.

La comprensione della proposta cristiana alla luce dell’esperienza educativa ha avuto come prima e necessaria conseguenza la costituzione all’interno della Tradizione ecclesiale di un preciso metodo per educare la persona in Cristo. Detto in altri termini. Definendo la propria missione in termini educativi la Chiesa ha individuato alcuni principi fondamentali circa l’educazione della persona. Ne vorrei ora richiamare alcuni che mi sembrano i più importanti.

Il primo principio dell’educazione della persona è che l’uomo non è autodipendenza pura, non ha cioè il potere di determinare la verità di se stesso e dunque di definire la sua propria essenza, la sua natura, di disegnare la sua propria immagine. Esiste una misura della propria umanità, che la fede individua nella persona di Cristo: "apposita est nobis forma cui imprimimur", scrive S. Gregorio Magno. E Rosmini afferma: "il Cristianesimo adunque diede l’unità all’educazione primieramente perché pose in mano all’uomo il regolo onde misurare le cose tutte, o sia il fine ultimo a cui indirizzarle" [Dell’educazione cristiana, in Opere di A. Rosmini 31, CN ed., Roma 1994, pag. 226].

Il secondo principio dell’educazione della persona è la conseguenza immediata del principio precedente, e mi piace desumerne la formulazione ancora da A. Rosmini: "Si conduca l’uomo ad assimigliare il suo spirito all’ordine delle cose fuori di lui, e non si vogliano conformare le cose fuori di lui alle casuali affezioni dello spirito suo" [ibid. pag. 236]. Più semplicemente: educare significa introdurre l’uomo nella realtà. Ho già avuto modo di parlare lungamente di questo principio, ma mi piace richiamare l’attenzione sull’attualità dell’affermazione rosminiana.

Il terzo principio dell’educazione della persona è la specificazione di quello precedente, e lo potremmo enunciare nel modo seguente: introdurre la persona nella realtà significa porla in Cristo, come unica posizione nella quale è possibile vedere ogni realtà nella sua intera verità, amarla secondo il suo valore, e contemplare l’intero nella sua intima bellezza.

4. Vedete quanto è grande la nostra vocazione: essere in Cristo vivendo come Lui. È vero che "tutto è amore", come diceva S. Teresa del Bambin Gesù [Storia di un’anima, ed. Ancora, Milano 1997, pag. 258]; che "tutto è grazia", come scrisse G. Bernanos [Diario di un curato di campagna, ed. Mondadori, Milano 1993, pag. 244]. Accettare e realizzare la nostra eterna predestinazione in Cristo, questo è la nostra libertà.

Ma la mia collaborazione alla vostra gioia non sarebbe completa se non vi aiutassi anche a prendere coscienza della più grave forma di debolezza di cui oggi soffre il discepolo del Signore nel cammino della sua formazione.

5. Penso che la debolezza di cui non raramente soffre oggi il soggetto cristiano, la fragilità spirituale soprattutto dei giovani, siano dovute in primo luogo ad una grave incapacità di giudizio, e quindi di conoscere la realtà alla luce della fede. È riferendosi ai giovani che Benedetto XVI rivolgendosi per la prima volta alla CEI nel giugno scorso, è ricorso ancora una volta al testo paolino: "sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina" [Ef. 4,14].

Vorrei ora sottoporre alla vostra attenzione, all’attenzione soprattutto di chi ha responsabilità educativa, un tentativo di diagnosi di quell’infermità di giudizio di cui parlavo poc’anzi.

L’ipotesi diagnostica che propongo è, brevemente, la seguente: la debolezza o (perfino) l’incapacità di giudizio del soggetto cristiano è dovuta alla debolezza o (perfino) all’incapacità dello stesso soggetto a rispondere alle sfide culturali fondamentali che gli sono rivolte.

Prima di passare alla breve esposizione del contenuto di questa ipotesi, basta solo premettere che l’aggettivo "culturale", o meglio che il termine "cultura" in questo contesto denota l’assetto che si intende dare alla propria esistenza, il modo con cui la persona si colloca nella realtà ed in rapporto con essa.

Ciò premesso, a me sembra che nel momento in cui il credente cerca di assestarsi alla luce della fede dentro alla realtà, appunto di "inculturare" la sua fede, si trova oggi in occidente a dover rispondere a tre fondamentali sfide: la sfida del relativismo, la sfida dell’amoralismo, la sfida dell’individualismo.

La sfida del relativismo è la proposta di esistere rinunciando a quella ricerca della verità, che genera tutta la vita dello spirito; è la proposta di esistere, meglio la proposta di verificare l’ipotesi della possibilità di vivere "etsi veritas non daretur".

La portata di questa visione la si coglie interamente quando portiamo la nostra attenzione sulla verità circa la quale l’uomo nutre non interessi penultimi, ma un interesse ultimo: la verità circa il bene della sua persona, la verità morale. È la seconda sfida con cui oggi il credente è confrontato: la sfida dell'amoralità. È la sfida di una proposta di vita, costruita da una libertà compresa e vissuta come autodipendenza pura, ossia come potere di determinare la verità circa il bene della persona e dunque come potere di costituire la sua [della persona] propria natura. Ho parlato di amoralità in un senso preciso. Nel senso che l’affermazione secondo la quale "esistono atti che, per se stessi ed in se stessi indipendentemente dalle circostanze, sono sempre gravemente illeciti" [Es. Ap. Reconciliatio et penitentia 17; EV 9/1123], non è fondata, dal momento che la condizione sufficiente per determinare tutte le regole dell’agire in un dato gruppo o società è esclusivamente il patto delle parti interessate. È il consenso che produce la verità. La seconda sfida cui oggi il credente è confrontato è la proposta di vivere "tamquam si bonum non daretur".

