home
biogr.
english
español
français
한 국 어
1976/95
1996
1997
1998
1999
2000
2001
2002
2003
2004
2005
2006
2007
2008
2009
2010
2011
2012
2013
2014
2015
2016
2017


MATRIMONIO E FAMIGLIA: dono e responsabilità
Bondeno
19 marzo 1999


L’approccio al matrimonio e alla famiglia, che cercheremo di realizzare questa sera, è diventato oggi assai poco frequente: assolutamente inusuale. Esso infatti nasce da una convinzione che ben pochi (anche fra cristiani!) oggi condividono: la convinzione che il matrimonio e la famiglia non sono invenzioni umane di cui l’uomo può disporre illimitatamente, ma sono un dono fatto da Dio creatore, di cui l’uomo è responsabile. Si tratta di due approcci alternativi sia a livello di pensiero, di modo cioè di capire matrimonio e famiglia, sia a livello di comportamenti.
Cercherò quindi nel primo punto di mostrarvi che cosa significa considerare il matrimonio e la famiglia come dono e responsabilità; nel secondo punto della mia relazione che cosa significa considerare matrimonio e famiglia come pura invenzione umana ed infine cercherò di dare alcuni orientamenti pratici.

1.  Dono e responsabilità

Quando diciamo «matrimonio e famiglia», ciascuno di noi pensa immediatamente al proprio matrimonio e alla propria famiglia. E vede come una storia, un segmento assai importante della propria vita: come il proprio matrimonio è stato costruito; come si svolge la vita della propria famiglia; e così via. Ma questa è per così dire la superficie. Esiste qualcosa di più profondo? Non è difficile vedere le cose più in profondità: quella storia coinvolge infatti la propria persona in esperienze come «amore», come «paternità- maternità», come «condivisione della vita». Matrimonio e famiglia cioè sono esperienze che non accadono alla “periferia della persona”: spesso, quanto meno, accadono al “centro”. La controprova. Il fallimento del matrimonio è sperimentato spesso come il fallimento della vita ; le tragedie famigliari sono fra le più dolorose tragedie umane.
Vorrei che ci fermassimo lungamente, serenamente a riflettere su questo legame fra persona umana e matrimonio, facendoci una domanda molto semplice, ma profonda: nel matrimonio la persona umana può realizzare se stessa, oppure chiedere questo al matrimonio è chiedere troppo?
Non ci siamo dimenticati della famiglia; per il momento però concentriamo la nostra attenzione solamente sul matrimonio, anzi - lo ripeto - sul rapporto fra matrimonio e persona.

1.1 Dobbiamo partire da una considerazione la più perspicace possibile della persona umana. La persona umana è la realtà più strana e paradossale che esista nell’universo poiché è «composta» di due elementi fra loro essenzialmente diversi: di materia (corpo) e di spirito. L’uomo è un corpo; l’uomo è uno spirito. Non voglio fermarmi a considerare la prima dimensione della persona, quella corporale: di essa abbiamo un’esperienza immediata. Mi fermo un momento a considerare la dimensione spirituale. Che cosa significa «l’uomo è spirito»? Significa che l’uomo, che ciascuno di noi è capace di compiere alcune azioni che nessun altro vivente è capace di compiere. Due precisamente: pensare ed amare. In che cosa consiste precisamente la spiritualità del pensare e dell’amare? Pensare significa capacità di far essere in se stessi l’altro senza farlo diventare se stessi, senza assimilarlo, ma lasciandolo nel suo proprio essere. In questo modo, cioè pensando, io mi apro a tutto ciò che esiste: divento in un qualche modo tutto. Amare significa riconoscere il valore dell’altro, stimarlo secondo la preziosità sua propria: volere il bene dell’altro in quanto è dell’altro (e non il mio bene!). E’ facile vedere come la nostra capacità di amare sia radicata nella nostra capacità di pensare. Ma su questo per ora non voglio fermarmi.
Dunque l’uomo, ciascuno di noi, è contemporaneamente corpo e spirito. Come è possibile questo «prodigio»? E siamo alla domanda più seria sull’uomo.
Comincerò a rispondere facendo un esempio. Se noi facciamo l’analisi chimica di un pezzo della Pietà di Michelangelo e l’analisi chimica di un pezzo di marmo di Carrara, il risultato è identico. Sono la stessa cosa? Nessuno può dire questo. Che cosa rende quel pezzo di marmo che è la Pietà diverso da qualsiasi pezzo di marmo? Il fatto che il primo è «in – formato» da un’altissima ispirazione artistica che gli dà una forma nella quale l’ispirazione risplende. Una cosa analoga accade nell’uomo, fin dalla sua origine. Il nostro corpo è come informato dal nostro spirito che lo plasma dal di dentro, lo configura ed attraverso il quale si esprime. Ecco chi è concretamente la persona umana: ciascuno di noi. Essa è questo particolare soggetto spirituale-corporale, capace di pensare e di amare e quindi capace di relazionarsi con ogni realtà. “L’uomo non è l’anima, ma qualcosa di composto dal corpo e dall’anima” (S. Tommaso d’A., 1,q.75,a.4c).

