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All'origine della pretesa cristiana
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Auditorium di Milano
4 dicembre 2001

Alcune settimane orsono uno dei miei parroci mi chiese: "che cosa oggi è più importante, quale è la prima esigenza cui attendere?". Ho risposto: "Rimettere Gesù Cristo al suo posto". Leggendo, o meglio rileggendo il libro di L.Giussani, All’origine della pretesa cristiana, ho trovato la conferma della mia risposta. Il problema delle comunità cristiane, e quindi delle società civili occidentali è e rimane Gesù Cristo.

Se non vado errato il libro indica la strada adeguata, il metodo [parola molto cara al genio educativo di don Giussani] che la persona umana deve seguire se vuole incontrare Gesù Cristo, e le ragioni per cui l’uomo può e deve intraprendere questa via. In sintesi: "le modalità secondo le quali si può aderire coscientemente e ragionevolmente al cristianesimo" [pag. VI].

Esiste tuttavia una questione preliminare, una questione che vedo oggi sempre più incombente e spiritualmente devastante. Espressa in termini brutali: e perché dovrei intraprendere questa strada? Chi me lo fa fare? Non la ragionevolezza del credere, ma la ragionevolezza di compiere l’atto dello stesso interrogarsi sulla ragionevolezza del credere. L’insidia, già descritta da Leopardi, di rifiutarsi alla propria umanità, di abdicare a se stesso: "O greggia mia che posi, oh te beata / Che la miseria tua, credo, non sai! / Quanta invidia ti porto!" [Canto notturno di un pastore errante dell’Asia]. Il libro non ignora questa sfida o provocazione; anzi in qualche modo inizia da essa. Anch’io vorrei dunque presentare le mie riflessioni iniziando da questa condizione spirituale, per passare poi ad alcune considerazioni su quello che ho sinteticamente chiamato il metodo, la via per incontrare Gesù Cristo e concludere con alcune riflessioni sulla situazione contemporanea vista alla luce di queste pagine.

1. [La questione preliminare]. Pascal scrive profondamente che gli uomini si possono dividere in tre classi: uomini che cercano e trovano, uomini che cercano e non trovano, uomini che né cercano né trovano. I primi sono ragionevoli e felici, i secondi sono ragionevoli ma infelici, i terzi non sono né ragionevoli né felici. A quali di queste tre categorie appartiene l’uomo occidentale di oggi? Mi sembra alla terza: né cerca né trova; irragionevole ed infelice. Un uomo che si accontenta di navigare a vista, di ridursi dentro la misura del provvisorio. Nega alla propria ragione ogni audacia nell’andare oltre il "frammento" per cogliere il senso dell’intero; nega alla propria libertà ogni audacia nella scelta di un definitivo che dia pienezza di gusto ad ogni provvisorio. La debolezza del pensare genera sempre una debolezza nella libertà, capace ormai solo o di omologazione o di ribellione. Ma sia chi si omologa sia chi si ribella è uno schiavo; l’uomo libero né si omologa né si ribella. Irragionevole ed infelice.

Che cosa è veramente accaduto dentro a questa nostra cultura occidentale? L’uomo ha perduto se stesso: questo non era mai accaduto, e mai come oggi le parole di Gesù risuonano nella loro bruciante verità: "che cosa vale per l’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde se stesso?". Ma in che cosa consiste questa perdita di se stesso da parte dell’uomo?

Siamo costitutivamente orientati alla Verità, alla Bontà, alla Bellezza: siamo costruiti per il Vero, il Bene, il Bello. E’ questa la nostra dignità incomparabile! E’ questo che significa essere persona! In forza di questo orientamento, infatti, ciascuno di noi emerge, sporge per così dire su ogni realtà che incontra. E’ capace di prendere le distanze, di giudicarla. Pone cioè se stesso come soggetto libero, capace non solo di re-agire alle varie situazione in cui viene a trovarsi (anche gli animali e perfino le piante re-agiscono!), ma è capace di agire. E’ questa la libertà: questa capacità di compiere azioni di cui ciascuno di noi è causa e quindi responsabile; questa capacità che dà il diritto di dire "io" con tutta la forza possibile. La persona è passata all’atto: è persona in atto.

Ma se noi, per così dire, accorciamo la misura del nostro desiderio di Verità, di Bontà, di Bellezza costringendolo dentro all’orizzonte delle varie realtà che incontriamo, noi restiamo come rinchiusi dentro alla loro finitezza. E’ come se uno prendesse una barca, scendesse in mare e cominciasse a navigare senza avere nessuna meta prevista e voluta: appena si stancherà di remare, non gli resterà che lasciarsi trascinare dalle onde, dal momento che "siamo imbarcati" (B. Pascal, Pensieri 451; Rusconi libri, Milano 1993, pag. 248). La nostra persona, occupata dalla dittatura degli stimoli, perderà la sua libertà: e con la libertà perderà se stessa. Quando una persona ha rinunciato al suo legame con Vero, col Bene, col Bello, ha rinunciato all’unica difesa valida contro la sostituzione della Verità coll’opinione della maggioranza, contro la riduzione della Bontà all’utilità dei potenti, contro la confusione della Bellezza col piacere.