L’ultima riflessione ci ha condotto dentro alla terza sfida fondamentale con cui il credente oggi è confrontato, quella che ho chiamato "sfida dell’individualismo". È possibile, è cioè pensabile un sociale umano originario, che preceda cioè ogni contrattazione sociale, se non esiste un bene comune e quindi una verità circa il bene comune? Non credo. Ora quale sociale umano è praticabile se non esistono relazioni originarie fra le persone umane? Un sociale esclusivamente contrattato e quindi frutto di opposte esigenze, nessuna delle quali ha la possibilità di richiamarsi ad una verità circa il bene superiore ad ogni individuo coinvolto nella contrattazione ed inscritta nella mente di ogni individuo; superior superiori meo et intimior intimo meo, come direbbe Agostino. È in questo contesto che si pone oggi il problema più grave a riguardo del diritto: come esso nasce e come deve essere pensato e prodotto perché esso sia veicolo di giustizia e non privilegio di coloro che hanno il potere di stabilirlo?

Concludo questo punto dicendo che la registrazione più urgente oggi delle tre suddette sfide, e delle domande che esse implicano, è la registrazione biopolitica. Gli esempi che mostrano questa urgenza non mancano, come il dibattito recente circa la procreazione artificiale.

Ritorniamo all’ipotesi diagnostica da cui sono partito, secondo la quale la debolezza o perfino l’incapacità di giudizio del soggetto cristiano è dovuta alla debolezza o perfino all’incapacità di rispondere alle tre sfide culturali che ho cercato sommariamente di descrivere.

6. Vorrei ora proseguire facendomi la domanda più urgente per un pastore: come aiutare il soggetto cristiano ad uscire da questa condizione?

Penso che ci siano delle pseudo-soluzioni a questo problema, che hanno spesso il volto [mascherato!] di vere e proprie fughe dalla realtà ardua in cui viviamo. Mi limito solo ad accennarle, poiché non è questo il luogo in cui parlare di questo argomento, che ha un carattere più spiccatamente pastorale.

Una prima pseudo-soluzione è l’evasione dal confronto vero e serio con queste sfide. Un’evasione che assume genericamente il volto del fideismo, del rifiuto della dimensione veritativa della fede cristiana. È una vera e propria indisponibilità, non necessariamente intenzionale, al confronto serio e rigoroso sul piano propriamente culturale. È l’evasione in una fede solamente esclamata e non interrogata, solamente affermata e non pensata.

La seconda pseudo-soluzione, specularmente contraria alla precedente, è la soluzione prassistica. Essa consiste nel pensare e praticare un (o pseudo-) confronto consistente solo nell’impegno sociale e/o politico. È questa una delle insidie più presenti nelle proposte formative fatte oggi alle giovani generazioni, pensare che la loro formazione consista principalmente ed esclusivamente nell’impegnarli a fare qualche esperienza di volontariato.

Ma indicare le pseudo-soluzioni non è la cosa più importante. Nei capitoli seguenti cercherò di indicare una proposta di accompagnamento di chi sta camminando verso la sua piena realizzazione in Cristo, tenendo conto di quella debolezza di cui ho appena parlato.


CAPITOLO SECONDO
Primo annuncio della fede
ed iniziazione cristiana

7. Il cammino della formazione di Cristo in noi è un cammino lungo, e non raramente faticoso [cfr. Fil 4,10-14].

Esso ha il suo inizio nella libera decisione di "aprire il proprio cuore per aderire alla parola dell’apostolo" [cfr. At 16,14]. È la decisione più intensa della libertà umana, l’obbedienza della fede all’annuncio della parola di Dio, a cui seguirà l’iniziazione cristiana propriamente detta. Senza quell’atto di obbedienza non si è cristiani poiché semplicemente non si può essere cristiani senza avere mai deciso di diventarlo. Da ciò deriva una conseguenza di importanza capitale: ciò che la Chiesa deve in primo luogo ad ogni uomo è il primo annuncio della fede. È la riproposizione del messaggio fondamentale della nostra fede: Gesù Cristo, crocefisso e risorto, è l’unico salvatore dell’uomo.

Nella Nota pastorale dello scorso anno vi indicavo come uno dei punti di riferimento il documento Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia. La prima delle sette proposizioni che a modo di sintesi ne riassumono l’intero contenuto, dice: "Non si può più dare per scontato che tra noi e attorno a noi, in un crescente pluralismo culturale e religioso, sia conosciuto il Vangelo di Gesù. C’è bisogno di un rinnovato primo annuncio della fede. È compito della Chiesa in quanto tale, e ricade su ogni cristiano, discepolo e quindi testimone di Cristo; tocca in modo particolare le parrocchie" [n° 6]. Nell’Es. apostolica Ecclesia in Europa Giovanni Paolo II richiamava il fatto che oltre a una nuova evangelizzazione si impone una prima evangelizzazione [cfr. AAS 95 (2003), pag. 678].

La Commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi della CEI ha pubblicato in data 15 maggio 2005 una Nota pastorale sul primo annuncio "Questa è la nostra fede", alla cui lettura attenta e meditata rimando.

Nel contesto di questa Nota pastorale mi limito ad individuare alcuni destinatari privilegiati del nostro primo annuncio della fede, ed alcune occasioni particolari nelle quali il primo annuncio può trovare un terreno particolarmente adatto.

8. Parlando dei destinatari del primo annuncio non possiamo mai dimenticare quanto insegna il Concilio Vaticano II, riprendendo un’idea cara ai Padri greci: il Verbo di Dio incarnandosi si è in qualche modo unito ad ogni uomo. È una certezza di fede che ogni uomo è stato pensato e voluto dal Padre in Cristo; che pertanto Cristo è l’atteso di ogni cuore umano. Quando glielo annunciamo non gli notifichiamo "qualcosa di estraneo" alla sua vicenda umana; gli diciamo la risposta adeguatamente vera e pienamente significativa alla domanda di senso che non può non dimorare nel cuore umano.

