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Nota Pastorale
9 novembre 2004
"Se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il Regno di Dio" [Gv 3,3]

(versione provvisoria)


La versione definitiva, pubblicata dalle Edizioni Dehoniane Bologna e in vendita a 1,30 euro, è scaricabile in formato .pdf cliccando qui.

Penso sia necessario fin dall’inizio precisare rigorosamente la prospettiva di questa Nota Pastorale. Essa non si preoccupa principalmente di indicare e ricordare ciò che noi pastori dobbiamo fare, ma la finalità che deve orientare il nostro servizio pastorale: la ragione per cui facciamo ciò che facciamo.

Perché ho privilegiato questa prospettiva? Per una ragione strutturale e per una ragione congiunturale.

Ciò che unifica e quindi dona senso all’esistenza è il suo fine, il fine che si propone: ciò per cui si vive. Inoltre, oggi la nostra vita, come la vita di ogni persona, è insidiata da una frammentazione e da una operosità così urgente da impedirci spesso di avere quella pacifica unità dell’operare che nasce dall’unità dell’essere.


Capitolo primo
La Prospettiva Fondamentale

Per chiarezza e per favorire la riflessione personale e comune, enuncio subito la tesi fondamentale della presente Nota: la finalità cui orientare tutto il nostro ministero pastorale è la ri-generazione del soggetto cristiano. Inizio molto semplicemente dalla spiegazione dei termini.

Per "soggetto cristiano" intendo il battezzato che realizza in sé l’unità fra la sua vita umana e il suo incontro mediante la fede e i sacramenti con Cristo vivente nella Chiesa.

Per "vita umana" intendo l’insieme delle esperienze propriamente umane che definiscono e plasmano l’humanitas di ogni persona. Sono dette umane in un duplice significato: colui che esperisce è un uomo e colui che è esperito è l’uomo. L’uomo è soggetto ed oggetto insieme.

L’insieme dunque delle esperienze umane denota l’uomo concreto nel suo divenire se stesso così come ha liberamente deciso di divenire. È una biografia che ha per tutti gli stessi capitoli e le stesse coordinate che ne disegnano lo spazio e ne danno l’orientamento: la ricerca della verità, la scelta del bene, la posizione di sé di fronte a Dio creatore e a Cristo unico redentore dell’uomo.

Col termine "incontro con Cristo" denoto lo stesso avvenimento che il vocabolario cristiano chiama "conversione", "rinascita", "nuova creazione" che è stato il tema dell’incontro di Gesù con Nicodemo, ed è descritto in forma esemplare per es. in Fil 3,7-14.

Col termine "vivente nella Chiesa" intendo la presenza di Cristo nella Chiesa mediante la successione apostolico-petrina e mediante la Liturgia [cfr. Sacrosanctum Concilium 6,1; EV 1/8].

Per "unità (del soggetto cristiano)" intendo dire che fra la vita umana e l’incontro con Cristo non c’è né separazione né contrapposizione, ma integrazione e con-formazione.

L’integrazione è unificazione di una complessità, nella quale (unificazione) ciascun elemento permane nella sua specifica identità; si compone con ogni altro in un processo di subordinazione; secondo l’obiettiva gerarchia delle realtà subordinate e subordinanti.

La conformazione è l’impressione nel battezzato della stessa forma [Εδοs] di Cristo: “il fango non è più fango; avendo ricevuto la forma [Εδοs] regale, diventa il corpo stesso del re” [N. Cabasilas, La vita in Cristo, CN ed., pag. 184].

È l’essere-vivere in Cristo di cui parla Paolo; è il dimorare-rimanere in Cristo e nella sua parola di cui parla Giovanni, centro integrante di tutto l’umano.

Dopo questa spiegazione dei termini, vorrei tentare un approfondimento del contenuto della tesi, da vari punti di vista.

1.1 Voglio subito far notare che l’orientamento del nostro servizio pastorale alla ri-generazione del soggetto cristiano non è proposta nuova. Nuova nel senso che non abbia fondamento nella teologia cristiana e nel vissuto spirituale e canonico del ministero apostolico. E ciò può essere mostrato da vari punti di vista.

L’incontro con Cristo vivente nella Chiesa mediante la fede ed i sacramenti, che ci fa essere e vivere in Lui, è lo scopo per cui l’uomo è stato creato: la ragione d’essere di tutto ciò che esiste in cielo ed in terra. Il nostro ministero apostolico è la mediazione necessaria, che si attua nella predicazione della Parola di Dio e nella celebrazione del Mistero, dell’incontro dell’uomo con Cristo vivente nella Chiesa.

A livello di vissuto, se noi ci chiediamo quale è la ragione per cui ogni giorno facciamo ciò che facciamo, non possiamo non rispondere: perché l’uomo si converta ed incontri Cristo. Il "cristocentrismo oggettivo" plasma e configura tutto il nostro essere ed agire apostolico. La figura e la catechesi del Precursore è stata accuratamente custodita dalla tradizione apostolica perché nella sua persona è espressa in forma definitiva il senso dell’apostolato: condurre l’uomo a Cristo.

Si potrebbe a questo punto riprendere e rileggere l’esperienza dei grandi pastori di ieri e di oggi; verificheremmo la fondatezza di ciò che sto dicendo.

Ma voglio attirare la vostra attenzione su un aspetto che ritengo di particolare importanza. Ho parlato poc’anzi di "integrazione" della vita umana nell’incontro con Cristo. Mi spiego.

L’incontro con Cristo non è una sorta di "dopo-lavoro" che si affianca alla vita quotidiana dell’uomo. Meno ancora una sorta di "evasione spirituale" che prepara poi l’uomo ad affrontare meglio la sua vita quotidiana. Esso, al contrario, è l’avvenimento nel quale ogni esperienza umana viene compresa nella sua intera verità, e resa vivibile nella sua completa positività. In una parola: è l’incontro con Cristo che rende possibile la perfetta realizzazione di se stesso, cioè la santità.

Mi voglio spiegare con un esempio. Prima o poi succede che la morte spezzi il vincolo più profondo che lega due persone [quante mogli hanno perso il marito, quante madri i loro figli …!]. Chi vive questa esperienza non può non chiedersi: perché è morto/a? A questa domanda, se per es. la causa è stata la malattia, la scienza può dare una sua risposta. Se la morte è stata causata da un incidente, si ricostruisce – si dice – la "meccanica dell’incidente". In realtà nessuna di queste risposte è adeguata alla domanda perché questa verte sul senso cioè sulla positività/negatività dell’avvenimento. L’incontro con Cristo vivente nella Chiesa dona all’uomo la comprensione ultima di questo avvenimento e lo rende vivibile nella sua misteriosa positività. Dal punto di vista cristiano, esiste solo un avvenimento che non ha in sé nessuna positività: la scelta moralmente illecita, il peccato.

Lo stesso discorso può essere fatto nei confronti di ogni esperienza umana: il lavoro, il matrimonio, la vita associata. E così via.