1.2 Facciamo ora un passo avanti nella scoperta del mistero della persona umana. Noi vediamo che non esiste una generica persona umana: esiste la persona umana-uomo ed esiste la persona umana-donna. Esiste cioè una fondamentale divaricazione o di-morfismo all’interno della stessa umanità. E’ inevitabile, per chiunque desideri conoscere l’intera verità sull’uomo, domandarsi: che senso ha questo dimorfismo? La prima risposta potrebbe essere la seguente. Considerando l’intero universo dei viventi, si vede che quanto più complesso è l’organismo tanto più la specie si perpetua attraverso il dimorfismo sessuale: l’uomo non fa che continuare questa costante biologica. E pertanto il dimorfismo sessuale ha un significato biologico: è in ordine ad una buona perpetuazione della specie.
La cosa è vera; ma non è interamente vera. Anzi detta così rischia di farci cadere in un grave errore: quello di non percepire la specificità umana del dimorfismo sessuale. E’ pericoloso voler capire l’uomo partendo dal basso!
Tenendo conto che l’uomo è unità di spirito-corpo (cfr. § 1.1), anche il dimorfismo sessuale non può essere un fatto puramente corporeo. Esso è un fatto che riguarda la persona. Non è un corpo che è maschio/femmina, è la persona che è uomo/donna. La mascolinità/femminilità appartiene alla persona stessa. Che cosa mi dice allora circa la persona il fatto che sia uomo/donna? Atteso che mascolinità- femminilità sono qualità «reciproche», esse significano che la persona umana non esiste mai come «individuo a sé ed in sé stante», ma esiste da sempre, originariamente, come «soggetto in relazione a….». Ogni persona umana si trova «correlata all’altra», poiché ogni persona nasce «uomo» o «donna».
Il di-morfismo sessuale significa il carattere relazionale della persona, e nello stesso tempo rende la persona-uomo capace di porsi in relazione con la persona-donna. La sessualità è il «performative language» della relazione fra le persone.

1.3 Facciamo un ulteriore passo avanti nella scoperta del mistero della persona. Che cosa significa «relazione fra la persona-uomo e la persona- donna»? Più concretamente: quando esiste questa relazione? Non esiste quando si crea una sorta di «andro-gino», un’unità indistinta nella quale l’uomo nega ciò che è proprio della sua mascolinità e la donna ciò che è proprio della sua femminilità.
Non esiste relazione, quando si costituisce attraverso il dominio-uso dell’uno nei confronti dell’altro. Questa relazione in realtà non è più inter-personale (fra due persone), ma si costituisce sulla base della degradazione di una delle due a cosa (di cui fare uso).
Non esiste relazione, quando si costituisce attraverso una sorta di contrattazione nella quale due libertà originariamente interessate solo alla felicità dell’individuo, convergono nella condizione di una parità fra il «dare-avere». Questa relazione contrattuale nasce da una falsificazione dell’umanità della persona, e pertanto costruisce un’apparenza di correlazione. In realtà è la coesistenza provvisoria di due egoismi opposti.
La relazione si costruisce solo come reciproca appartenenza, costituita dall’auto-donazione: è la «communio personarum», nella quale la persona-uomo e la persona-donna mutuamente si donano e si ricevono. La frase biblica è molto profonda: “…si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne” (Gen. 2,24b).
Proviamo a fermarci un momento per ripercorrere sinteticamente il cammino fatto nel tentativo di avere una qualche intelligenza del «mistero» della persona umana. Chi è la persona umana? E’ questo soggetto spirituale-corporale, reso capace nella e dalla sua costituzione sessuale di porre in essere una comunione fra uomo e donna, posta in essere dalla reciproca donazione: donazione nella quale i due diventano una sola carne.