La distinzione fra "vicini" e "lontani" ora in Cristo non ha più ragione d’essere [cfr. Ef 2,13]. Solo chi rinuncia alla sua umanità è lontano da Cristo.

Tuttavia vorrei richiamare l’attenzione delle comunità parrocchiali, dei movimenti ed associazioni ecclesiali, e dei pastori in primo luogo, su alcuni destinatari privilegiati del primo annuncio.

Vi sono persone che, come Nicodemo, come Zaccheo, come i greci che si avvicinarono a Filippo perché volevano vedere Gesù, desiderano una risposta vera alla loro domanda di felicità vera. Sono i poveri nel senso più radicale del termine: poveri perché costretti da una società così spietata come la nostra a vivere privi di futuro; poveri perché incapaci di dare una spiegazione convincente alle tragedie che li ha colpiti; poveri perché costretti a vivere in una solitudine priva di ogni riconoscimento da parte dell’altro. Sono i primi destinatari dell’annuncio delle fede.

Vi sono poi persone, oggi sempre più numerose, che si identificano col cristianesimo senza credere (ancora) in Cristo. È una "figura" nuova sulla quale vorrei attirare l’attenzione soprattutto dei pastori. Penso che sia ben difficile negare che una delle radici più importanti della cultura di cui viviamo sia la fede cristiana. Tutte le colonne portanti dell’ethos, della dimora spirituale cioè in cui viviamo, sono state erette dalla fede cristiana. Sulla base di questa constatazione, difficilmente contestabile sul piano storico, esistono oggi tante persone pensose del nostro destino che ragionevolmente si riconoscono nella rilevanza culturale dell’annuncio cristiano. Esso sono consapevoli che solo la custodia dell’identità cristiana della nostra cultura può risparmiarci tragedie indescrivibili.

Sono persone con le quali è possibile un dialogo vero e profondo e che sono fra i destinatari privilegiati del primo annuncio di fede.

Ma come destinatari privilegiati penso però in primo luogo ai giovani, come ci ha anche richiamato il S. Padre Benedetto XVI nel suo primo discorso ai Vescovi italiani.

La condizione spirituale in cui versano molti di loro è spesso caratterizzata dal fatto che non sono più capaci di tradurre in domanda consapevole le proprie esigenze più profonde. La loro malattia spirituale più grave consiste nella loro incapacità di domandare. La forma più grave di violenza esercitata su di loro dalla cultura [si fa per dire] in cui vivono, è la proibizione di fare domande: costretti ad essere ragionevoli ma "come se la verità non esistesse"; costretti ad essere liberi ma "come se il bene non esistesse"; costretti a convivere ma "come se l’amore non fosse possibile". L’elevato numero di suicidi giovanili è un fatto che non può essere ignorato o sottovalutato.

Il primo annuncio della fede fatto a questi giovani richiede che si aiutino a riformulare le grandi domande della vita. È una costante nei racconti evangelici: Gesù interrogava sempre prima di rispondere.

9. Nella vita delle nostre comunità parrocchiali esistono ancora diverse occasioni privilegiate per incontrare i destinatari di cui sopra, ed altri ancora, e fare loro il primo annuncio della fede. La carità pastorale è sempre geniale nell’individuarle. Mi limito ad indicarne alcune perché mi sembrano particolarmente adeguate.

Penso in primo luogo ai corsi di preparazione al matrimonio ancora frequentati da un elevato numero di giovani; molti dei quali reincontrano la Chiesa dopo anni di distanza. Essi, non raramente inconsapevolmente, sentono che la decisione di sposarsi e l’esperienza dell’amore umano coinvolge profondamente il senso della loro vita. Sono dunque in un attitudine di attesa, di domanda.

È dunque necessario ripensare questi corsi totalmente in chiave di primo annuncio della fede proprio partendo dalla fondamentale esperienza dell’amore. Non esiste quindi un’alternativa fra "corsi di primo annuncio" e "corsi di preparazione al matrimonio". Ma il primo annuncio della fede è donato come risposta alla precisa domanda di verità, di bene e di senso, che nasce nel cuore di un uomo e di una donna che si amano ed intendono sposarsi.

È vero che esistono anche giovani che chiedono il matrimonio cristiano all’interno di un vero cammino di fede, che stanno già facendo. A questi dovrà essere fatta un’altra proposta.

Chiedo alla Commissione diocesana della famiglia di studiare attentamente la cosa, facendo nel corso del presente anno pastorale proposte concrete.

Altra occasione privilegiata è la richiesta del battesimo per i propri figli fatta da genitori che hanno abbandonato la loro appartenenza alla Chiesa. So che esiste la catechesi, o alcuni incontri coi genitori, precedente il battesimo: è stata una decisione molto sapiente. Siano momenti nei quali si deve fare in maniera chiara il primo annuncio della fede.

L’esperienza della nascita di un figlio, l’esperienza della paternità e della maternità sono esperienze che coinvolgono profondamente la persona umana. Questa dimensione antropologica del sacramento del Battesimo è la via sulla quale deve camminare l’annuncio primo della fede cristiana.

Ma l’occasione forse più propizia al primo annuncio della fede è offerta dalle situazioni di sofferenza: malattia, perdita di persone care, rottura subita dal vincolo coniugale, per fare qualche esempio.

Conosco lo zelo di molte persone che individualmente o unite in benemerite associazioni si prendono cura spirituale degli infermi. Conosco la cura che di essi hanno i nostri sacerdoti. Forse è necessario che la Chiesa nostra si interroghi seriamente sulla sua presenza nel mondo della malattia. Il comportamento di Gesù non lascia al riguardo alcun dubbio. Egli ha annunciato il Vangelo del Regno privilegiando gli infermi.