Quanto ho detto finora può essere riespresso in prospettiva liturgica: il nostro ministero apostolico è in funzione dell’iniziazione cristiana, dell’introduzione dell’uomo nel mistero di Cristo. Può essere riespresso in prospettiva antropologica: il nostro ministero apostolico è in ordine alla difesa e promozione della verità e dignità della persona umana [cfr. Lett. Enc. Redemptor hominis: l’uomo è la via della Chiesa; Cristo è la via della Chiesa]. Può essere riespresso in prospettiva pedagogica: il nostro ministero apostolico è la generazione-educazione dell’uomo in Cristo.

1,2. È utile che ora ci chiediamo quali sono i pericoli o i rischi che oggi possono insidiare questa "prospettazione" o orientamento che intendiamo dare al nostro servizio apostolico.

Le insidie possono collocarsi a livello del pensiero e a livello dell’agire. Inizio dalle prime.

La definizione che ho dato sopra di rigenerazione del soggetto cristiano può essere contestata e rifiutata da almeno due punti di vista o da due contrapposizioni intimamente connesse.

La prima nega semplicemente la necessità o più debolmente la rilevanza dell’avvenimento cristiano perché il vivere umano abbia una pienezza di senso. Non si dimentichi mai che cosa si intende per "vivere umano". La grande eresia gnostica, pericolo permanente per l’annuncio cristiano, secondo la quale lo "spirituale" non può avere carne, il Mistero non può avere storia, Dio non può essere coinvolto nella creazione, è tutt’altro che assente oggi. L’ingresso di tutto l’umano nel mistero della Redenzione è ritenuto impossibile o comunque non necessario. La grande tradizione pastorale della Chiesa cattolica che è sempre stata, ed è tuttora condivisione di ogni vero bisogno umano in ordine all’incontro con Cristo, viene semplicemente distrutta alla sua origine da questa posizione. Quando Giovanni Paolo II nell’Enciclica programmatica del suo pontificato scriveva che l’uomo è la via della Chiesa, e nello stesso tempo che Cristo è la via della Chiesa, ci richiamava a quella grande tradizione pastorale che trova la sua radice nel fatto centrale del cristianesimo: "il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" [GV 1,14].

Non posso non richiamare la vostra attenzione, sia pure assai brevemente, sul fatto più emblematico. È significativo che solo la grande Tradizione ortodossa e cattolica affermi la sacramentalità del matrimonio: un’esperienza umana, un istituto della creazione elevato a dignità di sacramento. L’uomo e la donna si sposano in Cristo. La crisi del matrimonio, di una gravità che non ha precedenti, indica che questa prima insidia, separare l’avvenimento cristiano dall’esperienza umana, non è per niente un "mulino a vento" contro cui combattere.

La seconda insidia è strettamente connessa alla precedente, e la enuncerei nel modo seguente: il primato dell’etica. Prima ho parlato di gnosticismo; ora dovrei parlare di pelagianesimo, altro germe patogeno da cui la Chiesa latina è sempre insidiata nel suo organismo. Mi spiego.

Se Cristo non è necessario, o comunque non è rilevante e significativo per la vita quotidiana degli uomini, in che cosa questi troveranno la loro salvezza? Quale via li porterà alla vita vera? È questa la grande domanda che turba oggi, nonostante le apparenze, il cuore dei nostri contemporanei. Crollate tutte le grandi utopie politiche, sembra oggi prevalere la convinzione che l’umanità possa ritrovarsi in un codice morale universalmente condiviso, una sorta di "pax universalis" basata sulla tolleranza, in una sorta di "arcipelago di popoli" [tante isole coesistenti].

L’impossibilità di un tale progetto è quotidianamente dimostrata dal fatto che il minimo comune denominatore etico diventa … tanto più minimo quanto più diventa comune: alla fine mere regole formali.

Qualcuno potrebbe chiedersi se ha senso che in una Nota Pastorale si facciano queste riflessioni. Penso che sia opportuno. È un’atmosfera, un ethos che noi respiriamo. Non dobbiamo porci fra coloro che ignorano il potere dell’Idea, e non si rendono conto dell’inaudito impatto che può avere sulla nostra vita quotidiana una determinata visione filosofica del mondo, soprattutto quando è supportata e diffusa dai grandi mezzi della comunicazione sociale.

Ora vorrei richiamare la vostra attenzione sulle insidie che il nostro progetto pastorale può incontrare a livello pratico.

Un progetto pastorale che trova, come ho già detto, nella scelta educativa il suo costitutivo formale, è insidiato sul piano pratico dalla mancanza di unità nella proposta cristiana. Mi spiego; spero chiaramente perché in un certo senso è il nodo centrale di tutte le questioni.

Tommaso ha scritto che la radice di ogni scelta libera è il giudizio della ragione. Esiste un’intima connessione strutturale fra le varie attività della nostra soggettività spirituale. Quando questa connessione si spezza, è la persona che si frammenta e perde la sua unità e quindi la sua consistenza, poiché "essere" ed "unità" vanno assieme. In parole più semplici: la separazione fra la fede e la vita, fra la dottrina della fede e le ragioni delle scelte è la più grande tragedia che possa capitare ad un cristiano.

Per evitare questa tragedia è necessaria ma non basta la predicazione, la comunicazione della retta dottrina. È necessaria ma non basta una proposta che pensa di formare la persona chiedendole soprattutto di impegnarsi per la pace, per i poveri… . Che cosa è necessario e basta? Unificare i due momenti: la proposta cristiana che diventa vita della propria vita.

Voglio essere più preciso. Mi interrogo spesso su due fatti che mi preoccupano profondamente come Vescovo.

Il primo è l’alta percentuale di abbandono nelle nostre comunità parrocchiali degli adolescenti dopo la Cresima. È un fatto che ha certamente tante ragioni. Forse non ultima, è una catechesi che non è proposta unitaria, per cui è sentita come un ticket che va pagato per avere una prestazione religiosa, la Cresima

Il secondo è ancora più grave: l’inefficacia del magistero della Chiesa anche nelle coscienze di tanti fedeli. Penso, per fare solo due esempi, al tema bioetica ed al tema del matrimonio. Non sto parlando della fedeltà nei comportamenti personali sui quali giudica il Signore. Sto chiedendomi se ed in che misura il Magistero diventa criterio di giudizio per i credenti. È una inefficacia, potremmo dire, epistemologica. Anche questo fatto ha molte ragioni, certamente. Probabilmente fra le più importanti è la mancanza di una mediazione antropologica, di una mediazione cioè che mostri la significatività di quanto insegnato dalla Chiesa per l’esperienza umana. Un annuncio cristiano non significativo per la vita umana quotidiana è del tutto inefficace.

Che la proposta cristiana debba essere una proposta di vita, è convinzione condivisa da tutti. Quando però si cerca di evidenziare il contenuto di questa convinzione, il consenso finisce oppure si intende "proposta di vita" come qualche impegno che deve essere richiesto.

La costruzione di una unità intrinseca nella proposta cristiana è un compito non più eludibile. Nell’esperienza cristiana tutto si tiene per così dire abbracciato: il pensiero coll’agire ["se uno dice: lo conosco, e non osserva i suoi comandamenti … la verità non è in lui" cfr. 1Gv 2,3-4], la debolezza dell’uomo con la misericordia di Dio, il peccato colla redenzione, il primo Adamo con il nuovo Adamo. Non c’è nulla di affermato nella nostra fede che non richiami tutto l’insieme, poiché unico ed uno è il disegno del Padre in Cristo.

