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Comitato "Cardinale Carlo Caffarra"


Relazione al convegno di etica medica «Persona umana e medicina oggi»
«Morale personale»
Bari, 4 maggio 1985

 

 

Nello studioso di etica la formulazione del tema «Morale personale» genera la stessa impressione di quella che si produrrebbe in ciascuno di noi se parlando di triangoli aggiungessimo sempre “con tre lati”. Infatti, esiste forse un triangolo che non sia di tre lati? Infatti, esiste una moralità che non sia personale? Tuttavia la necessità di qualificare con questo aggettivo “personale” il sostantivo “morale” è indice della perdita nella coscienza di molti uomini di oggi di un’evidenza naturale: quella del rapporto persona-morale.

Ma quando cade una evidenza naturale ci troviamo di fronte a fatti spirituali di enorme importanza per il destino dell’uomo. Fatti che costringono ad una seria e approfondita meditazione filosofica e teologica. Non mi ritengo capace di fare questa approfondita meditazione filosofica e teologica. Il mio contributo si limiterà a rispondere a due semplici domande: perché l’uomo di oggi non vede più come connessione evidente la connessione fra persona e morale, al punto tale da sentire il bisogno di parlare di una morale personale?

Seconda domanda: come possiamo aiutare l’uomo di oggi a ricostruire questa naturale intuizione della necessaria connessione tra la persona e la morale?

Ho voluto dare questo ordine alla mia relazione anche perché mi è sembrato in questo modo di seguire un procedimento che ai molti medici qui presenti è abituale; in fondo si fa una diagnosi (la mia prima domanda) e si progetta poi una terapia (la mia seconda domanda).

Prima domanda dunque: perché è caduta questa evidenza?

Sottolineare il carattere personale della morale ha o può avere un duplice significato: il primo di contestare la riduzione dell’agire della persona umana a puro e semplice effetto di condizionamenti interni psichici e o esterni sociali, riduzione che è pagata all’alto, altissimo costo di una totale deresponsabilizzazione della persona umana medesima.

Ma sottolineare il carattere personale della morale ha anche il secondo e non meno importante significato di richiamare la attenzione e la riflessione dell’uomo all’esperienza essenzialmente umana che ciascuno ha di se stesso come soggetto responsabile dei propri atti. Esperienza alla cui analisi è dedicata la fondamentale opera filosofica dell’allora filosofo Karol Wojtyla ed ora Papa Giovanni Paolo II. Pertanto la caduta di quella originaria evidenza di cui ho parlato nella introduzione ci appare già come il segno di una esteriorizzazione, di una estraniazione da se stesso, di un abbandono da parte dell’uomo della patria, della propria verità, verso l’esilio, in una regione della non-verità. La ricerca allora delle cause per cui l’uomo non percepisce più il carattere personale del proprio agire ci introduce nel groviglio più profondo della crisi dell’uomo contemporaneo che è crisi di verità, che è crisi di libertà, che è crisi del rapporto tra la verità e la libertà.

Vorrei dare principio a questa mia semplice ricerca diagnostica partendo da una pagina platonica desunta dal Critone. Parla Socrate: “E allora , o carissimo, non dobbiamo darci affatto pensiero di quello che dicono i più, ma solo di quello che dice colui che si intende delle cose giuste e di quelle ingiuste. E questi è uno solo ed è la stessa verità. Cosicché principalmente in questo non segui una via giusta proponendo di curarci del parere della gente, per ciò che concerne le cose giuste, belle e buone e quelle a queste contrarie. Ma — uno potrebbe dire — la gente è capace di mandarci anche alla morte”. Risponde Critone: “Chiaro, anche questo, così si potrebbe dire, o Socrate, dici il vero”. Socrate: “Ma, o mirabile uomo, il ragionamento che ora abbiamo fatto a me sembra che sia identico a quello di prima, e allora prova a considerare di nuovo se anche questo rimane ancora fermo per noi o no che cioè non il vivere è da tenere in massimo conto ma il vivere con giustizia”.