La sofferenza stessa oggi è diventata sempre più un enigma insolubile. È essa oggi la provocazione più radicale fatta al discepolo del Signore di mostrare la potenza significativa del Vangelo: più precisamente di ciò che ne costituisce il suo nucleo essenziale – la morte e risurrezione di Cristo – che viene notificato all’uomo nel primo annuncio della fede. O questo è capace di incontrare l’uomo nella sofferenza o Cristo è morto invano. Che nessun discepolo del Signore renda vana la Croce di Cristo!

10. Al primo annuncio della fede segue l’iniziazione cristiana. Essa infatti è offerta a quanti, udita la parola di salvezza e mossi dallo Spirito che apre loro il cuore, iniziano il loro cammino di fede e di conversione.

In questa Nota pastorale non aggiungo null’altro al riguardo.

È necessario e sufficiente riprendere in mano il Rito dell’Iniziazione cristiana degli Adulti, e la Nota pastorale preparata dal Consiglio Permanente della CEI articolata in tre documenti: Orientamenti per il catecumenato degli adulti [30-03-1997], Orientamenti per l’iniziazione dei fanciulli e dei ragazzi dai 7 ai 14 anni [23-05-1989], orientamenti per il risveglio della fede e il completamento dell’iniziazione cristiana in età adulta [8-6-2003].

Il Consiglio Presbiterale diocesano poi ha nominato al suo interno una Commissione incaricata di studiare attentamente come porre concretamente nelle nostre comunità veri cammini di iniziazione cristiana. E gli incontri sacerdotali nei Vicariati pastorali saranno dedicati a questo tema nella prospettiva di una pastorale integrata, esclusi i due ritiri spirituali di Avvento e Quaresima.

Inoltre il Documento dottrinale-pastorale per la preparazione del VII Congresso Eucaristico Diocesano, sul quale mediteremo durante il corrente Anno pastorale, dedicherà ampio spazio al tema della Iniziazione cristiana, nel contesto del tema congressuale "Se uno è in Cristo è una nuova creatura" [2Cor 5,17].

11. Mi piace chiudere questo capitolo con una riflessione di capitale importanza.

Tutti i grandi maestri della vita spirituale, anche pagani, hanno richiamato l’attenzione sul fatto che l’assenso alla verità, pur essendo rigorosamente parlando un atto della ragione, coinvolge tutta la persona. E la forza dell’adesione è misurata dalla forza dell’affezione con cui la persona aderisce.

Questa "spiritualità dell’assenso", che non posso in questo contesto esporre come meriterebbe, si realizza in grado eminente nell’assenso della fede all’annuncio del Vangelo. Non esiste solo un "intellectus fidei", ma anche un "sensus fidei".

Da questo semplice e grezzo richiamo ad una fondamentale verità antropologica e teologica deriva una conseguenza pastorale di enorme importanza. L’annuncio della fede o è attraente o è inefficace [cfr. Agostino, Commento al sesto cap. Gv]; esso deve essere dotato di una sua intrinseca bellezza. Che il Signore ci liberi e ci protegga da un annuncio evangelico noioso e brutto!

Non solo, ma la fede ha bisogno anche di essere annunciata "socializzandosi", come ci ha ricordato recentemente Benedetto XVI, perché l’uomo ha un corpo, è un essere sociale: "dobbiamo offrire modi di una socializzazione della fede, affinché la fede formi comunità, offra luoghi di vita e convinca in un insieme di pensiero, di affetto, di amicizia della vita" [Al Clero della Valle d’Aosta – 25 luglio 2005].

L’annuncio della fede diventa inefficace se non sa far fronte alle due sfide dell’affetto e della comunione.


CAPITOLO TERZO
Verso il Congresso Eucaristico Diocesano

12. La nostra comunità cristiana col presente anno pastorale inizia la sua preparazione immediata al Congresso Eucaristico diocesano, preparazione che sarà ufficialmente iniziata nella prossima festa di S. Petronio colla consegna del Documento dottrinale-pastorale preparatorio. Documento che, nelle forme giudicate più opportune dai parroci per le rispettive parrocchie e dai responsabili dei Movimenti ed Associazioni ecclesiali, dovrà essere recepito e studiato attentamente, preferibilmente dall’ottobre 2005 al febbraio 2006.

Vi rimando dunque al Documento che vi consegnerò il 4 ottobre prossimo nella basilica di S. Petronio. Voglio solamente in questa Nota pastorale sottoporre alla vostra attenzione e meditazione gli orientamenti fondamentali della preparazione al Congresso Eucaristico. Queste pagine dunque dovranno essere come l’indicazione del cammino.

13. In primo luogo desidero richiamare la vostra attenzione sul fatto che, come già vi dicevo nella mia prima Nota pastorale, la scelta pastorale fondamentale che in questi anni intendiamo fare ha un rapporto intrinseco e necessario colla celebrazione eucaristica. Più precisamente e più concretamente: la formazione di Cristo in noi ha il suo culmine e la sua sorgente nell’Eucarestia. Come e in che senso tutto questo avvenga, sarà spiegato nel già citato Documento teologico-pastorale.

Il tema centrale del Congresso sarà: "se uno è in Cristo è una nuova creatura". Esso indica per così dire due orientamenti per la nostra riflessione.

14. Il primo è denotato dall’espressione "in Cristo". Essa esprime il nuovo modo di essere della persona umana, il suo assetto fondamentale: Cristo diventa fondamento e radice di tutta la nostra vita.

È questa una prospettiva sulla quale dobbiamo in preparazione ed in occasione del Congresso Eucaristico riflettere profondamente e lungamente per almeno due ragioni, l’una di valore permanente e l’altra dettata dalla congiuntura attuale.