"L’unità dell’io è data dalla coerenza fra tutti gli aspetti consecutivi a un certo principio di tutto ciò che si pensa, in tutto ciò che si pensa. E da questo la coerente traduzione per quanto riguarda l’accento morale, cioè per quanto riguarda la conseguenza applicativa, operativa. L’unità dell’io è data da queste coerenze, da queste due coerenze, che sono legate, che sono coerenze interne tra di loro: una derivante dall’altra, un piano derivato dall’altro" [L. Giussani, Una presenza che cambia, BUR, Milano 2004, pag. 333].

1,3 Ho dunque indicato l’orientamento fondamentale del nostro ministero pastorale; ho individuato ciò che soprattutto lo può insidiare; vorrei ora riflettere brevemente sull’attitudine fondamentale che nella nostra persona è come il terreno buono da cui germoglia e di cui si nutre l’orientamento pastorale fondamentale.

Nel vocabolario cristiano c’era un’espressione, oggi purtroppo non più molto usata, che sintetizzava tutto il ministero sacerdotale: "cura pastorale". Donde anche la parola "curato", ed altre ancora. È una parola singolarmente adeguata ad indicare quell’attitudine fondamentale di cui stiamo parlando.

Prendersi cura dell’uomo, anzi S. Paolo parla del ministero apostolico come un "prendersi cura materna dell’uomo". Che cosa significa? Significa una passione per il bene, la dignità della persona, che non si estingue mai, neppure di fronte a reiterati rifiuti.

Significa attenzione a tutti i beni della persona perché siano messi a sua disposizione, e così raggiunga la sua pienezza. A questo punto potremmo leggere e commentare l’omelia agostiniana de pastoribus per vedere come la cura sia concreta, attenta cioè a diversi bisogni delle diverse persone.

La dimensione paterna-materna del ministero pastorale significa che questa attenzione concreta all’uomo è all’uomo in quanto soggetto che diviene, che cresce. Ritroviamo il punto di partenza: attenzione all’uomo che è generato; che è educato.

Cura dell’uomo significa percezione netta del valore incommensurabile di ogni persona. S. Tommaso scrive che la persona è ciò che esiste di più perfetto nell’universo dell’essere. È ciò che possiamo chiamare "principio-persona". Viviamo in una cultura nella quale questo principio è stato pressoché smarrito. L’operazione di riduzione dell’humanum verso il basso – l’uomo non è che un animale più complesso – è in pieno corso ed ha generato una grave perdita di stima della dignità della persona nella coscienza contemporanea. Uno dei segni più preoccupanti di questa tendenza è il tentativo di ridurre la mens/anima ad un mero meccanismo biologico.

L’uomo non è che un prodotto casuale dell’evoluzione: sembra essere questo l’esito finale dell’evoluzionismo nichilista.

L’atteggiamento pastorale fondamentale che intendiamo dare al nostro ministero è anche la risposta ad una sfida culturale senza precedenti: prendersi cura di ciò che di più prezioso esiste in questo universo, la persona umana, dentro ad una cultura che largamente ha smarrito la consapevolezza di questa dignità.


Capitolo secondo
I Luoghi della Rigenerazione

In questa seconda parte della Nota pastorale vorrei riflettere sui luoghi principali nei quali la persona può essere rigenerata in Cristo. Ne ho individuato principalmente tre: la famiglia, la parrocchia, la scuola.

2,1.La famiglia è certamente il luogo in cui l’uomo e la donna vivono una delle fondamentali esperienze umane. Ma non è di questo che intendo parlare, ma della famiglia come del luogo originario dell’umanizzazione della persona umana.

L’originarietà denota due fatti. La famiglia non è un dato meramente culturale a totale disposizione della libertà dell’uomo: essa è un dato naturale, originario appunto. La S. Scrittura dice che appartiene al "principio". In termini più teologici, l’educazione della persona umana, la sua prima "introduzione nella realtà", secondo il progetto di Dio sull’uomo appartiene alla famiglia. Abbiamo una conferma che ci riempie di stupore senza fine: il figlio di Dio facendosi uomo ha pienamente vissuto quella disposizione divina. Egli è stato introdotto nella realtà di questo mondo creato, che per Lui aveva la configurazione dell’esperienza di fede di Israele, da Maria e da Giuseppe. I Vangeli dell’infanzia ci donano al riguardo dei cenni profondamente suggestivi.

Originarietà significa anche un’altra verità: l’insostituibilità della famiglia. Certamente il diritto ad essere educato è un diritto fondamentale della persona umana, che deve comunque essere garantito. Ed infatti tutti gli ordinamenti civili hanno affrontato questo problema: si pensi agli istituti dell’affido e dell’adozione. È significativo però che comunque la soluzione è sempre nella direzione di "sostituire" famiglia a famiglia.

Tutto questo, più precisamente l’insostituibilità della famiglia, è vero anche nell’ambito della vita della Chiesa: su questa validità Magistero e disciplina canonica non lasciano dubbi. Dunque il volere costruire una pastorale che prescinda dalla famiglia, come ben sanno tutti i saggi pastori d’anime, è un errore teologico con gravi conseguenze pratiche.

Oggi tuttavia la situazione presenta nuove, obiettive e gravi difficoltà. Ne accenno alcune, rimandando chi volesse approfondire a diverse mie pubblicazioni.

Esiste in molte famiglie una sorta di "scoraggiamento educativo": educare oggi non è difficile, sta diventando impossibile, sembrano pensare oggi molti genitori. E ciò per due ordini di ragioni almeno. Esiste spesso negli adulti una profonda incertezza circa le risposte ai grandi problemi della vita, con conseguente perdita di autorevolezza. E senza autorità non si educa. I mezzi poi della comunicazione sociale sono di una tale potenza, e non raramente comunicano messaggi educativi ( si fa per dire) opposti a quelle delle famiglie, che di fronte ad essi i genitori sono tentati di arrendersi.

Non raramente si è come spezzato quel "patto educativo" che era stato stretto fra Chiesa e famiglia, per cui accade sempre più spesso nelle nostre parrocchie che la famiglia si limiti ad inviare bambini e ragazzi al catechismo per poter accedere ai sacramenti, e nulla più.

La rifondazione del "patto educativo" fra famiglia e Chiesa [concretamente, normalmente la parrocchia] è la via privilegiata che dobbiamo percorrere se vogliamo rigenerare il soggetto cristiano.

Che cosa significa "patto educativo"? In primo luogo una vera corresponsabilità educativa che non ammette la delega: né la Chiesa [parrocchia] può delegare la famiglia né la famiglia la Chiesa.

Ma perché questo discorso non sia fuori della realtà è necessario fare due osservazioni assai importanti.

È innegabile che oggi molte famiglie si limitano ad inviare i loro figli al catechismo, o comunque in parrocchia: né contrari né partecipi. In questa situazione, si deve continuare ad assumersi un peso educativo obiettivamente insopportabile. Alla fine, ciascuno risponde davanti a Dio di se stesso e dei propri atti, ed in queste situazioni la scarsa efficacia dell’azione educativa dipende dall’indifferenza della famiglia.