Da questa pagina viene messa in primo luogo a tema il contrasto fra la verità su ciò che è bene e male e quello che dicono i più, un contrasto che spesso giunge fino alla eliminazione dell’uomo giusto. Nel libro II della Repubblica, Platone con una singolare profezia dirà che giungerà fino alla crocifissione dell’uomo giusto. Troviamo qui, credo, la prima radice di quella estraniazione dell’uomo da se stesso e la sua conseguente deresponsabilizzazione, cioè la elevazione del consenso sociale maggioritario a criterio di verità sul bene e sul male, “criterio di verità” cioè ciò in base a cui ciascuno di noi può discernere ciò che è realmente bene da ciò che è realmente male. E questo criterio sarebbe quello che dicono i più. È abbastanza facile l’intima contraddittorietà di questo assunto; infatti in base a che cosa si afferma che è giusto-ingiusto quello che i più dicono che è giusto-ingiusto? Delle due l’una: o perché così si è consentito o perché la verità sul bene e sul male è di tale natura da essere senz’altro riconoscibile solo attraverso la numerazione delle varie opinioni a riguardo, risultando vincente quella numericamente maggioritaria. Ma nel primo caso si cade in un’evidente postulazione di principio: si consente che sia il consenso a decidere ciò che è bene e ciò che è male. Evidente postulazione di principio, cadendo nel puro irrazionalismo secondo l’espressione del poeta latino “stat pro ratione voluntas”.

Nel secondo caso si riconosce già un riferimento che sta prima del consenso maggioritario stesso: la particolare natura della verità sul bene e sul male che appunto è tale da essere riconosciuta solo in questo modo, mediante il conteggio delle opinioni. Prescindendo per ora dal discutere se la verità etica è così fatta, resta in ogni caso l’implicita ammissione di un “così stanno le cose”; ammissione che già nega la elevazione del consenso maggioritario a criterio etico. Ma non voglio ridurmi a questa semplice osservazione di carattere logico, già di decisiva importanza, poiché credo che il primo dovere dell’uomo sia quello di usare bene della sua ragione, di non commettere errori di logica. Ma non è tanto questo il punto su cui voglio fermarmi. Riprendendo la riflessione, dobbiamo allora chiederci: ma è vero che la verità sul bene e sul male ci è svelata da quello che dicono i più? Se questo è vero, parlare di una morale personale avrebbe solo un significato: far prendere un po’ di aria ai nostri denti, cioè non ne avrebbe più nessuno.

Infatti, i nemici di Socrate non furono solo i sofisti che, per usare una stolta classificazione di uso oggi corrente, potevano considerarsi i progressisti, furono anche le autorità di Atene, come voi ben sapete, i conservatori. Conservatori e progressisti si accomunano sempre lungo la storia nell’emarginare chi si appella ad una verità etica sulla base di un criterio veritativo che non sia quello che pensano i più, cioè chi si appella ad una responsabilità morale personale. Il problema allora è questo: ma quale è la verità etica? Che cosa è la verità sul bene e sul male? In base a quale criterio discernere il vero bene da quello che è solo apparentemente bene per l’uomo? Ritengo che una delle acquisizioni più importanti e, in un certo senso definitivamente guadagnate da una seria metafisica della conoscenza umana, sia la distinzione aristotelica fra ragione speculativa e ragione pratica.

Non voglio, ovviamente, fermarmi su questo punto, ma il richiamo mi serve solo per dire che il proprium di una verità etica, di una verità che riguarda il bene, il male, il giusto, l’ingiusto, è che questa verità è una verità pratica; una verità, cioè, che si presenta come esigitiva, come esigente in maniera incondizionata, assoluta, il consenso della nostra libertà. La verità etica è una verità che, per sua intima struttura stessa, fa appello alla libertà della persona, all’impegno della persona poiché è una verità che deve essere fatta, oppure non deve essere fatta dal momento che essa mi rivela ciò che è il male dell’uomo.

Allora voi vedrete che si ha qui, nella conoscenza etica, un incrocio, se così possiamo dire, della oggettività propria del conoscere vero e della soggettività. Questo incrocio si ha nella ricerca, nella scoperta della verità sul bene e sul male; incrocio che è particolarmente forte, particolarmente profondo in questo contesto. In questa prospettiva Kierkegaard aveva ragione di dire “la verità è la soggettività”. Su questo punto vorrei fermarmi un momento. Molti di voi, in quanto medici, biologi, sono destinati alla ricerca, alla scoperta, alla verifica di proposizioni scientifiche, intendendo qui scientifiche nel senso in cui oggi comunemente si intende. Questa ricerca scientifica si caratterizza, voi me lo insegnate, in primo luogo dalla messa fra parentesi, si dice, durante lo svolgimento della ricerca, di ciò che è proprio del soggetto ricercatore. La verità scientifica, in questo senso, possiede una sua specifica oggettività. Alla fine, una volta scoperta la verità scientifica, finisce con l’essere indifferente chi l’ha scoperta. In fondo si dà la possibilità di una permanente sostituibilità fra i ricercatori, supposte ovviamente certe condizioni. Tuttavia anche in questo caso, sul quale non voglio attirare molto la vostra attenzione perché lo vivete e lo conoscete meglio di me, anche in questo caso la ricerca e la scoperta della verità comporta un impegno del soggetto, l’impegno a non elaborare o ad abbandonare ipotesi che non siano suffragate da verifiche sperimentali, anche se queste ipotesi potrebbero piacere di più, ecc., ecc.