1.4 Ci resta ancora un passo da fare. [Prima però devo fare una precisazione, perché tutta la riflessione precedente non sia fraintesa. Non ho voluto dire che quando ed ogni volta che si parla di «altro», si deve intendere sempre e solo «altro sesso». Il concetto di «alterità»è più comprensivo ed esteso del concetto di «alterità sessuale». Ho voluto dire che l’esperienza originaria dell’alterità è attestata nell’esperienza dell’alterità sessuale.]
La comunione inter-personale uomo-donna non implica la scomparsa dei due: fra uomo e donna non esiste complementarietà, ma reciprocità. E questa sussiste fino a quando esistono i due nella loro dualità. Cioè: l’unità lascia sussistere l’alterità, la dualità.
Esiste dunque un’impossibilità radicale dei due di costruire un’unità completa? Esiste: questa unità è il figlio. E qui recuperiamo il vero valore umano di quella visione biologica di cui ho parlato al principio (cfr. § 1.2). La capacità procreativa è inscritta nel momento massimamente unitivo dell’uomo e della donna non casualmente, ma perché risponde all’intima verità dell’amore che li unisce. La loro unità non li chiude in se stessi, ma urge per realizzarsi nella persona del figlio. Nella biologia della generazione è inscritta la logica del dono.
Siamo così giunti alla conclusione del nostro interrogarci sul «mistero» della persona umana, considerata nella sua interezza, concretezza ed unità spirituale-corporale di soggetto capace di pensiero e di amore, e quindi capace a causa del suo di-morfismo sessuale, di porre in essere una comunione interpersonale fondata sulla reciproca donazione ordinata al dono della vita ad una nuova persona.

1.5 La conclusione sconcerta. Siamo partiti dalla persona umana e siamo giunti alla definizione di matrimonio e famiglia. Che cosa è il matrimonio se non la comunione inter-personale uomo-donna nella quale essi mutuamente si donano e si ricevono, in ordine al dono della vita? Che cosa è la famiglia se non questa intima comunione costituita dalla coniugalità, paternità-maternità, figliazione, fraternità?
Il fatto che partendo dalla considerazione della persona si giunga alla definizione di matrimonio-famiglia, ci fa pensare.
Da questo possiamo capire che il matrimonio è una vocazione naturale della persona umana. Naturale significa che esso esprime, è in grado di esprimere la verità della persona umana. Esso, il matrimonio, non è il risultato di istinti biologici semplicemente, nè una pura creazione di convenzioni umane: ha le sue radici nella struttura stessa della persona umana.
Ed ora siamo in grado di rispondere alla domanda da cui eravamo partiti: nel matrimonio la persona umana può realizzare se stessa oppure chiedere questo al matrimonio è chiedere troppo? La persona umana, come abbiamo già detto, si realizza nella comunione del dono di sé, e pertanto la vita coniugale è una delle forme fondamentali in cui la persona può esprimere se stessa.