Seconda e importante osservazione. Come pastori non possiamo rassegnarci a questa situazione. La cura pastorale della famiglia, fondata necessariamente sulla cura pastorale del matrimonio, è una priorità pastorale ormai ineludibile. Oltretutto ciò è richiesto anche dalla situazione in cui versano matrimonio e famiglia nella società civile che è di una tale gravità da rendere questa priorità pastorale di particolare urgenza.

Non penso che in questa Nota pastorale si debba scendere in ulteriori precisazioni. È un compito che affido alle Strutture di partecipazione e agli Uffici pastorali, in particolare alla Commissione per la catechesi e all’Ufficio Catechistico; alla Commissione per la famiglia e all’Ufficio pastorale della famiglia; al Servizio Diocesano per la Pastorale Giovanile. Dobbiamo pensare come ricostruire quel "patto educativo" di cui parlavo, facendo anche proposte concrete da proporre alla sapienza ed esperienza dei pastori, dei parroci in primo luogo. Vi chiedo di riflettere seriamente su questo punto.

2,2.L’altro luogo in cui il soggetto cristiano è rigenerato è la parrocchia.

Domani ascolteremo attentamente Mons. Betori che ci presenterà il documento CEI sulla parrocchia: documento lungamente preparato e studiato. Dalla lettura attenta e meditata di questo documento possiamo ricavare utili orientamenti. Mi limito quindi per ora ad alcune riflessioni essenziali.

La prima. Penso non sia inutile ricordarci che la parrocchia è la prima, insostituibile presenza della Chiesa in mezzo agli uomini. L’annuncio del Vangelo, l’introduzione dell’uomo nel mistero di Cristo, in una parola la rigenerazione del soggetto cristiano avviene e deve avvenire normalmente nella comunità parrocchiale. Ipotizzare una cura pastorale che non dico prescinda, ma non riconosca questa priorità della parrocchia, oltre che contro la tradizione pastorale della Chiesa latina, è porsi fuori dalla realtà.

È per questo che raccomando vivamente l’Azione Cattolica vera scuola di formazione e di apostolato dei laici, il cui irrinunciabile carisma è di essere profondamente radicata nelle comunità cristiane locali.

La seconda. È fuori dubbio che nell’attuale situazione storica la parrocchia abbia limiti obiettivi per rispondere alla domanda di salvezza da parte dell’uomo. Obiettivi significa non dovuti all’imperizia o alla negligenza dei pastori, ma a cause assolutamente indipendenti dalla loro volontà. Non è necessario che ne parli; sono ben note a tutti.

È per questa ragione che nella Chiesa esistono, e sono sempre esistite, altre possibilità di incontro con Cristo, altri luoghi in cui il soggetto cristiano può essere rigenerato. Questa possibilità, oggi rappresentata soprattutto dai Movimenti ecclesiali, va difesa, promossa e gioiosamente accolta.

La terza riflessione è in un certo senso la più importante. Parto da una domanda: quale volto deve avere la parrocchia? Esiste certamente la definizione canonica dell’istituto parrocchiale [cfr. C.J.C. 515,1], dalla quale ovviamente non si deve mai prescindere. Ma non è un’analisi di essa che vi chiedo di fare, quanto piuttosto un tentativo di disegnare i lineamenti antropologi della comunità parrocchiale.

Per arrivare a questo disegno parto dall’abbozzo di una diagnosi della condizione spirituale del nostro popolo.

Sono sempre più convinto che una della malattie spirituali più gravi oggi sia la separatezza, la solitudine, l’isolamento in cui la persona vive.

Essa è spesso sradicata da una storia e da una tradizione di cui la persona ha assoluto bisogno, come la pianta del terreno da cui trarre alimento: una persona senza memoria non ha futuro, non ha identità.

Essa poi sembra essere diventata incapace di istituire rapporti veri con altre persone, rapporti che non siano regolati o dal principio del piacere o dal principio dell’utile. La causa più profonda di questa incapacità è stata la degradazione sia a livello veritativo sia a livello etico del rapporto uomo-donna, archetipo originario di ogni rapporto interpersonale.

La metafora più adeguata per descrivere la condizione umana non è più – come per secoli è stata – quella del pellegrinaggio, ma quella della girovaganza.

Vedendo le cose più in profondità, alla luce della fede, mi sovviene la profonda analisi antropologica agostiniana che pone nell’incapacità di amare la definizione della condizione peccatrice dell’uomo;: una volontà ripiegata su se stessa, incurvata nel proprio bene.

Il bisogno di salvezza che dimora dentro al cuore di ogni uomo si articola in domanda di salvezza in maniera diversa, a seconda dei contesti storici. Oggi assume l’articolazione di una domanda di amore, di comunione vera: l’uomo chiede che gli sia ridata la capacità di amare, la capacità di una comunione vera. La persona si realizza – ha insegnato profondamente il Concilio Vaticano II – nel dono di sé.

Penso alla parrocchia come al luogo in cui è stato dato all’uomo e alla donna di essere reintegrati, ricollocati dentro ad una esperienza di comunione, di affezione vera. Non è forse questo il significato più profondo dell’espressione, oggi entrata perfino nella definizione canonica della parrocchia, che la parrocchia è una comunità? Communitas Christifidelium, dice il Codice: la "comunità" è più che la "società".

Non si tratta di una mera esperienza psichica, ma di una vera relazione interpersonale che ha una sua oggettività. Quando questo si realizza? Quando la parrocchia è communitas christifidelium? In grado eminente quando celebra l’Eucarestia alla domenica. Riprenderò in seguito questo punto di centrale importanza.

L’importanza quindi della celebrazione eucaristica festiva nella costituzione della comunità parrocchiale sarà difficilmente esagerata. La cura dunque da parte del pastore di questa celebrazione è il primo dei suoi doveri.

Le sagge disposizioni canoniche circa il numero della Ss. Messe che il sacerdote può celebrare in giorno festivo, riprese dalla Lett. Ap. Dies Domini, si iscrivono in questa percezione teologica. Penso che la Commissione per la Liturgia e l’Ufficio Liturgico Diocesano dovranno studiare attentamente il problema. È anche il cinquantesimo anniversario di un libro del Card. Lercaro che ha segnato una svolta nella pastorale liturgica, "A Messa, figlioli": è uno stimolo nuovo.

2,3.L’altro luogo della rigenerazione del soggetto cristiano è la scuola.

Partiamo da alcune constatazione di fatto. La maggior parte del loro tempo, le persone nel momento più importante della loro formazione, lo passano a scuola. Normalmente in parrocchia vivono qualche ora alla settimana: si può educare una persona vivendo con essa solamente qualche ora alla settimana?

La visione della realtà che viene veicolata nella scuola [pubblica, intendo in questo caso] solitamente non è compatibile colla visione veicolata dalla catechesi donata nella comunità cristiana, proprio sui punti che caratterizzano la visione cristiana dell’uomo: origine e fine dell’uomo, costituzione della persona umana, concetto di libertà, per esempio.