Dunque, anche nel caso di quella ricerca razionale nella quale ciò che ho chiamato l’incrociarsi dell’oggettività con la soggettività sembra essere il meno intenso, questo stesso incrociarsi si verifica. Ma se ora passiamo nel campo della ricerca e della individuazione della verità etica, l’impegno del soggetto in questa ricerca, in questa individuazione, diviene estrema. La eliminazione di questo impegno significa il precludersi la possibilità stessa di avere una qualche conoscenza etica. Infatti, come ho già detto, la verità etica è una verità pratica, la verità etica è una verità che esige una risposta della libertà e, come vedremo tra poco, non sopporta la neutralità. Allora voi comprendete che in questa ricerca è tutto l’uomo che è impegnato, non solo la sua ragionevolezza. Insomma, nel Vangelo di Giovanni si dice: “E la luce venne, ma gli uomini preferirono le tenebre alla luce perché le loro opere erano cattive”. Voi qui vedete chiaramente espresso ciò che stiamo dicendo, l’impossibilita’ di giungere alla luce, conoscenza della verità sul bene e sul male, dovuta non ad un cattivo funzionamento della facoltà razionale, ma ad una disonestà del cuore. Se noi affermassimo, come Critone nel dialogo socratico, che la verità sul bene e sul male può essere scoperta attraverso il ricorso al criterio del “quello che pensano i più”, allora 

1) per ciò stesso la passione per la verità è semplicemente distrutta;

2) distrutta la passione per la verità è inesorabilmente precluso all’uomo di raggiungere la verità stessa dell’etica;

3) dunque, la elevazione del criterio di verità etica del consenso sociale maggioritario è la prima causa della distruzione, della caduta di quella evidenza naturale di cui ho parlato all’inizio o, che è lo stesso, la prima e fondamentale causa della distruzione dell’etica come tale.

Ma, ci possiamo chiedere ulteriormente, continuando nella nostra semplice diagnosi di questa malattia spirituale, il ricorso a questo criterio, quello cioè del “quello che pensano i più”, è stato motivato. Ad esso si è data una giustificazione. Si è detto: “La verità scientifica unisce, mentre la verità etica, ed ancor più la verità religiosa, divide gli uomini”.

(Sarei tentato di aprire una lunga parentesi, se il tempo me lo consentisse, sulla “retorica o sofistica della riconciliazione”, poiché è retorica questo interminabile discorrere sulla riconciliazione, se non si pone chiaramente il discorso sulla verità. Quale riconciliazione è possibile se non ci si riconcilia nella verità? Ma qualche volta le tentazioni riesco a superarle, come in questo caso, e quindi chiudo la parentesi).

Dunque, si dice, l’etica divide, perciò elaboriamo un criterio di conoscenza etica che non divida.

Dunque, è eticamente bene ciò che la maggioranza di un dato gruppo sociale dice che è bene e male ciò che dice che è male. E qui noi scopriamo la seconda ed ancora più grave e profonda causa della deresponsabilizzazione o, che è lo stesso, la più profonda causa del non vedere più la connessione inscindibile fra persona e atto della persona e quindi fra persona e morale.

L’etica rappresenta il caso serio della vita, è il caso serio della vita.

Che cosa significa “è il caso serio”. Significa che, nel momento in cui l’uomo vive quella singolare esperienza umana che è l’etica, egli si trova di fronte ad una esigenza che non ammette neutralità, poiché la neutralità, di fronte a questa esigenza, è già presa di posizione.

C’è stato uno che ha cercato di affrontare il caso serio dell’etica con la scelta della neutralità, un personaggio passato alla storia. Questo personaggio si chiama Pilato. Egli non disse: “Cristo è innocente, questo è un uomo giusto e quindi non lo devo condannare, come magistrato”. Egli non disse neanche: “Questo è un uomo giusto però, per ragioni politiche, per la ragione di Stato, lo condanno”; semplicemente si lavò le mani. Ma voi sapete che, in realtà, quel lavarsi le mani volle dire condannare il giusto. Il caso serio, dunque, che è l’etica, è il caso di un incondizionato che esige una risposta, che non ammette la neutralità. Il caso serio dell’etica è il caso nel quale l’uomo è chiamato a decidere del suo destino eterno, senza possibilità di uscite di sicurezza da questa necessità. Allora, se questo è l’etica, comprendiamo il perché, la seconda ragione, della deresponsabilizzazione: si vuole sfuggire a questa serietà e si leva a criterio dell’agire umano, non il criterio del bene-male, del giusto-ingiusto, ma il criterio dell’utile, di ciò che è utile e di ciò che è inutile, di ciò che è piacevole e di ciò he non è piacevole. Espresso dai più.