Un grande credente, che visse quando questa tragica perdita di se stesso da parte dell’uomo era ancora agli inizi, descrive così la condizione umana: "Noi vaghiamo in uno spazio ampio, sempre incerti e sballottati, sospinti da un’estremità all’altra. Qualunque termine a cui pensiamo di legarci e di fermarci, oscilla e ci lascia andare; e se lo seguiamo, sfugge alla nostra presa e fugge in una eterna fuga. Nulla si ferma per noi. E’ la nostra condizione naturale, e tuttavia la cosa più contraria alla nostra inclinazione; noi bruciamo dal desiderio di trovare un assetto stabile … ma ogni nostro fondamento scricchiola e la terra si apre sino agli abissi" (B. Pascal, op. cit. pag. 69 [trad. A. Bausola]).

Certamente, il possesso di tante cose può dare l’illusione di esistere ancora: in realtà la persona è morta! Gesù non ci ha forse detto che dobbiamo temere non tanto la morte del corpo, ma quella dell’anima? (cfr. Mt 10,28).

E’ questa la tragedia che oggi è capitata a tante persone: la perdita di se stessi. E’ avvenuto nel cuore di tanti come una sorta di "collasso spirituale": la tensione della ragione e della volontà è caduta a picco.

La ragione ha subito un collasso di tensione, perché ha rinunciato a cercare una risposta ultima e definitiva alle domande sul significato della vita. La volontà ha subito un collasso di tensione, perché si è tolta ogni capacità di tendere ad un Bene che valga in sé e per sé.

Lo scacco che il giovane Agostino ha subito nel suo desiderio di vivere la bontà e la bellezza di una vera amicizia, a causa della morte dell’amico, non lo ha chiuso in se stesso (Cfr. Confessioni IV, 9). Egli ha capito quale era la vera domanda circa l’uomo (magna quaestio!): da chi/da che cosa dipendo? a chi/a che cosa appartengo? il mio esserci è dovuto al fortuito incrociarsi di un gioco di probabilità, di cui non so chi ha stabilito le regole?

Il desiderio illimitato di Verità, di Bontà, di Bellezza, in una parola di Vita, che abita nel cuore di ciascuno di noi, è il "segnale stradale" che ci indica la direzione della ricerca del Mistero da cui dipendiamo ed a cui apparteniamo. È come il monte Nebo dal quale Mosè ha potuto vedere la terra promessa (cfr. Eb 11,13-16).

La riflessione di don Giussani inizia precisamente da questa domanda: "Nell’affrontare il tema dell’ipotesi di una rivelazione e della rivelazione cristiana, nulla è più importante della domanda sulla reale situazione dell’uomo. Non sarebbe possibile rendersi conto pienamente di che cosa voglia dire Gesù Cristo se prima non ci si rendesse ben conto della natura di quel dinamismo che rende uomo l’uomo:… Senza questa coscienza anche quello di Gesù Cristo diviene un puro nome" [pag. 3]. Chi abdica a cercare Gesù Cristo, ha già abdicato in buona parte a se stesso. In una pagina teoreticamente tra le più ardite del pensiero cristiano, Tommaso radica la necessità per l’uomo di vedere Dio nella ragionevolezza dell’uomo stesso, e reciprocamente è il desiderio stesso che definisce la ragione umana ad avere la tensione verso la visione di Dio [cfr. 1,2.q.3,a.8]. Il rifiuto di porre semplicemente la domanda su Cristo può nascere solo dal precedente rifiuto di "andare fino in fondo" alla realtà: dal rifiuto di fare un uso spregiudicato della propria ragione. Semplicemente dal rifiuto di essere ragionevoli.

L’insistenza sull’"evidenza della ragionevolezza con cui ci si attacca a Gesù Cristo" [pag. VI], che caratterizza il carisma di don Giussani, è la risposta adeguata alla più grande malattia dell’uomo occidentale: il rifiuto di ragionare.

2. [Il metodo e l’incontro]. Ho letto il libro in questa prospettiva, ponendomi da questo punto di vista. Sono sempre più convinto che esso dia l’unica risposta adeguata perché vera. Il libro mi ha fatto continuamente ricordare una pagina del Vangelo di Luca [24, 13-35]: l’incontro di Cristo coi discepoli di Emmaus.