La prima è che, come ha insegnato Tommaso, in ordine all’intelletto divino ogni realtà, dunque anche l’uomo, "è detta vera … nella misura in cui realizza ciò cui è ordinata dall’intelletto divino" [Qq. De Veritate q.1,a.2c]. Ora ciascuno di noi è ordinato ad essere in Cristo. È questa la verità della nostra persona. Fuori di questa ordinazione, viviamo una vita falsa; non realizziamo veramente la nostra umanità.

La seconda è che oggi molti hanno veramente perduto la misura della propria umanità, incapaci quindi di comprendere il senso della propria vita. È l’Eucarestia la chiave interpretativa completa della vita dell’uomo. Se il Congresso Eucaristico, ad iniziare già dalla preparazione durante questo anno, aiutasse gli uomini e le donne delle nostre comunità ad uscire dalla più grave forma di ignoranza, quella circa il proprio destino ultimo, avrebbe ottenuto il frutto più grande. Ri-centrare e ri-con-centrare ogni uomo e tutto l’uomo "in Cristo" è ciò cui mira il primo annuncio della fede e l’iniziazione cristiana, di cui l’Eucarestia è il culmine,. La preparazione al Congresso Eucaristico è l’occasione propizia per meditare su tutto questo.

15. Ma l’espressione paolina indica anche un secondo orientamento per la nostra riflessione: la fondazione e la radicazione della nostra persona "in Cristo" rigenera l’uomo che diventa una nuova creatura.

La nuova creazione è il perdono dei peccati, il rifacimento della nostra persona trasferita dal potere delle tenebre al regno del Figlio [cfr. Col 1,13]: ridiventiamo conformi a Cristo nel quale e secondo il quale siamo stati pensati e voluti.

Questa prospettiva è di una potenza immensa perché in un certo senso definisce la missione stessa della Chiesa come ho lungamente spiegato nella mia prima Nota pastorale e nel primo capitolo di questa. Essa è mandata all’uomo che vive la sua umana esperienza, ma come Chiesa formata dall’Eucarestia, che non perde mai la consapevolezza di aver celebrato l’Eucarestia.

L’uomo, ogni uomo, è una libertà da liberare perché possa realizzarsi nel vero bene della sua umanità. Questa realizzazione, come dicevo nel numero precedente, è da collocare sempre nell’ultimo orizzonte di quella verità che ne svela il senso e la direzione; essa sola è in grado di salvaguardare la consistenza propria delle realtà create. La Chiesa conosce, incontra e vive questo "ultimo orizzonte di verità" quando celebra l’Eucarestia. Certamente, non si deduce dall’Eucarestia la soluzione dei problemi economici, sociali, politici che oggi l’uomo deve affrontare. Tuttavia l’essere in Cristo che pienamente – dal punto di vista sacramentale – si realizza nell’Eucarestia, non deve rimanere estraneo al modo con cui il cristiano pensa, giudica ed opera dentro i fondamentali ambiti della vita umana: "se uno è in Cristo è una nuova creatura".

Il Documento dottrinale-pastorale che sarà messo nelle vostre mani vi aiuterà ad approfondire queste grandi verità della vita cristiana, così come il lavoro delle Commissioni preparatorie.

16. Se queste saranno le due grandi linee lungo le quali dovrà muoversi la nostra preparazione al Congresso, vorrei ora dirvi con quali attitudini spirituali dobbiamo compiere questo percorso. Esse sono quattro: contemplare il Mistero eucaristico, celebrare il Mistero eucaristico, adorare il Mistero eucaristico, vivere il Mistero eucaristico. Una breve riflessione su ciascuna di esse.

17. Contemplare il Mistero eucaristico significa lasciarci pervadere dalla sua realtà. Adeguare la nostra persona alla sua verità. È impossibile questo sguardo se non è generato dall’udito. Come scrive stupendamente S. Tommaso, "se mi lascio guidare da ciò che vedo o tocco o gusto, io cado nell’inganno. Posso soltanto udire: ma basta a dare sicurezza alla mia fede".

È davvero necessario che recuperiamo interamente il senso del Mistero eucaristico non riducendolo alle nostre misure, ma al contrario, estendendo noi alla misura della Eucarestia. "Chi ha misurato con il cavo della mano le acque del mare e ha calcolato l’estensione dei cieli con il palmo? Chi ha misurato con il moggio la polvere della terra, ha pesato colla stadera le montagne e i colli colla bilancia?" [Is 40,12].

Quando guardiamo l’Eucarestia viviamo veramente questa esperienza di sproporzione fra chi deve misurare col cavo della mano le acque del mare e calcolare col palmo l’estensione dei cieli? È possibile questa sproporzione perché il cuore umano può essere riempito solo da un amore infinito [cfr. la dottrina tommasiana sulla crescita della carità].

È come se dicessimo: "la mia misura non sono più io stesso, ma sei Tu. Imparo da te come sono io; quella è la mia verità ed il mio bene".

18. Celebrare il Mistero eucaristico: è possibile contemplare perché celebriamo. L’Eucarestia la si vede … perché è fatta cioè celebrata. Tuttavia lo stile della celebrazione nasce dal modo con cui contempliamo il Mistero.

La celebrazione è l’atto più grande che la Chiesa possa compiere. Celebrazione dell’Eucarestia e martirio [cui in un certo senso è assimilabile la professione monastica] sono i due atti più grandi che accadono in questo mondo.

Ma la celebrazione – lo sappiamo bene – è esposta continuamente alla banalizzazione, fin dall’inizio. Il primo testo eucaristico prende occasione precisamente da un fatto di banalizzazione. Paolo deve richiamare al senso della serietà dell’Eucarestia e lo fa semplicemente, richiamando il fatto che essa è la cena del Signore, non confrontabile né confondibile con gesti umani di accoglienza, convivenza, convivialità. È un gesto ricevuto in obbedienza, come si dice nel Canone.