Abbiamo, pertanto, individuato due cause di questa perdita di una evidenza originaria nel rapporto fra morale e persona; l’aver elevato a criterio il consenso sociale maggioritario; l’aver elevato a criterio dell’agire umano quello della utilità. Questi due, forse, ci portano alla causa più profonda di tutte e cioè l’oscurarsi nell’uomo di quell’occhio interiore che lo rende capace di sapere la verità su se stesso, riducendo l’uomo a niente altro che o all’insieme dei suoi rapporti sociali o all’insieme di forze biologiche unanime ed impersonali.

Se questo, allora, è l’uomo, non ha più senso parlare di un bene e di un male, di ciò che è utile, di ciò che è piacevole e quindi alla fine il problema diventa quello di trovare un modus vivendi o convivendi tale che non ci si faccia più male del necessario.

Nei pochi minuti che mi restano vorrei tentare, molto brevemente, la risposta alla seconda domanda: come ricostruire questa evidenza o, che è lo stesso, come ricostruire la responsabilità etica nell’uomo di oggi? A me sembra di poter individuare, nella cultura di oggi, al riguardo, due proposte pedagogiche; c’è una pedagogia che io sono solito chiamare della produzione del consenso e una pedagogia, che io sono solito chiamare, ma avendo alle mie spalle due grandi maestri del pensiero cristiano, sant’Agostino e san Tommaso, la pedagogia del maestro interiore.

Ora, la mia tesi è: fino a quando non distruggeremo la prima pedagogia, noi non faremo mai delle persone, dei soggetti veramente responsabili.

Che cosa intendo per pedagogia della produzione del consenso. La qualifico con le seguenti proposizioni:

a) in ordine al consenso di una persona su ciò che si dice, è assolutamente indifferente che si dica il vero o che si dica il falso; il problema della verità di ciò che si dice non ha nessuna importanza in ordine all’avere il consenso di chi ci ascolta. Ciò che è importante è il modo col quale noi presentiamo ciò che diciamo;

b) mediante questa pedagogia l’uomo non viene, ovviamente, liberato ma viene reso schiavo di tutto un sistema produttivo del consenso che propone la schiavitù, appunto, delle intelligenze delle persone in ordine al raggiungimento di determinati obiettivi.

La pedagogia, invece, del maestro interiore si qualifica con le seguenti, contraddittorie alle prime, proposizioni. Primo: è la verità che deve essere detta all’uomo. E questa verità è scritta già nel cuore dell’uomo, la legge naturale, per cui (ed è la seconda posizione) il compito è quello di riportare l’uomo ad ascoltare se stesso, il maestro interiore. Riportare l’uomo, cioè a prendere coscienza della verità che abita in lui, che è lui stesso. Mentre la pedagogia della produzione del consenso mette in atto tutto un processo di esteriorizzazione, impedendo in tutti i modi di entrare in se stesso, la pedagogia del maestro interiore mette in atto tutto un processo di interiorizzazione dell’uomo.

Questo era il primo orientamento. Il secondo mi sembra pure assai importante, e consiste nel recuperare il senso dell’etica come il “caso serio”.

L’etica vale non fino ad un certo punto. Il proprium dell’etica è che non è “sino ad un certo punto”.

Il terzo orientamento. Il compito che ciascuno di noi ha secondo le proprie responsabilità è quello di aiutare l’uomo a convertirsi all’uomo come primo e necessario passo per giungere alla verità stessa, cioè a Dio medesimo. Appunto come scriveva sant’Agostino “non fuori di te abita la verità, ma dentro di te”, “entrare nell’uomo” per trascendere l’uomo e giungere fino a Dio medesimo.

La conclusione mi piace ancora dedurla da un brano dello stesso dialogo platonico che ho già citato: “Critone, bada che accettando questo che ti sto dicendo, non ti avvenga di acconsentire troppo presto. Infatti, so che pochi soltanto sono e saranno di questo avviso. Ora tra quelli che hanno questa convinzione [cioè il caso serio dell’etica] e quelli che non l’hanno non è possibile che vi sia alcuna deliberazione comune [oggi diremmo riconciliazione]. È inevitabile che costoro si disprezzino a vicenda osservando gli uni le decisioni degli altri: pochi saranno quelli che hanno questa convinzione”.

Ma, nonostante questo, l’etica resta il “caso serio” poiché, in fondo, l’etica dice la verità dell’uomo, la verità decisiva per il suo destino eterno.