I due uomini sanno ciò che Gesù Nazareno ha detto e ha fatto: ne conoscono perfettamente vita, opere e discorsi. Anzi si meravigliano che ci possa essere qualcuno che non abbia questa conoscenza. Tuttavia questi uomini hanno "il volto triste" e sono senza speranza: esiste una conoscenza dell’opera e della dottrina di Cristo che lascia l’uomo prigioniero della sua tristezza e privo di speranza. La tristezza, dice colla sua solita profonda semplicità, S. Tommaso, è l’attesa di un bene assente. La speranza è la tensione verso un bene futuro ritenuto raggiungibile. La scomparsa della speranza genera sempre la tristezza: ed essi sapevano che cosa Gesù aveva fatto e detto.

Non passa neppure per la loro mente l’idea che comunque Cristo aveva lanciato un messaggio che valeva la pena di proseguire; aveva dato un esempio che dovevano loro, i suoi amici, imitare e tenerne così viva la memoria. Essi non avevano bisogno del suo "messaggio", non avevano bisogno del suo "esempio": avevano bisogno di Lui, della sua presenza non del suo ricordo. Cristo apparteneva al passato e quindi non li riguardava più. La più grande mascalzonata fatta all’uomo è stata quella di fargli credere che la dottrina e la morale insegnata da Cristo valevano più della sua Persona e quindi Lui non era più necessario. Mi sono ricordato di quanto don Giussani aveva detto al Sinodo dei Vescovi dell’87: "Ciò che manca non è tanto la ripetizione verbale dell’annuncio quanto l’esperienza di un incontro". Esattamente l’esperienza dei due discepoli di Emmaus.

Scrive don Giussani: "E’ la grande inversione di metodo che segna il passaggio dal senso religioso alla fede: …la sorpresa di un fatto accaduto nella storia degli uomini… Questa è la condizione senza la quale non si può neppure parlare di Gesù Cristo" [pag. VI]. L’affermazione è teologicamente e pedagogicamente assai forte.

Teologicamente. E’ la stessa intuizione teologica espressa da U. von Balthasar: "Ogni promulgazione ecclesiale trae la sua forza di persuasione dal comando emanato non dalla Chiesa ma dal solo Cristo e che consiste nel portare in tutti i tempi e in tutti i luoghi la sua parola, la sua opera, la sua realtà" [Gloria, vol.I, pag.520].

È importante sottolineare che le proprietà fondamentali di questa esperienza, qui chiamata "sorpresa di un fatto accaduto nella storia degli uomini", quali emergono dalle pagine di questo libro, sono le seguenti: l’oggettività, il movimento, la partecipazione, la globalità. [desumo questa terminologia da G. Meiattini, Sentire cum Christo. La teologia dell’esperienza cristiana nell’opera di H. U. von Balthasar, ed. PUG Roma 1998, pag. 392].

L’oggettività: l’uomo non scopre semplicemente ciò che inconsapevolmente già era e già aveva in occasione dell’incontro con Cristo; egli si imbatte in una realtà ("sorpresa di un fatto") che è totalmente donata. Tutto Zaccheo poteva aspettarsi meno che avere Cristo suo ospite.

Il movimento: il carattere oggettivo conferisce una struttura dinamica all’incontro, liberandolo da una asfittica chiusura nella propria autocoscienza. Nel libro don Giussani insiste molto su questo "cammino dentro all’oggetto".

La partecipazione: non si sta semplicemente di fronte all’oggetto: alla persona di Cristo. Si entra in un rapporto di amicizia sempre più profonda: di comunione e di affezione nell’amore.

La globalità: è tutta la persona (ragione, libertà, affettività, corporeità) che è coinvolta.

Pedagogicamente. Essa indica ciò a cui mira tutto l’impegno della Chiesa: far vivere all’uomo l’esperienza di un incontro. L’esperienza vissuta da Andrea, Simone, Filippo, Maddalena… narrata nei vangeli è un esperienza archetipa. La vera cura, l’interesse supremo che la Chiesa ha per l’uomo è di essere il luogo in cui quell’esperienza può accadere oggi, perché essa è l’unica salvezza dell’uomo. La categoria teologica e pedagogica centrale è quella dell’incontro, poiché questa è l’unica modalità per rapportarsi ad una persona vivente. Tommaso scrive: Actus credentis terminatur ad rem, non ad enuntiabile.

Ma vorrei soffermarmi brevemente su questo tema centrale del libro in quanto corretta risposta, mi sembra, al problema oggi più che mai centrale del rapporto ragione-fede.