1.6 Giunti a questo punto, possiamo capire il significato profondo dell’ affermazione secondo la quale, matrimonio e famiglia sono «dono e responsabilità».
Matrimonio e famiglia sono dono, perché e nel senso che la persona umana nel suo essere uomo/donna è un dono che il Creatore ha fatto ad essa stessa e ad ogni persona. Tocchiamo una delle verità più profonde sull’uomo, e più difficili oggi da pensare ed accettare.
Ogni persona uomo/donna è un dono. Che cosa significa? Che ogni persona ha avuto origine da un atto creativo di Dio: da una sua libera decisione. Egli ci fa essere non perché abbia bisogno di noi, ma gratuitamente: per puro amore. Nessuno ha diritto ad esistere di fronte a Dio. In questo senso profondo ogni persona è un dono. Fatto a chi? In primo luogo a se stessa: tu sei donato a te stesso! Non pensate che siano astruse elucubrazioni. Ascoltiamo un testo biblico: “Egli in principio creò l’uomo e lo lasciò in mano del suo proprio volere… Egli ti ha posto davanti il fuoco e l’acqua, là dove tu vuoi stenderai la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà” (Sir. 15,14.16-17).
La tua persona, che è ciò che abbiamo detto, è affidata alla tua libertà, nel senso che ciascuno di noi non è già «completamente fatto», ma deve costruirsi e realizzarsi: è un patrimonio da amministrare e fruttificare. E una delle ricchezze umane è anche il matrimonio e la famiglia.
Ma ogni persona è donata ad ogni persona. Dalla realizzazione vera di ciascuno dipende la ricchezza spirituale di tutta la comunità umana. Pensiamo quale ricchezza sono stati i santi, cioè le persone perfettamente realizzate: di essi noi ci nutriamo spiritualmente in continuità. Ed in questo senso profondo, il matrimonio e la famiglia sono un dono fatto all’umanità: in essi si vive in modo originario la comunione fra le persone; ed è la comunione interpersonale che costituisce il legame più profondo nella stessa umanità.
Senza quasi accorgercene parlando del dono, abbiamo già parlato di responsabilità, perché abbiamo parlato di libertà. Ogni uomo è responsabile di se stesso e quindi è responsabile del matrimonio e della famiglia: il «se stesso» è un “capitale” che non può essere dilapidato. Uno dei beni di questo capitale è il matrimonio e la famiglia: dilapidare questo bene significa dilapidare il patrimonio che è l’uomo.
 