"Accettare che il rito dell’Eucarestia ci porti fuori del nostro mangiare e bere, in un momento di concentrazione di senso, quale l’avvenimento assoluto, definitivo della Pasqua del Signore può rappresentare, questo significa rispettare che l’Eucarestia sia cena del Signore" [G. Moioli, Il mistero dell’Eucarestia, Glossa ed., Milano 2002, pag. 25].

La Commissione preparatoria al Congresso e la Commissione diocesana per la Liturgia e Catechesi ci aiuterà perché il nostro sia sempre più un celebrare la cena del Signore. La nostra Chiesa ha una grande tradizione liturgico-eucaristica, vivificata dall’indimenticabile Card. Giacomo Lercaro. Non solo dobbiamo conservarla, ma dobbiamo anche promuoverla ed arricchirla.

19. Adorare il Mistero eucaristico. L’adorazione del Mistero eucaristico, o visita al SS. Sacramento, è la continuazione della celebrazione. Se così non fosse, non sarebbe conforme alla grande tradizione liturgica e teologica della Chiesa.

In che senso l’adorazione è la continuazione della celebrazione? Nel senso che quanto accade durante la celebrazione è di una tale grandezza e profondità, che il credente sente come il bisogno di riprendere, di personalizzare maggiormente quanto nella celebrazione ha vissuto come concentrato in un troppo breve spazio di tempo. L’Eucarestia che adoriamo infatti non è un’Eucarestia diversa da quella celebrata. È solo nell’adorazione che il Mistero celebrato penetra gradualmente nella persona e Cristo viene formato in noi.

Chiedo alla suddetta Commissione di aiutare le nostre comunità a cogliere questo intrinseco rimando dell’adorazione alla celebrazione.

20. Vivere il Mistero eucaristico. Dopo quanto ho detto all’inizio di questo capitolo, non mi dilungo ulteriormente.

È la forma di Cristo che mediante l’Eucarestia si imprime nella nostra persona. "Fate questo", ci ordina il Signore. In senso pieno non è solo un ordine rituale, ma una forza di auto-realizzazione diversa: è il dono del comandamento nuovo.


CAPITOLO QUARTO
Verso il Convegno Ecclesiale di Verona

21. L’anno pastorale che iniziamo ha anche la caratteristica di preparazione al Convegno Ecclesiale che vedrà riunita a Verona la Chiesa di Dio in Italia dal 16 al 20 ottobre 2006. Anche la nostra Chiesa deve sentirsi coinvolta in questa preparazione, evitando due insidie che possono rendere poco significativa questa esperienza evacuandola in vani discorsi.

La prima è costituita dal distacco o dalla separazione fra la vita quotidiana di fede delle nostre comunità e dei singoli fedeli e la praparazione-celebrazione del Convegno Ecclesiale. È una grave insidia, questa. Essa infatti ridurrebbe la celebrazione del Convegno ad un "atto accademico" nel senso deteriore del termine, e la preparazione ad esso ad un ulteriore impegno da svolgere, aggiunto ad altri. Ma soprattutto il mio pensiero va all’immensa grandezza della vita quotidiana dei nostri fedeli più semplici: coloro che ogni giorno cercano di seguire il Signore, la cui fede è nota solo al Signore. Come rendere veramente significativo il Convegno Ecclesiale per questi che sono l’umile gregge del Signore?

La seconda insidia da evitare nella preparazione è connessa a quella precedente, e riguarda più direttamente la nostra comunità cristiana. Il Convegno di Verona, la sua preparazione e celebrazione, va inserito profondamente dentro a quel cammino di rigenerazione della persona in Cristo, che costituisce l’orientamento fondamentale della missione della Chiesa di Dio in Bologna, fino a che Cristo sia formato in ogni uomo. La preparazione al Convegno non deve essere pensata come un impegno che si aggiunge ad altri impegni, da eseguire o da tralasciare a seconda delle circostanze. La "prospettiva del Convegno Ecclesiale" costituisce piuttosto una dimensione essenziale del nostro cammino nel presente anno pastorale.

Questo ultimo capitolo della presente Nota pastorale vuole essere un aiuto per divenire più consapevoli di quella dimensione, così che anche quei momenti di preparazione al Convegno, che pure dovremo vivere, diventino sommamente significativi per la nostra quotidiana sequela di Cristo e per l’annuncio della fede, unica cosa veramente necessaria se voglio vivere una vita eterna.

22. L’uomo in cui Cristo deve formarsi, l’uomo concreto che vive i suoi quotidiani problemi piccoli e grandi, molte delle persone che costituiscono anche la nostra comunità bolognese è come "marchiata" oggi da una duplice cifra: lo sradicamento e la paura. È diventato un uomo senza passato e privato di futuro: senza memoria e senza speranza.

Il S. Padre Giovanni Paolo II nella sua Esortazione Apostolica post sinodale Ecclesia in Europa scrive: "Molti europei danno l’impressione di vivere senza retroterra spirituale e come degli eredi che hanno dilapidato il patrimonio loro consegnato dalla storia. Non meravigliano più di tanto, perciò, i tentativi di dare un volto all’Europa escludendone l’eredità religiosa e, in particolare, la profonda anima cristiana, fondando i diritti dei popoli che la compongono senza innestarli nel tronco irrorato della linfa vitale del cristianesimo" [§7,2]. Tentativo – come sappiamo – messo in atto, ma pubblicamente rifiutato dal popolo francese ed olandese.