Dall’altra parte, una recentissima indagine sul rapporto fra religione e vita civile in Emilia-Romagna, Marche e Umbria, alla domanda: "quale è secondo lei il compito più urgente del sistema educativo" [=scuola], il 55,4% ha risposta "formare una personalità libera e responsabile". E alla domanda: "qual è, secondo lei, il compito preminente dell’insegnante?", il 49,6% risponde: "fornire allo studente strumenti per imparare dalle proprie esperienze" [cfr. S. Belardinelli (a cura di), L’Italia elastica, Ideazione ed., Roma 2004, pag. 282]. Da questi dati mi sembra che emerga che esiste ancora un forte investimento di fiducia educativa nella scuola.

Una conferma di quanto stia a cuore alla gente la questione educativa, l’abbiamo avuta – chiedo scusa del riferimento personale – dal dibattito che è seguito al mio intervento di Villa Pallavicini dell’aprile scorso. Un dibattito cui hanno partecipato tutti i grandi mezzi della comunicazione sociale.

Un’altra conferma, questa legata alla nostra città, è costituita dal successo che sta riscuotendo il manifesto "Bologna rifà scuola": un manifesto programmatico.

Queste riflessioni, meglio constatazioni di fatti mi sembra che giustifichino alcune conclusioni.

Esiste una diffusa "domanda educativa", dalla cui risposta la scuola non può sentirsi estranea.

La "neutralità" della comunità cristiana nei confronti del sistema scolastico sarebbe un errore imperdonabile.

Fatte queste riflessioni di carattere generale, è necessario ora fare un discorso più articolato e preciso, partendo dalla necessaria distinzione fra scuole-istituti educativi della Chiesa e scuole dello Stato.

2,3.1. La scuola della Chiesa ha una sua configurazione ed è chiamata a fare una proposta educativa cristiana. Esistono nella nostra Chiesa scuole cattoliche; sono un grande tesoro che va custodito e sviluppato.

Questo modo di educare mediante lo strumento scolastico, profondamente connaturato alla Chiesa [è stato un santo, il Calasanzio, ad istituire la prima scuola popolare gratuita, a Roma nel 1597], non è affatto obsoleto: anzi, nella misura del possibile, va ulteriormente sviluppato.

Il fatto che nelle scuole della Chiesa si faccia una proposta educativa cristiana non comporta l’esclusione di nessuno: chiunque può accedervi, anche di fede diversa da quella cristiana, consapevole ed informato della proposta educativa che verrà fatta.

2,3.2 La riflessione sulla scuola dello Stato è più complessa, oggi in modo particolare. E ciò che sta accadendo in Francia lo sta dimostrando.

Iniziamo da una presenza che fa esplicitamente riferimento alla Chiesa: l’insegnamento della religione cattolica. Faccio due riflessioni che reputo le più importanti al riguardo.

L’insegnamento è della religione cattolica. Non è l’insegnamento dei valori universali; non è la storia delle religioni; o altro. È una presentazione scolastica della religione cattolica. E questo è – direbbero i logici – l’oggetto materiale. Ma è più importante individuare l’oggetto formale.

L’insegnamento della religione cattolica non è catechesi: non si deve fare catechismo nelle scuole statali; né mira alla conversione delle persone alla fede cristiana. Esso è la comunicazione, il veicolo della conoscenza di una dimensione costituiva dell’identità del nostro popolo, perché lo è della nostra cultura; comunicazione [ecco l’oggetto formale] fatta in modo da mostrarne l’intrinseca ragionevolezza.

Ma la corresponsabilità nei confronti dell’istituzione scolastica statale da parte della comunità cristiana non può limitarsi all’insegnamento della religione cattolica, ma deve realizzarsi come una vera e propria corresponsabilità nella proposta educativa. Prima di spiegare cosa intendo, devo fare una premessa.

Se non vado errato, vedo oggi due concetti teoricamente molto diversi, e quindi con rilevanza pratica perfino opposta, di laicità (dello Stato). Sono costretto ad essere necessariamente schematico.

Laicità significa che nella "polis" ed in ogni sua espressione, ogni "visione del mondo" (religiosa o non) è ugualmente libera di proporsi, senza tuttavia negare la storia e la cultura, e quindi l’identità propria di ogni popolo.

Laicità significa che l’ingresso nella "polis" ed in ogni suo ambito esige di mettere fra parentesi, di lasciare fuori dalla porta quanto è religiosamente proprio di ciascuno.

Non mi dilungo ulteriormente. Penso che la seconda concezione di laicità sia falsa perché si fonda su una visione astratta della persona umana; perché costituisce obiettivamente una violenza contro la persona; perché conduce ad un grave impoverimento della società civile.

Il testo dottrinale di riferimento comunque su questa problematica dev’essere il Documento della Congregazione della Dottrina della fede su cattolici e politica [24-11-02].

Ritorniamo alla nostra questione. Una vera concezione di laicità consente che nella scuola dello Stato anche la proposta educativa cristiana sia ugualmente libera di proporsi come altre proposte educative.

In che modo? Non vedo altra modalità che attraverso la presenza nella scuola di insegnanti cristianamente preparati. La crisi dell’associazionismo ha avuto gravi conseguenze da questo punto di vista.

La pastorale scolastica dunque, all’interno della pastorale giovanile, è di importanza fondamentale in ordine alla scelta pastorale che abbiamo preso per i prossimi anni: la rigenerazione del soggetto cristiano.


Capitolo terzo
Gli Strumenti della Rigenerazione

In questa terza parte della presente Nota pastorale vorrei parlare di alcuni strumenti di cui la nostra Chiesa si è dotata in questi anni. Ne indico quattro: la Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna; l’Istituto Veritatis Splendor; il Centro diocesano di formazione per la Nuova Evangelizzazione in Villa S. Giacomo; i Mass-media.

3,1. La Facoltà Teologica non è un realtà avulsa dalla vita della nostra Chiesa, non solo e non principalmente per i Servizi di aggiornamento o formazione permanente del Clero, come lodevolmente ha fatto lo STAB in questi anni. Essa è dentro alla vita della Chiesa per due ragioni principali.

La Facoltà costituisce uno dei momenti essenziali della formazione dei futuri pastori d’anime: il momento dell’educazione al pensare cristiano. È questo un "nodo" nella formazione del futuro sacerdote: in un certo senso, il più importante.

La conoscenza infatti, non sto parlando di quella teologica, è il contatto originario che la persona ha colla realtà; l’uomo ha il compito di penetrare la realtà, e di corrispondervi in misura adeguata alla oggettiva sua bontà. Dobbiamo liberarci da quel soggettivismo relativista secondo il quale la conoscenza è mera costruzione del soggetto senza nessuna corrispondenza colla realtà. La ricerca della verità, quella partecipazione all’essere che è propria del conoscere, è il bisogno fondamentale dell’uomo, come appare in modo unico nelle opere di Agostino e da quella passione per il reale che si apprende alla scuola di Tommaso.

La teologia è la realizzazione più alta della conoscenza umana perché introduce l’uomo nella realtà come è vista da Dio: è una qualche partecipazione alla scienza dei beati, insegna S. Tommaso. Ne deriva che se un sacerdote non è stato educato al "pensare teologico", non è stato educato a vedere la realtà nella sua più profonda verità; non è in possesso del modo ultimamente vero di conoscere la realtà.