Ciò che apprezzo in questa posizione è che la "inevitabile esigenza" per l’uomo "di cercare quale sia il senso ultimo, definitivo, assoluto del suo punto contingente", è pensata e tematizzata in sede di riflessione filosofica e gnoseologica e non immediatamente in sede teologica e rivelata. E’ necessario dimostrare infatti in sede razionale, attraverso una ragione che non si impedisca nessuna domanda, sia l’esistenza del Mistero assoluto e trascendente, sia l’immortalità personale dell’uomo teso a "vedere Dio". Se così non si procede "si rischia di compiere un corto circuito teoretico e di saltare o di omettere, in modo teoreticamente imperdonabile, dei passi e dei nodi essenziali nel discorso del rapporto filosofia-teologia, cadendo in ingenui e frettolosi fideismi, che non convincono nessuno e che perciò non vanno proposti a nessuno" [A.Marchesi, Filosofia e Teologia. Quale rapporto?, Franco Angeli ed., Milano 1999, pag. 201-202].

In quest’opera si ha un concetto preciso di ragione e quindi di ragionevolezza di un atto, l’atto descritto come incontro con Cristo. L’intrinseca ragionevolezza consiste nella corrispondenza fra le esigenze strutturali della persona umana e la persona di Cristo: Cristo può essere creduto perché corrisponde adeguatamente alle esigenze della persona. L’intrinseca bontà della scelta di seguirlo quindi consiste nella percezione del compimento della persona [plenitudo essendi: Tommaso]: Cristo deve essere creduto perché è l’unico vero compimento della mia persona. E’ il grande magistero di Giovanni Paolo II: al contempo Cristo e l’uomo sono la via fondamentale della Chiesa.

3. [Nel contesto attuale]. In questa terza ed ultima parte della mia riflessione vorrei, per così dire, contestualizzare questa proposta: considerarla cioè nell’attuale momento che sta vivendo la comunità cristiana e la comunità civile. Mi limito a due ordini di riflessione.

Per quanto attiene alle comunità cristiane, mi viene spesso da pensare che in esse molti cristiani si trovino nella condizione dei discepoli di Emmaus. Hanno sentito parlare di Cristo; soprattutto ne conoscono la dottrina morale. Ma ciò di cui oggi hanno bisogno è di vivere la stessa esperienza dei discepoli di Emmaus: l’incontro con Cristo vivente. Incontro "in cui non innanzi tutto la verità su Gesù Cristo ma la sua realtà corporalmente presente è riconosciuta come reale risposta all’attesa più o meno consapevole del cuore" [in Ciò che conta è lo stupore, San Paolo ed., Milano 2001, pag.28].

A questa fondamentale esigenza, si è cercato di ovviare con alcuni surrogati. I più frequenti sono liturgie sempre più chiassose, un indebita e sproporzionata sottolineatura del comandamento a spese della grazia, uno spesso inconsapevole tentativo di "andare oltre" Gesù in una sorta di religione trascendente tutte le religioni.

Per quanto attiene alla società civile, di cui il vero cristiano non può non sentirsi pienamente partecipe e responsabile, sono sempre più convinto che essa ha oggi soprattutto bisogno di persone veramente libere e liberamente vere. L’affermazione di una libertà senza la consapevolezza di una verità dell’uomo [uno "zoccolo duro di umanità"] diventa la più liberticida delle affermazioni. L’affermazione di una verità che non sia continuamente proposta e provocazione di libertà diventa ideologia al servizio di un potere illimitato. La storia della Chiesa dimostra che il sorgere di persone libere e vere ha impedito che la società civile si corrompesse: persone che hanno incontrato Cristo.

Conclusione

Voglio concludere con una poesia di K. Woitila: è la sintesi di tutto ciò che ho detto.

"Questa luce scavava lentamente gli eventi d’ogni giorno,
a cui fin dall’infanzia si abituano occhi e mani di donna –
Lentamente, in questi eventi, si scoprì così sconfinato chiarore
che le mani da sole si congiunsero quando la parola perse la sua dimensione.

Figlio mio – nel villaggio dove tutti ci conoscevano entrambi
mi dicevi "Mamma" - e nessuno scrutò fino in fondo
gli eventi incredibili che tutti ogni giorno sfioravano –
e la Tua vita si confuse con la vita dei poveri
a cui volesti appartenere nella fatica quotidiana delle braccia.

Ma io sapevo: la luce che si snoda in questi eventi
come fibra di una scintilla nascosta sotto la scorza dei giorni
sei Tu.
Non io l’irradiavo –
pure fosti più mio in quel bagliore, in quel silenzio
che come frutto della mia carne e del mio sangue
.

[Stupore davanti all’Unigenito, in Tutte le opere letterarie, ed. Bompiani, Milano 2001, pag. 139-140].

"In questi eventi, si scoprì così, sconfinato chiarore": nell’evento di una compagnia, di una vita umana fatta di "eventi di ogni giorno", Andrea, Giovanni… scoprirono "sconfinato chiarore".

Ciò che costituisce il vero miracolo anche oggi è che ci siano uomini e donne che negli eventi di ogni giorno, nella compagnia con Cristo che è la Chiesa, scoprano "sconfinato chiarore".