2.  Invenzione umana e desideri individuali

Richiamo in sintesi le affermazioni fondamentali del numero precedente. Prima: il matrimonio, inteso come comunione fondata sull’auto-donazione reciprocamente fatta ed accettata di un uomo e di una donna, è radicato nella struttura stessa della persona umana [= il matrimonio è «naturale»]. Seconda: la famiglia, intesa come comunità di genitori-figli, trova la sua origine ed il suo fondamento nel matrimonio. Terza: poiché il matrimonio è radicato nella persona e la famiglia nel matrimonio, dal momento che la persona è un dono di cui ciascuno è responsabile, coll’esistenza della persona è donato anche il matrimonio e la famiglia, di cui siamo responsabili.
Fino ad un certo punto, questa concezione fu uno dei pilastri della nostra civiltà: anche la nostra Costituzione l’ha fatta propria. Oggi essa è stata, per così dire, completamente «smontata». Vorrei ora brevemente mostrarvi questo processo di «smontatura». Parole come «matrimonio», «sposi», «paternità-maternità-figliazione» non hanno più un significato univoco.
Nel luglio del 1978 viene al mondo la prima persona umana concepita non mediante un rapporto sessuale, ma mediante un procedimento tecnico di fecondazione in vitro. Questo fatto costituisce la vera svolta. Dimostrando possibile il concepimento umano senza alcuna relazione sessuale, la fecondazione in vitro separava per ciò stesso in linea di principio almeno, la paternità/maternità dalla sponsalità/coniugalità . In un duplice senso. Nel senso che l’attività responsabile del concepimento non è più un rapporto inter-personale carico di per sé di un significato di amore e di dono, appunto coniugale, ma è un’attività produttiva-tecnica.  E nel senso che le cellule germinali non necessariamente provengono dal corpo dei due sposi: come poi di fatto si cominciò a fare. E qui il primo pezzo della costruzione è stato smontato: la paternità/maternità  non implica di per sé una relazione biologicamente fondata. Per essere padre/madre non è necessario esserlo anche biologicamente.
E’ vero che la dipendenza biologica del figlio dalla madre è ben più consistente di quella dal padre: la gestazione è della madre. Tuttavia, una volta posto il principio della non essenzialità della dimensione biologica, si può di fatto anche chiedere ad un’altra donna di compiere la gestazione: una sorta di presta-utero, che, se ricompensata, acquista il carattere di un vero e proprio «affitto di utero». Ciò che è puntualmente accaduto, introducendo un’ulteriore precisazione: non solo maternità non implica necessariamente discendenza biologica, ma neppure gestazione. Pertanto, madre non è necessariamente né chi ti ha generato, né chi ti ha portato in utero.
Ma c’è qualcos’altro ben più profondo. Il distacco fra generazione biologica e paternità/maternità ha portato alla fine a non escludere neppure la separazione radicale della stessa dal matrimonio come tale. A questo punto noi incontriamo un fenomeno culturale di portata immensa che, collegandosi colle nuove possibilità tecniche, ha condotto a termine la separazione della paternità-maternità del matrimonio e – soprattutto – ha interamente cambiato la definizione stessa di matrimonio.
Si tratta della interpretazione della sessualità umana come non avente in sé e per sé un suo proprio significato. Sono costretto a presentare un fenomeno culturale assai complesso in tempo breve, e quindi in modo assai scarno. Il dimorfismo sessuale, l’essere uomo – l’essere donna, non è più interpretato in termini di reciprocità, come abbiamo fatto nella prima parte della nostra relazione.
Nel momento in cui questa interpretazione del dimorfismo sessuale umano cessa, la sessualità umana perde il suo significato proprio: viene cioè negato che ne possegga qualcuno originario. Ha quel significato che la persona vuole attribuirgli. E pertanto, la convivenza omosessuale è della stessa natura (si fa per dire) della convivenza eterosessuale. Si giunge cioè alla equiparazione etica dei due modelli di comportamento sessuale.
In che senso questa equiparazione influisce sul processo di smontatura del concetto di paternità/maternità e del concetto di matrimonio? Nel senso che non si vede più perché non si debba dare un figlio anche alle coppie omosessuali da una parte, e dall’altra il concetto di maternità non è più correlativo a quello di paternità e viceversa. E’ da ritenersi pienamente legittimato che una persona abbia «socialmente» due madri senza un padre o due padri senza una madre.
E’ facile vedere come tutte e tre le affermazioni di cui sopra sono state negate. Prima: il matrimonio è un fatto puramente convenzionale, fondato sulla ricerca della propria felicità individuale, che può esistere anche fra persone dello stesso sesso. Seconda: la famiglia non trova necessariamente la sua radice nel matrimonio, poiché può costruirsi di convivenza in modelli contrari fra loro. Terza: matrimonio e famiglia sono realtà che dipendono esclusivamente dai «desideri» o «bisogni» dei singoli.
Oggi siamo precisamente a questo punto: nel momento in cui queste due visioni di paternità/maternità si scontrano.
A dire il vero, c’è ancora un «punto di contatto» fra le due: in ogni caso per concepire un bambino, ci vuole un uomo e una donna! Ma anche questo ultimo punto sta per essere annullato attraverso la clonazione. Essa infatti, in quanto riproduzione artificiale, è ottenuta senza l’apporto dei due gameti e quindi trattasi di una riproduzione asessuale ed agamica. Non si hanno notizie sicure di clonazioni umane, ma si hanno buone ragioni per ritenere che è una possibilità non a lungo termine. In questo processo le relazioni fondamentali della persona umana, la figliazione e la genitorialità sono esplose: una donna può essere sorella gemella di sua madre, mancare del padre biologico ed essere figlia di suo nonno.
Questa è la situazione spirituale: una situazione senza precedenti, poiché sono le fondamenta stesse dell’umano ad essere messe in questione.
 

3.  Orientamenti pratici

Devo ormai ridurmi a pure enunciazioni: avremo altre occasioni per riprendere questi temi, che esigono riflessioni profonde, accurate e prolungate.
In situazioni come queste, le reazioni emotive sono le meno indicate. Tre sono le sfide fondamentali.
Trattasi di una sfida alla nostra ragione, intesa come capacità di conoscere la verità. E’ una crisi di verità in primo luogo: non sappiamo più chiaramente come stanno le cose.
Trattasi di una sfida alla nostra libertà, intesa come capacità di sottomettersi solo alla verità conosciuta e non semplicemente ai propri desideri: non crediamo più alla nostra libertà.
Trattasi di una sfida alla nostra capacità di educare , intesa come capacità di portare i giovani alla vera ed intera pienezza della loro umanità: abbiamo rinunciato all’educazione per accontentarci dell’informazione.
Abbiamo bisogno di maestri, di santi, di padri: maestri che ci aiutino a pensare, santi che ci facciano sentire il fascino della libertà, padri che sappiano generare in umanità.