Questa educazione al pensare teologico esige una profonda unità nella proposta accademica, resa spesso difficile da una specializzazione che tecnicamente dà abilità allo studente nell’analisi del frammento, ma non educa allo sguardo semplice dell’insieme.

Esiste anche una seconda ragione per cui la Facoltà teologica è profondamente inserita nella vita della nostra Chiesa. Essa è chiamata ad elaborare quell’intelligenza della fede, quel reciproco fecondarsi di fede e ragione che è necessario per almeno tre ragioni, che mi limito ad enunciare: il bisogno dell’amore di conoscere Colui che si ama e i suoi doni; la difesa della dottrina cristiana contro le sue negazioni; la necessità di condurre chi "sta fuori" dentro alla verità rivelata.

Penso che non sia difficile comprendere che in ordine alla scelta pastorale che stiamo facendo, la Facoltà teologica sia una degli "strumenti" [sit venia verbo!] fondamentali.

3,2. L’altro grande strumento è l’Istituto Veritatis Splendor [IVS]. È assolutamente necessario che esso non sia un "corpo estraneo" alla nostra Chiesa; è un tesoro preziosissimo che sarebbe imperdonabile non mettere a frutto. Questa inserzione sempre più profonda dell’IVS nella vita quotidiana della Chiesa deve essere uno degli impegni più urgenti e più gravi di questo anno pastorale; in un certo senso, ciascuno deve sentire come proprio questo impegno.

In che senso e in che modo l’IVS si inscrive dentro alla nostra scelta pastorale fondamentale dei prossimi anni?

L’IVS è il soggetto responsabile della ricerca e dell’elaborazione delle fondamentali linee orientative dell’educazione al quale – nelle forme e nei modi dovuti – gli altri soggetti della Chiesa bolognese devono fare riferimento.

Ma è necessario essere più precisi ed indicare i principi ispiratori che specificano in modo inconfondibile il porsi dell’IVS dentro alla missione e alla scelta pastorale della nostra Chiesa.

I principi ispiratori sono individuati nella risposta alle due seguenti domande e sottodomande relative. La prima: a quali condizioni la Chiesa può ricostruire il soggetto cristiano, e quindi quale è l’apporto specifico dell’IVS al realizzarsi di queste condizioni? La seconda: a quali insidie oggi è esposta la soggettività cristiana, e quindi quale è l’apporto specifico dell’IVS nell’immunizzarla da queste insidie?

La risposta alla prima domanda è la seguente: l’apporto specifico dell’IVS è la costruzione di una antropologia adeguata.

Per "antropologia adeguata" intendo la comprensione, interpretazione e spiegazione dell’uomo in tutto ciò che è essenzialmente umano; comprensione, interpretazione e spiegazione che poggia sull’esperienza umana [cfr. sopra Cap. primo, pag. 1-2].

La necessità di ricostruire all’interno della cultura contemporanea un’antropologia adeguata ha carattere sia congiunturale sia soprattutto strutturale. Strutturale da due punti di vista.

"Vi è per l’uomo un problema massimo che tutti gli altri condiziona, orienta ed unifica: quello che è l’uomo a se stesso, il problema di sé che l’uomo pone a se stesso: della sua destinazione, del senso totale, integrale e assoluto della sua esistenza… E la cultura è l’opera dell’uomo; ma egli non ne intende il significato profondo fino a quando non la giudica per il contributo che essa porta alla soluzione del problema della sua verità di uomo" [M.F. Sciacca, Filosofia e Metafisica, in Opere III, 11, Palermo 2002, pag. 132].

Inoltre, ma non dammeno, la ri-generazione del soggetto cristiano implica necessariamente un soggetto umano che non sia "ridotto", ma affermato nella sua "irriducibilità" e pensato quindi in modo adeguato alla sua realtà.

La costruzione di un’antropologia è in primo luogo opera del pensiero, e quindi è il compito dell’IVS sia in quanto istituto di ricerca che di formazione.

Non intendo che questo sia un invito ad abbandonare l’ambito classicamente determinato della "quaestio de veritate" nei tre saperi fondamentali, scientifico-filosofico-teologico. È un invito alla centralità della domanda antropologica e quindi alla registrazione antropologica e pedagogica della perenne domanda sulla verità. È questo, mi sembra, il grande insegnamento di Giovanni Paolo II, sia come pastore che come filosofo.

Le principali insidie a cui oggi la soggettività cristiana è esposta, è la disintegrazione della sua unità, come varie volte ho accennato nelle pagine precedenti. Essa (disintegrazione) è stata progressivamente operata in primo luogo a livello del pensare, da un triplice punto di vista. Dal punto di vista della mutilazione della ragione giudicata incapace di interrogarsi sulle realtà essenziali delle vita; dal punto di vista della demolizione del "caso serio" della libertà come capacità di scelta fra bene/male; dal punto di vista della demolizione della rilevanza ecclesiale del dogma cristiano, introducendo un predominio dell’opinabile al posto del primato del dogma.

Mi spiego, spero, meglio. L’integrazione che avviene nel soggetto cristiano maturo si costruisce fondamentalmente nel pensiero: pensare come Cristo [possedere la mente di Cristo]; nell’agire: liberi della libertà di Cristo; nel con-vivere: la comunione interpersonale nelle comunità umane.

Degradando la ragione si è indotto nella soggettività cristiana una grave patologia, la perdita della dimensione veritativa della fede; annullando la differenza obiettiva fra bene e male, l’uomo si è consegnato nelle scelte ad ogni potere emergente; negando l’originaria relazionalità della persona [uomo-donna], non si pone più il "nuovo comandamento" come la norma fondamentale del convivere.

È compito dei ricercatori, che già stanno lavorando nell’Istituto, ripercorrere questi tre percorsi demolitivi della soggettività cristiana per mostrarne l’intima inconsistenza ed indicarne dal di dentro le vie di uscita.

È compito dei formatori educare ad un discernimento critico del soggetto cristiano: "affinché non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende trarre nell’errore" [Ef 4,14].

Intendo attirare la vostra attenzione soprattutto sulla proposta formativa offerta dall’IVS. Essa non intende sostituirsi agli altri soggetti propositivi, ma sotto la responsabilità diretta del Vescovo intende proporre le fondamentali linee orientative, indicare i punti cardinali entro i quali chiunque abbia responsabilità educative nella Chiesa può e deve muoversi. Chi disegna la carta topografica non si sostituisce a chi deve percorrere il territorio disegnato: gli offre lo strumento fondamentale perché possa muoversi. Anzi, solo chi di fatto cammina sa quali difficoltà incontra, come risolverle. Fuori metafora. L’IVS non si sostituisce a chi ha la missione e quindi la responsabilità della rigenerazione del soggetto cristiano. Offre gli orientamenti fondamentali di questo immane lavoro educativo.

Sono perciò profondamente grato al Card. Giacomo Biffi che ha accettato l’invito di continuare la sua "Catechesi del lunedì", che quest’anno avrà come tema: l’enigma dell’esistenza e l’avvenimento cristiano.

Per il prossimo anno, dopo attenta riflessione il Vescovo ha ritenuto di offrire due percorsi formativi.