Ma non c’è solo questo sradicamento, diciamo, pubblico. Esiste uno sradicamento che insidia quotidianamente il singolo, perché sono continuamente a rischio le relazioni originarie, quelle che radicano la persona dentro al terreno dell’humanitas. Penso alla relazione uomo-donna e alla tragica fragilità del vincolo coniugale; alla relazione figlio-genitori e alla drammatica difficoltà odierna di educare; alla relazione sociale sia civile sia politica e alla metastasi di un individualismo che sta distruggendo il tessuto connettivo dei rapporti sociali.

Allo sradicamento si accompagna – né può essere diversamente – la paura del futuro. Scrive ancora Giovanni Paolo II nella già citata Esortazione apostolica: "L’immagine del domani coltivata risulta spesso sbiadita e incerta. Del futuro si ha più paura che desiderio. Ne sono segni preoccupanti, tra gli altri, il vuoto interiore che attanaglia tante persone, e la perdita del significato della vita. Tra le espressioni e i frutti di questa angoscia esistenziale vanno annoverati, in particolare, la drammatica diminuzione della natalità, il calo delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, la fatica, se non il rifiuto, di operare scelte definitive di vita anche nel matrimonio" [§8,1].

Non posso ora dilungarmi ulteriormente come il tema meriterebbe in analisi accurate. Mi limito ad una sola constatazione, cui sono giunto anche e soprattutto in conseguenza degli incontri non fugaci coi giovani.

Che cosa è alla fine questa paura del futuro? È la paura ed al contempo il rifiuto di una libertà ridotta ad indifferenza, a neutralità assoluta. Ogni scelta ed il suo contrario non ha mai in se stessa un valore positivo o negativo, poiché non esiste alcuna verità eterna circa il bene ed il male. "Come dire" – come è stato scritto molto bene – "che in qualunque momento noi possiamo compiere qualunque azione. Naturalmente questo mette angoscia, da un’idea di libertà così ci ritraiamo perché presuppone un essere distaccati da tutto, presuppone che l’uomo sia originariamente e completamente solo" [L. Doninelli in Riconoscere la speranza, ed. Marietti 1829, Genova-Milano 2003, pag. 64].

23. Questa condizione spirituale mi richiama fortemente alla memoria la vicenda del profeta Elia, dopo che è costretto a fuggire dal monte Carmelo [cfr. 1 Re 19,1-4].

Egli ormai si sente completamente solo, privo di qualsiasi prospettiva di futuro che non sia la morte: "desideroso di morire, disse; ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri". Come esce da questa condizione? Ritornando all’origine: Elia si dirige verso il Monte Oreb [= Sinai]. Egli si radica nell’evento fondatore dell’esistenza, dell’identità, della libertà di Israele: l’alleanza del Signore del suo popolo. In questo ritorno riscopre le ragioni del vivere; in questa memoria ridona consistenza alla vita.

Ma questo ritorno e questa memoria non inchioda il profeta in un conservatorismo tradizionalista e fondamentalista. Al contrario.

Elia ora dall’Oreb-Sinai, dove è stato ricostituito nella sua identità dalla teofania del principio, deve ritornare al deserto di Damasco per preparare il futuro del popolo di Dio [cfr. 1Re 15,15-16). Né egli deve più sentirsi solo perché il Signore si è già riservato ben settemila fedeli che non si sono inginocchiati a Baal né lo hanno baciato colla bocca.

Alla luce incomparabile della figura e dell’esperienza di Elia, troviamo la risposta alla condizione spirituale dell’uomo, che ho brevemente schizzato nel paragrafo precedente. E nello stesso tempo vediamo in unità profonda quanto abbiamo detto nei due capitoli precedenti circa il primo annuncio e la preparazione al Congresso Eucaristico, e la preparazione al Convegno di Verona.

24. La persona umana diventa capace di sperare se essa torna all’avvenimento fondatore di ogni speranza: la morte e la risurrezione del Signore. Pertanto, come già dissi nel capitolo secondo di questa Nota, la predicazione della e nella nostra Chiesa, in tutte le sue forme, "deve essere sempre più incentrata sulla persona di Gesù e deve sempre più orientare a Lui. Occorre vigilare perché Egli sia presentato nella sua integralità non solo come modello etico, ma innanzi tutto come il Figlio di Dio, l’unico e necessario salvatore di tutti, che vive ed opera nella sua Chiesa" [Ecclesia in Europa 48,1].

È la fede in Cristo che genera la speranza: ed il modo migliore di prepararci al Convegno Ecclesiale, se non vogliamo ridurlo a parole e a discorsi privi di potenza, è l’impegno indefesso nel comunicare il primo annuncio e l’evangelo della salvezza. Solo uomini che hanno incontrato Cristo sono capaci di sperare.

25. Il "luogo" eminente dell’incontro con Cristo è l’Eucarestia. Nella prossima solennità di S. Petronio consegnerò, come già dissi, il Documento preparatorio al nostro Congresso Eucaristico. Da esso saremo guidati a riscoprire più profondamente il mistero eucaristico mediante il quale la persona diventa in Cristo una nuova creatura.

Nella Traccia di riflessione in preparazione al Convegno Ecclesiale di Verona si dice: "La fase di preparazione al Convegno Ecclesiale dovrà essere vissuta come un’occasione per aiutare le comunità cristiane e i credenti a riacquistare la capacità di riflettere sulle tematiche del vissuto umano e delle istituzioni in modo costruttivo … Spesso riconosciamo che i luoghi della vita quotidiana sembrano usciti dall’agenda pastorale e che pertanto i cristiani trovano difficoltà a collegare fede e vita, non soltanto sul piano della coerenza personale ma soprattutto sul piano della correlazione sostanziale. Diventa perciò importante affrontare la questione del vissuto" [Traccia …, Allegato, il Cammino di preparazione, a)].