A/ Il primo mira ad una elevazione dell’intelligenza della fede perché il soggetto cristiano viva secondo la verità nella carità.

Il percorso formativo offre cinque proposte fondamentali che ora brevemente indico.

- L’articolazione fede-ragione è oggi uno dei punti più problematici dell’esperienza cristiana, anche se molti – la maggior parte dei fedeli – non ne sono consapevoli.

La prima proposta quindi si articolerà in due offerte formative [due corsi]: l’una è una guida alla scoperta della razionalità umana, nelle sue tre fondamentali espressioni [scienza, filosofia, teologia]; l’altra è una guida alla comprensione della natura della fede e del suo atto, cuore della vita cristiana, poiché è dalla fede che viene generata la speranza e la carità.

- Esiste oggi la necessità assoluta di far conoscere ciò che crede la Chiesa: di sapere [non ancora di capire] ciò che crede la Chiesa. Saperlo in modo completo e organico. Lo strumento fondamentale è il Catechismo della Chiesa Cattolica. Sarà offerta una guida al Catechismo.

- Dopo i due percorsi precedenti, l’IVS offre una terza possibilità formativa di decisiva importanza.

La S. Scrittura è la norma del pensiero e della vita della Chiesa, la Parola di Dio che ci schiude la visione della realtà nel suo più intimo significato e verità: il disegno del Padre in Cristo. È fondamentale quindi per un cristiano "saper leggere" le Scritture.

Il corso è una guida ad una lettura unitaria della Sacra Scrittura, avendo chiaro che la "chiave interpretativa" è una sola: Cristo Gesù.

- Infine il cristiano maturo deve sapere come si muove e come si regola in modo ordinato la vita interna del Corpo di Cristo che è la Chiesa. Per questo viene offerto un Corso di Diritto Canonico che presenta le struttura fondamentale del "Corpo Ecclesiale".

B/ Il secondo percorso è di grande importanza: la "quaestio". Vengono organizzati incontri nei quali si pone un problema di particolare urgenza ed importanza. Si invitano alcune persone particolarmente competenti che dovranno porre in modo preciso la questione. Chi partecipa deve intervenire ponendo domande , difficoltà contro le soluzioni proposte, proponendo risposte argomentate.

È uno strumento per educare ad un giudizio ragionevole e credente sui grandi dibattiti contemporanei.

Questo secondo percorso potrà essere programmato, per le tematiche affini, in stretta collaborazione con la Scuola Diocesana di Formazione Sociale e Politica e il Centro di Iniziativa Culturale, già operanti all’interno dell’ IVS.

Questi sono i due percorsi formativi. Ma l’IVS rimarrebbe un corpo estraneo alla vita delle nostre comunità se queste non si sentissero impegnate ad essere presenti nella vita dell’Istituto. In che modo? La consapevolezza dell’importanza della proposta formativa deve condurre alla conclusione di invitare membri della propria comunità a partecipare ai corsi, ad usufruire delle proposte formative. Direi che i giovani che già vivono un’esperienza di fede sono destinatari privilegiati.

È una sfida quella lanciata dall’IVS che non va elusa; è una possibilità che non può essere lasciata cadere; è una proposta che certamente potrà sempre essere migliorata, ma non può essere disattesa.

3,3. Il terzo strumento di cui la nostra Chiesa dispone per aiutarci a compiere la scelta pastorale fondamentale è il Centro diocesano di formazione per la Nuova Evangelizzazione con sede a Villa S. Giacomo.

È un "Centro", dunque, che si pone in stretto rapporto e interagisce con l’IVS, perché ne raccoglie "le fondamentali linee orientative" e, sotto la diretta responsabilità del Vescovo, le applica negli ambiti formativi della pastorale ordinaria.

Villa S. Giacomo, infatti, oltre a continuare, per quanto possibile, la sua attività istituzionale di Collegio Universitario, intende porsi come luogo di formazione spirituale e pastorale in diretto collegamento con le Strutture pastorali dell’Arcidiocesi e in risposta alle domande delle parrocchie e delle altre aggregazioni ecclesiali, riguardanti incontri, corsi, ritiri, esercizi spirituali e presa di coscienza dell’itinerario pastorale della Chiesa bolognese.

Questo "Centro" avrà un suo Direttore che, coadiuvato da una Segreteria, coordinerà le varie attività formative secondo le esigenze di una pastorale organica diocesana, attenta alle "cose nuove" che emergono nella società e alle istanze, sempre più stringenti, della "pastorale d’insieme".

La Direzioni logistica e amministrativa è affidata al Presidente della Fondazione "Cardinale Giacomo Lercaro" che già ha dimostrato la sua larga disponibilità nel sostegno all’IVS, di cui Villa S. Giacomo è parte integrante.

La Chiesa di Bologna ha bisogno di questo "Centro" anche per liberare il Seminario da tante attività non rispondenti alle sue finalità istituzionali: formazione dei futuri sacerdoti, incontri sacerdotali, iniziative vocazionali, attività dell’ISSR.

L’attività del "Centro Diocesano di formazione per la Nuova Evangelizzazione" inizierà con gradualità nel corso di questo anno pastorale, dando concretezza ad una decisione largamente condivisa, soprattutto dalla Conferenza dei Vicari pastorali.

Esistono altri luoghi della nostra Diocesi particolarmente adatti per piccoli gruppi a giornate di silenzio e di preghiera. Ovviamente essi mantengono la loro funzione; è bene che esistano; ringraziamo il Signore per la loro esistenza.

3,4.Il quarto fondamentale strumento di cui la nostra Chiesa è dotata sono i mass-media.

Non mi fermerò a lungo su questo punto, non perché non sia importante, ma perché esige una competenza che non possiedo. Mi limito a poche osservazioni.

La nostra comunità cristiana è dotata di tutti i fondamentali mezzi di comunicazione sociale: il giornale, la radio, la televisione e il servizio informatico, ma tutti richiedono un ulteriore impegno per il loro consolidamento amministrativo e per la loro maggiore efficacia informativa.

Il settimanale "Avvenire – Bologna Sette" è in via di un consistente rinnovamento che, a partire dal prossimo gennaio, gli consente non solo di assorbire totalmente il ruolo di "Insieme Notizie", ma di rispondere con maggiore puntualità al suo compito di referente diocesano per lo sviluppo armonico della comunicazione diocesana e nazionale, a servizio dell’evangelizzazione.

Domani, gli stessi dirigenti di "Avvenire" ci illustreranno il progetto di rinnovamento di "Bologna Sette", che prevede il passaggio da sei a otto pagine e una nuova veste tipografica, in sintonia con le pagine nazionali. Verrà presentato un numero zero per stimolare eventuali osservazioni e contributi, in vista di un maggior coinvolgimento delle comunità cristiane.

In particolare, saremo invitati ad attivare anche nella nostra Arcidiocesi le figure degli "animatori" parrocchiali e vicariali, previsti dal Direttorio sulle comunicazioni sociali della CEI e concretamente coordinati dal progetto "Portaparola" di "Avvenire", espressione del Progetto Culturale della Chiesa Italiana.

Comunque, "Bologna Sette" ha bisogno di un forte sostegno. Chiedo a tutti i Sacerdoti di sentirsi parte in causa nell’opera di diffusione di "Avvenire", attraverso l’incremento degli abbonamenti, il modo più concreto per assicurare questo servizio.

La radio [Radio Nettuno] è uno strumento che la nostra Chiesa in questi anni, con notevole sacrificio, è riuscita ad acquisire e a inserire nella società "Intermirifica s.r.l.", di cui conserva la responsabilità decisionale primaria. Attualmente è in corso una più stretta collaborazione con la società che gestisce la rete televisiva "èTV", con l’obiettivo si un consolidamento amministrativo finalizzato alla copertura dei costi, ma soprattutto con lo scopo di dotare, in modo stabile, la Chiesa bolognese di un polo radiotelevisivo non ricco, ma sufficiente ad assicurare alcuni momenti importanti in ordine all’inculturazione della fede.

Grazie a questo impegno, oggi, la Chiesa di Bologna, già presente con il Settimanale "Bologna Sette", è attiva nel circuito comunicativo locale con un settimanale radiofonico domenicale ["Attualità religiosa"] e, ogni giovedì, con un Settimanale televisivo ["Dodici porte"] e una rubrica di approfondimento tematico ["Dedalus"]. Inoltre è in grado di trasmettere in diretta radiotelevisiva gli avvenimenti più importanti della vita diocesana.

Anche il servizio informatico ha raggiunto livelli qualitativi soddisfacenti. Oltre all’informatizzazione degli Uffici della Curia Arcivescovile e al sito Internet della Chiesa di Bologna, è in via di perfezionamento il sistema di posta elettronica, che può assicurare un collegamento più diretto e immediato tra il Centro Diocesi, le parrocchie e le varie aggregazioni ecclesiali.

Di fronte a questa "offerta" di strumenti della comunicazione, che oggi – tutto sommato – possiamo giudicare soddisfacente, le comunità cristiane dovranno non solo coltivare il dovere di sostenerli, ma anche imparare ad usarli: cioè ad avvalersene per le necessità pastorali e a interagire con essi.


Capitolo quarto
"Ecclesia de Eucharistia": la Sorgente della Pastorale

Il S. Padre ha proclamato il prossimo anno "Anno eucaristico" per tutta la Chiesa cattolica; nel prossimo mese di maggio sarà celebrato il Congresso eucaristico nazionale; nell’anno 2007, a Dio piacendo, celebreremo il nostro Congresso eucaristico diocesano. Tre segni che indicano la stessa direzione: quale?

Poc’anzi vi ho detto che la nostra scelta pastorale può essere nutrita, anzi può semplicemente realizzarsi solo se si radica in una grande passione per il destino dell’uomo, in una chiarissima percezione della dignità, della preziosità di ogni persona umana.

La più grande passione umana per il destino dell’uomo dimora nel cuore del Verbo incarnato sulla Croce: l’apertura del suo costato ne è il segno inequivocabile. Mai l’uomo, ciascuno di noi, è stato percepito nella sua dignità, mai la preziosità della persona umana, di ciascuno di noi, è stata affermata come lo fu da Cristo sulla Croce. Il mistero della Croce rivela il mistero dell’uomo: quale valore deve avere l’uomo agli occhi del Padre se come esclama stupita la Chiesa nella notte pasquale, "per liberare lo schiavo hai consegnato alla morte il Figlio"? La Croce è la perenne, indistruttibile testimonianza del valore di ogni persona umana: "mi ha amato e ha dato Sé stesso per me".

Come possiamo partecipare della passione del Crocifisso per il destino dell’uomo? Come possiamo anche noi vedere la dignità dell’uomo come la vide il Crocefisso? Non c’è che una via: la celebrazione del "sacramentum passionis Christi" e la partecipazione ad esso.

Nella luce splendente dell’Eucarestia comprendiamo finalmente l’intera verità della scelta pastorale dei prossimi anni. Essa si colloca, si radica dentro all’atto redentivo di Cristo "Redemptor hominis": è l’espressione che nella nostra Chiesa assume l’amore redentivo di Cristo verso l’uomo, eucaristicamente sempre presente nella Chiesa. Che cosa significa "redenzione dell’uomo"? significa che l’uomo è ri-generato nella sua umanità secondo l’originario disegno del Padre.

È una declinazione fortemente antropocentrica che intendiamo dare alla nostra cura pastorale, ma dell’antropocentrismo che è proprio della visione cristiana della realtà: l’antropocentrico voluto al Padre. "Cur Deus factus est homo", si chiede sempre la Chiesa; e la risposta è: "ut homo fieret Deus".

Questa declinazione è l’altra "faccia" del cristocentrismo: sono come il concavo e il convesso. La Chiesa fondata dal Verbum-caro, e nella Chiesa in primo luogo i pastori, non può servire nessun altro se non colui per il quale Dio si è fatto uomo ed è morto sulla croce. Non ha nulla in comune con l’antropocentrismo proposto da vasti settori della modernità.

E non può non essere la nostra scelta pastorale quindi una scelta eucaristicocentrica, poiché il mistero della Redenzione che è strettamene legato alla vita, morte e risurrezione del Verbo fatto carne, è il mistero centrale della nostra fede. E quindi il mistero eucaristico racchiude in sé tutto ciò che la Chiesa è e ha.

Forse per chi non ha occhi semplici capaci di guardare oltre le apparenze, è impossibile cogliere la "forma" cristiana del nostro avvicinarsi all’uomo per rigenerarlo in Cristo: per tanti aspetti sembra assolutamente uguale a tante forme di volontariato. Quale è la nostra "forma"? quella eucaristica. Solo essa infatti ci fa vedere l’uomo nella sua verità, misurare il dramma fondamentale dell’uomo: il dramma di possedere una libertà che senza Cristo non è più capace di affermare colla sua scelta quella verità di se stesso che l’uomo ha conosciuto colla sua ragione.

Quando allora inizieremo il nostro cammino verso il Congresso eucaristico diocesano, non si sta cambiando rotta pastorale: ci educhiamo tutti a prendere coscienza della vera direzione della rotta stessa, della sua anima.

"Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me?" [Mt 26,40]. È il rimprovero che Gesù rivolge agli apostoli nel Getsemani. I primi pastori della Chiesa non vegliano con Cristo, col Cristo che entra nella sua passione per l’uomo: hanno lasciato Cristo solo.

La riflessione che stiamo facendo in questi giorni, questa Nota pastorale vuole impedire a ciascuno di noi di lasciare Cristo solo nella sua passione per la redenzione dell’uomo; ciascuno di noi è invitato a partecipare alla passione di Cristo, come fece poi Pietro a cui il rimprovero è specificamente rivolto e come fece Paolo [cfr. Col 1,24].

"Alzatevi ed andiamo", esorta Cristo. Andiamo a vivere eucaristicamente la passione di Cristo per l’uomo, per la reintegrazione della sua dignità.

La presente Nota è stata pensata e scritta principalmente per i pastori d’anime, i sacerdoti.

Non dico nulla in questa Nota sulla pastorale universitaria, sulla quale è urgente e necessario elaborare una riflessione approfondita che sarà fatta in seguito.