La riflessione preparatoria al Congresso Eucaristico intende precisamente aiutarci ad affrontare le questioni dei "vissuti umani" più importanti alla luce di quella novità che rigenera in Cristo la persona umana. È una novità di tale potenza che dona all’uomo la capacità di "rendere imperituro ciò che è perituro" [Goethe]; costruttori di un futuro senza demolire il passato, poiché la nostra "speranza è piena di immortalità" [Sap 3,4].

26. Nella Traccia …, si dice: "Obiettivo … del Convegno Ecclesiale è chiamare i cattolici italiani a testimoniare, con uno stile credibile di vita, Cristo Risorto come la novità capace di rispondere alle attese e alle speranza più profonde degli uomini di oggi" [§ 1,cpv 5°].

Quali attese? Quali speranze? Non sono diverse quelle che sono nel cuore dell’uomo di oggi da quelle che spinsero per esempio Dante a scrivere la Divina Commedia, Miguel Cervantes a scrivere il don Quijote: l’attesa e la speranza di una beatitudine vera, cioè piena ed eterna. È l’intima sicurezza di essere salvati in speranza che dà all’uomo la certezza di poter amare per sempre una donna vincolandosi definitivamente ad essa; che il bene che ogni genitore vuole al proprio figlio sia capace di rendere la sua (del figlio) vita buona e vera; che dona all’ammalato terminale la certezza che la sua vita è degna di essere vissuta.

Molte sono le domande che non ricevono risposta; molte le attese che restano deluse, ma l’ultimo orizzonte della vita è un orizzonte di senso perché ogni cosa, tutto ciò che esiste è in Cristo. Al fondo dell’essere sta il dono che il Padre ha fatto del suo Unigenito. L’ultimo atto dell’uomo non è una domanda, un’immensa domanda senza risposta, poiché l’ultimo orizzonte che racchiude tutto è l’amore di Dio in Cristo Gesù. E questo amore ci è stato dimostrato in un fatto realmente accaduto: la morte e la risurrezione del Signore.

Il prossimo Convegno di Verona vuole aiutare i credenti ad essere testimoni di una speranza che non delude. Come si genera questa testimonianza? [cfr. Traccia … II, 6-9].

Voglio servirmi di due immagini, come due icone, che nel loro contrasto ci aiutano a trovare la risposta.

27. Critici competenti ritengono che uno dei racconti più belli scritti nel Novecento sia il racconto di Hemingway, Colline come elefanti bianchi. Un uomo e una donna fermi in stazione stanno parlando di una operazione che la donna deve subire. Si capisce che è l’aborto deliberato. L’uomo le dice: "È davvero un’operazine semplicissima, Jig … so che non ci faresti neanche caso, Jig. È una cosa da nulla, veramente. Serve solo a far passare l’aria … Fanno solo entrare l’aria e poi è tutto perfettamente naturale" [in Tutti i racconti, Oscar Mondadori, Milano 1993, pag. 308]. Credo che sia una delle pagine più tragiche di tutta la modernità: la soppressione dell’uomo ridotta all’apertura di un pertugio da cui far entrare e passare un po’ d’aria.

L’altra immagine è la pagina "incredibile" in cui Francesco spiega a Leone in che cosa consista la vera, anzi la perfetta letizia. Che cosa è che fa stare un uomo in mezzo a una bufera di neve respinto e bastonato dai suoi amici e dire: "questa è la vera, perfetta gioia"? Che cosa è al contrario che fa vedere a un uomo la soppressione di un altro uomo come il passaggio di un po’ di aria?

Francesco ha la prospettiva del dono che è Cristo, si pone in lui e da questo punto di vista vede e giudica tutta la realtà. L’uomo della stazione è lo schiavo della menzogna fondamentale della modernità, secondo la quale la realtà, anche la realtà dell’altro, non è quello che è, ma quello che appare all’uomo.

L’uno e l’altro sono consapevoli della drammaticità dell’esistenza. Anche Francesco, come ogni vero credente, sa che perfino la convivenza dei fratelli può finire in un’espulsione dalla propria casa, perché sperare non significa affatto essere certi che a questo mondo alla fine tutto si aggiusterà per il meglio.

Poiché il dramma dell’uno finisce in "perfetta letizia", e dell’altro in una tragica farsa?

L’impegno nel primo Annuncio, la preparazione al Congresso Eucaristico Diocesano e al Convegno Ecclesiale di Verona è il cammino che ci porta alla risposta vera: "e la speranza non delude perché l’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo", poiché "chi è in Cristo è una nuova creatura".

28. Ai momenti opportuni poi in ogni parrocchia, movimento ed associazione, a giudizio dei parroci e responsabili dei Movimenti ed associazioni, si rifletterà sulla Traccia … in stretta connessione col Documento preparatorio al Congresso Eucaristico Diocesano e colla presente Nota pastorale.


CONCLUSIONE
"Collaboratori della vostra gioia" [2Cor 1,24]

29. La Chiesa, come vi dicevo all’inizio di questa Nota pastorale, sta attraversando un grande momento di grazia e nello stesso tempo si trova al affrontare sfide culturali inedite.

È dentro a questo contesto che nel prossimo anno inizierò la VISITA PASTORALE a tutte le parrocchie, ai Movimenti ed Associazioni Ecclesiali.

Vengo per edificare ed essere edificato, poiché lo scopo della Visita pastorale è la rigenerazione dei fedeli in Cristo, è l’approfondimento della loro amicizia con Gesù divenendo capaci di condividere i bisogni di tutti i nostri fratelli uomini. Fin da ora chiedo preghiere perché la Visita sia un avvenimento di grazia ed il Vescovo diventi in essa veramente un "collaboratore della vostra gioia": la gioia di essere discepoli di Cristo.